SCHOPENHAUER: TEMPO ED ETERNITÀ.


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Dobbiamo adesso iniziare a riflettere attorno al concetto di “tempo”, di modo da approfondire ulteriori dinamiche fondamentali del pensiero di Schopenhauer, come quella di “eternità” e di “specie”, ad esempio.

Schopenhauer sostiene che, sebbene ciascun essere vivente sia finito – e tale finitezza è giustificata dalla caducità della sua stessa esistenza -, l’eternità – che indubbiamente gli appartiene, secondo il filosofo – sia da ascriversi all’idea che ne “rappresenta” la specie. In sintesi: da una parte, abbiamo il cosiddetto principio individuationis che ci permette di “definire” l’essere vivente tanto nello spazio quanto nel tempo e, dall’altra parte, abbiamo la forma ideale della specie cui l’organismo appartiene. Forma ideale che è eterna ed imperitura – cfr. Platone -:

Come le gocce polverizzate della cascata scrosciante si avvicendano con la velocità del lampo, mentre l’arcobaleno, che esse portano se ne sta saldo in immobile calma, per nulla toccato da quell’incessante vicenda, così ogni idea, cioè ogni specie di esseri viventi, rimane affatto intatta dal continuo alternarsi dei suoi individui. Ma è l’idea o specie, quella in cui la volontà di vivere propriamente affonda le sue radici e si manifesta; perciò anche ad essa importa veramente solo la conservazione di quella.

Questa riflessione va ad integrare di una connotazione profondamente metafisica la riflessione del tutto empirica che Schopenhauer aveva già formulato in precedenza. Facciamo un banale esempio: ipotizziamo di trovarci di fronte un cane. Il filosofo va sostenendo come, empiricamente parlando, il cane lato sensu non sia mai morto perché, nonostante i milioni di cani deceduti durante le epoche passate, ad ogni generazione caduta si è sempre andata sostituendo un’altra nascitura. e più giovane. Adesso, l’intera riflessione assume un connotato più trascendentale: è l’idea del cane a non tramontare mai, mentre i cani, in quanto mere particolarità sensibili, nel loro susseguirsi e sostituirsi altro non sono  (stati) che “ombre” di una forma ideale superiore. La conseguenza di un tale disquisire è illuminante.

Se la morte, da un punto di vista fisico, altro non è che la fine del tempo concesso ad un organismo vivente, una volta tolto il tempo stesso, ecco che allora non esiste più alcuna conclusione e possiamo cogliere l’eternità dell’oggettualità eidetica. L’eternità di Schopenhauer risiede in questa considerazione. Ecco perché – a maggior ragione – la morte non è da considerarsi un male: non soltanto facciamo parte di un continuo ritorno, per mezzo del quale la Natura bilancia la caduta delle generazioni passate con la creazione di nuovi soggetti, ma l’idea dalla quale “discendiamo” – in questo caso, quella di “uomo” – non potrà mai essere intaccata da alcuna considerazione temporale.

Facciamo adesso chiarezza da un punto di vista semantico:

  • l’idea, nel vero e proprio senso platonico del termine, è per Schopenhauer «l’oggettità adeguata della volontà come cosa in sé, in ognuno dei suoi gradi […]»;
  • l’idea si presenta nella forma della “specie”, “dispiegandosi” a seguito del suo ingresso nel tempo. Questo fa sì che la “specie” altro non sia che «l’oggettivazione più immediata della cosa in sé, vale a dire della volontà di vivere»;
  • la coscienza (immediata) è ciò che veicola il soggetto a considerarsi diverso dalla specie dalla quale “discende” e a far sì che lo stesso si lasci inquinare dalla paura della morte.

Cerchiamo adesso di comprendere il legame che sussiste tra “oggettivo” (la specie) e “soggettivo” (la coscienza di sé). Nuovamente, l’intera riflessione si presenta come profondamente platonica.

Schopenhauer afferma come a prima vista potremmo essere portati a considerare l’oggettivo indistruttibile ed il soggettivo subordinato a continui processi di distruzione, creazione e sostituzione. Il filosofo sostiene però che sussiste un legame alquanto particolare tra le suddette due dimensioni. Secondo Schopenhauer vi è, innanzitutto, “un qualcosa che essenzialmente e in origine va possedendo un che di oggettivo, cui segue un qualcosa che accidentalmente finisce con l’essere soggettivo ed autocosciente”. In sintesi, l’oggettivo in quanto oggetto necessità di una “apparenza”, ovvero di un soggetto. Ma non viceversa! La riflessione è del tutto platonica: le forme ideali sono la causa delle particolarità sensibili, le quali, in quanto apparenze, contribuiscono alle idee ma delle stesse non sono assolutamente la fonte di giustificazione e legittimazione. “Percepire”, dunque, il soggetto permette di risalire all’oggetto… anche di questo si alimenta l’indistruttibilità dell’oggettivo. Si prenda in considerazione il seguente esempio.

Immaginiamo di essere morti e cerchiamo di pensare al Mondo tra un centinaio di anni. In noi resterà ferma l’idea del nostro “non esistere più” ma lo stesso non può dirsi del Mondo che, invero, continua ad esistere in noi. Il fulcro della riflessione è tutto qui! Se ci liberiamo di questo nostro Io, inteso come centro dell’esistenza, comprenderemo come il tempo in cui saremo non verrà mai soggettivamente ma, solo e soltanto, oggettivamente!

Chi riesce a cogliere tale legame tra oggetto e soggetto, giunge a comprendere come anch’egli sia indistruttibile perché inevitabilmente legato all’indistruttibilità del Tutto. Come sostiene lo stesso Schopenhauer:

Per colui che sapesse portarsi a chiara coscienza questo suo far tutt’uno, svanirebbe la differenza tra il sopravvivere del mondo esterno dopo che egli sia morto, e la sopravvivenza sua stessa dopo la morte: le due cose gli si presenterebbero come una sola e medesima cosa, anzi egli riderebbe dell’illusione che poté dividerle.

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