VIZI E VIRTÙ.

Quello che accade nella natura si verifica anche nella morale: non c’è niente di così perfettamente buono nelle creature che non possa essere nocivo a qualcuno nella società, né alcuna cosa così interamente cattiva che non possa rivelarsi benefica ad una parte o ad un’altra del creato: da questo possiamo concludere che le cose sono buone o cattive solo in rapporto a qualcos’altro, e a seconda delle circostanze e della posizione in cui si trovano e dell’angolatura da cui sono osservate. Quello che ci piace è buono sotto questo aspetto ed è seguendo questa regola che ogni uomo si augura tutto il bene che riesce a concepire, senza preoccuparsi molto del suo vicino. Se non fosse mai piovuto in una stagione molto secca, nonostante tutte le preghiere pubbliche per ottenere un po’ d’acqua dal cielo, ciò non impedirebbe a un individuo che deve mettersi in viaggio di augurarsi che possa essere bel tempo solo per quel giorno. Quando il grano è fitto nei campi a primavera e tutta la nazione gioisce a quel piacevole spettacolo, il ricco fattore, che ha conservato il raccolto dell’anno precedente, aspettando che i prezzi del mercato gli fossero favorevoli, soffre a questo spettacolo, e gli sanguina il cuore alla prospettiva di una messe abbondante. […] È una fortuna che le preghiere e gli auspici della maggior parte della gente siano assurdi e non vadano a buon fine, altrimenti l’unica circostanza che potrebbe conservare gli uomini adatti alla società ed evitare che il mondo tornasse nel caos sarebbe l’impossibilità che tutte le richieste rivolte al cielo potessero essere esaudite.

Bernard De Mandeville, The fable of bees, or Private Vices, Publick Benefits (1714).

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ARISTOTELE: BIOLOGO DELL’ANTICHITÀ.

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La Historia animalium è un progetto aristotelico immenso, sviluppato attorno a dieci libri e nel quale vengono classificate e studiate circa cinquecento specie animali. Si tratta di un’opera monumentale, considerando anche l’epoca nella quale venne sviluppata. L’apertura intellettuale di Aristotele si mostra essere profondamente innovativa: gran parte delle riflessioni rivolte allo studio, alle ricerche e agli approfondimenti sugli animali deriva, infatti, dalla conoscenza pratica e tecnica di cui sono titolari individui comuni come cacciatori, pastori, pescatori e via discorrendo. Gente normalissima che lo stesso filosofo continuò ad interrogare, in lungo ed in largo, per l’intera Macedonia.

L’intero trattato prende forma attraverso tre precise critiche. Tre critiche che Aristotele stesso rivolge ai suoi predecessori:

  • “presocratici”: ai presocratici il filosofo rimprovera l’incapacità di cogliere l’essenza – ovvero, la definizione – della sostanza (ousìa) e, quindi, l’impossibilità di comprendere il fondamento dei processi naturali – sia il rapporto tra materia e forma che quello tra atto e potenza -;
  • “platonici”: a Platone ed ai suoi proseliti, Aristotele critica la spasmodica attenzione rivolta esclusivamente al Mondo eidetico e alle oggettualità ivi contenute, con la conseguenza di ritenere le particolarità sensibili alla stregua di mere copie (illusioni) delle idee;
  • “persone comuni”: dei suoi “informatori” Aristotele critica soprattutto la inevitabilità pratica del loro stesso conoscere, ovvero l’incapacità di questi soggetti di usufruire delle loro stesse conoscenze per dare forma (anche) ad un sapere più prettamente teoretico.

Proprio in riferimento a quest’ultima critica, ciò che preme ad Aristotele è giungere ad un perfetto equilibrio epistemologico tra sapere pratico e sapere teorico. I termini che dobbiamo prendere in considerazione sono i seguenti: hoti – ovvero “i fatti” – e dioti – la “spiegazione causale” -. Il filosofo sostiene come nello studio sugli animali non vi possa essere sapere (biologico) senza un’attenta ed accurata osservazione – empirismo aristotelico – ma affinché l’osservazione si mostri tale è necessario che la stessa vada fondandosi su un sapere teorico ben definito – tale da individuare quelli che Aristotele chiama i «principi propri» della Natura –. La Historia animalium si occupa dei fatti, mentre le opere De partibus animaliumDe generatione animalium della suddetta conoscenza causale.

In biologia ciò che conta è la sostanza, che, qui, deve essere considerata come eîdos (forma specifica). La forma specifica determina la specie e non esiste niente che possa palesarsi superiore alla specie – Aristotele afferma che esiste “il cavallo”, ad esempio, mentre il genere “quadrupede” è sono una mera astrazione concettuale -. La forma organizza la specie, dando alla stessa continuità, ma, al contempo, promuove discontinuità tra le stesse: “il cavallo” non è “l’asino” esattamente come “l’asino” non è “il cavallo”. In termini epistemologici, passare dalla forma specifica “il cavallo” – di cui sopra – alla particolarità “cavallo” – cioè un cavallo – significa rivolgere la propria attenzione sulle caratteristiche del singolo. Siamo ad un livello inferiore all’eîdos; “cavallo”, infatti, altro non è che il carattere comune ed essenziale alla forma specifica “il cavallo”, la quale determina de facto la specie. Sulla particolarità “cavallo” l’unica cosa che è possibile promuovere, in termini di sapere, è evidenziare la “permanenza dell’eîdos“, ovvero non tanto cercare di cogliere tutte le caratteristiche che differiscono il singolo (cavallo) dall’altro quanto, piuttosto, comprendere come la specie, nella quale addentriamo le riflessioni, sia sempre la stessa. All’eîdos dobbiamo poi affiancare altri due concetti: gènesistèlos.

Gènesis rappresenta il processo di formazione della sostanza. Tèlos, invece, il fine per il quale la sostanza si genera, assumendo quella forma specifica (eîdos). Procediamo allo studio della causale aristotelica.

Stando a quanto sostiene il filosofo, prima di tutto esiste la materia – hyle – di cui l’animale è composto. Questa materia si compone di tessuti, elementi primari, fluidi organici et similia. È una materia organica e necessaria. Ma attenzione. Questa stessa palese necessarietà è “condizionale” ovvero determinata e soggetta al fine – tèlos -. Ad esempio: una zanna dovrà essere aguzza e ossuta proprio come un organo tattile dovrà mostrarsi molle e carnoso. Come abbiamo già avuto modo di vedere, il ragionamento è del tutto identico a quello esposto nella Fisica. In breve: la struttura di un organo non è causa della sua funzione, bensì è la funzione a spiegarne la struttura dato che, in biologia, la Natura adatta l’organo alla funzione e non viceversa. Dopo la materia, abbiamo il “seme” ovvero l’agente che avvia il processo di formazione – ad esempio, il seme del genitore che forma l’embrione ed il genitore stesso che produce il medesimo -. Segue la “forma specifica”. E, per finire, si giunge al “fine”. Si tratta di una lettura quadripartitica ma, in realtà, il sistema si fonda su due dinamiche: da una parte, la materia organica, dall’altra, l’eîdos. Infatti, entrambe le dimensioni causali del “seme” e del “fine” tendono a coincidere con la forma specifica. Facciamo un esempio: l’eîdos del genitore è identico a quello del figlio e il fine – la riproduzione – è sostanzialmente la volontà di far perdurare quella forma specifica. Per far questo è fondamentale tanto il seme del genitore quanto il genitore stesso. In pratica: la forma specifica “l’uomo” è causa efficiente (seme), formale (forma specifica) e finale (fine). Se ben tre dinamiche causali ruotano attorno all’eîdos, allora la conclusione aristotelica non può che essere una sola: la componente teleologica è fondamentale in biologia. Il primato del rapporto “forma/fine” è più che legittimo – ed esaustivo – a spiegare la struttura degli organi, in vista (appunto) della loro funzione. Quindi, ogni processo è finalizzato ad uno scopo razionalmente comprensibile (sapere teoretico). Quini, ogni essere vivente è “perfettamente adattato” alla propria destinazione (fine teleologico). La finalizzazione è limitata solo in riferimento ad un altro grande tema: la sopravvivenza della specie. Un banale esempio può risultare più che chiaro, a tal riguardo: la posizione della bocca negli squali rende difficoltoso per quest’ultimi l’ingurgitare molto pesce in una volta sola… la Natura ha adoperato in questo modo per garantire la sopravvivenza tanto dei pesci quanto degli stessi quali – i quali potrebbero altrimenti morire d’indigestione -.

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IDEA PER UNA STORIA UNIVERSALE: PARTE SECONDA.

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Riprendiamo da dove avevamo lasciato e concludiamo la riflessione in questione, esponendo le restanti quattro tesi kantiane:

  • SESTA TESI – «Questo problema è insieme il più difficile e quello che verrà risolto più tardi dal genere umano.»: l’uomo, secondo Kant, desidera vedere salvaguardata la propria libertà ma, essendo anche mosso da impulsi ed istinti egoistici, non evita di ledere quella altrui per conseguire ulteriori vantaggi personali. Non potendo contemplare la figura di un leviatano hobbesiano – data la trascendentalità del diritto pubblico -, il filosofo tedesco si interroga circa la possibilità di fare affidamento ad un “garante istituzionale” – un “padrone” – che riesca a tutelare le libertà di tutti; dinamica non semplice – per ammissione dello stesso Kant -, data la necessarietà che anche lo stesso non sia viziato da egoismo e/o da interessi individualistici. La conclusione, cui perviene il filosofo, si limita a definire la fisionomia – forse utopica – di cui deve costituirsi tale figura: «[…] a tal fine vengono richiesti giusti concetti circa la natura di una possibile costituzione, grande esperienza ottenuta attraverso molti corsi del mondo e, oltre a tutto ciò, una buona volontà preparata al suo accoglimento; ma questi tre elementi potranno trovarsi uniti molto difficilmente e, quando ciò accada, solo molto tardi, dopo molti tentativi falliti.»;
  • SETTIMA TESI – «Il problema della instaurazione di una costituzione civile perfetta dipende dal problema di un rapporto esterno fra Stati secondo leggi e non può essere risolto senza quest’ultimo.»: si tratta dell’evoluzione – in una chiave di lettura sovra-nazionale – della quarta tesi. La “insocievole socievolezza” può essere intesa anche a livello prettamente “statale” – focalizzando cioè l’attenzione sul concetto di “popolo” e non più di singolo cittadino -, permettendoci cioè di interpretare l’antagonismo in riferimento ai rapporti internazionali. Esattamente come avviene all’interno dei singoli contesti sociali, anche in questa dimensione è la Natura che pone delle ben definite disposizioni per il perseguimento di un preciso fine: il far comprendere la gravità della guerra, della miseria, ecc., di modo da spronare così le istituzioni a formare accordi di pace e di reciproca collaborazione. Kant parla di «federazione di popoli» (Foedus Amphictyonum). Appare particolarmente interessante la riflessione formulata in riferimento al selvaggio rousseauiano:

Prima che questo passo (cioè l’unione degli Stati) sia compiuto, e cioè quasi solo a metà della sua formazione, la natura umana sopporta i mali più duri sotto l’apparenza ingannatrice di un benessere esteriore; e Rousseau non aveva dunque torto a preferire lo stato dei selvaggi, se solo non si considera quest’ultimo stadio a cui il nostro genere deve ancora sollevarsi. Noi siamo, per mezzo di arte e scienza, acculturati in alto grado. Siamo civilizzati, sino all’eccesso, in ogni forma di cortesia e decoro sociale. Ma per ritenerci moralizzati ci manca ancora molto. Infatti l’idea della moralità appartiene anch’essa alla cultura […]. Sinché però gli Stati impiegano tutte le forze nelle loro egoistiche e violente mire espansive, e ostacolano così, incessantemente, la lenta fatica dell’interna educazione dell’atteggiamento di pensiero dei loro cittadini, e anzi tolgono a quest’ultimi ogni sostegno a tal fine, non c’è da attendersi nulla di questo; perché per ciò è necessario un lungo esercizio interno di ogni corpo comune nell’educazione dei suoi cittadini. […] Il genere umano rimarrà certo in questa condizione sino a che, nel modo che ho detto, non si sarà tratto fuori dall’assetto caotico dei suoi rapporti fra Stati.

  • OTTAVA TESI – «Si può considerare la storia del genere umano, in grande, come il compimento di un piano nascosto della natura volto ad instaurare una perfetta costituzione statale interna e, a questo fine, anche esterna, in quanto unica condizione nella quale la natura possa completamente sviluppare nell’umanità tutte le sue disposizioni.»: come afferma lo stesso Kant: «Si tratta solo di vedere se l’esperienza riveli qualcosa di un tale andamento del disegno della natura. Io dico: qualche piccola cosa […].» Lo sviluppo della libertà civile assume le vesti di un moto lento ma inarrestabile; limitare la stessa significa, afferma il filosofo, indebolire lo Stato sia da un punto di vista economico e politico sia in riferimento ai rapporti internazionali. Tale consapevolezza, sottolinea Kant, porterà inevitabilmente gli Stati stessi a promuovere sempre più forme “genuine” di libertà – come quella religiosa, ad esempio -, tali da permettere a ciascuno di esercitare il proprio diritto – nel rispetto di leggi illuminate (e progressiste) – e di evitare di ledere gli interessi altrui:

Sebbene questo corpo statale consista ora solo di un abbozzo molto primitivo, tuttavia comincia già per così dire a destarsi un sentimento in tutte le sue membra,, ognuna delle quali è interessata alla conservazione dell’intero; e questo dà la speranza che, dopo più rivoluzioni nella trasformazione, infine, possa un giorno essere realizzato ciò che la natura ha per scopo supremo, cioè un universale assetto cosmopolitico […].

  • NONA TESI – «Un tentativo filosofico di elaborare la storia universale del mondo secondo un piano della natura che tenda alla perfetta unificazione civile nel genere umano deve essere considerato possibile e anzi tale da promuovere questo scopo naturale.»: la tesi finale serve, più che altro, a Kant per giustificare l’intento (quasi pedagogico) dell’elaborazione del testo medesimo:

[…] deve tuttavia condurre chiunque, in modo naturale, a chiedersi come i nostri tardi discendenti inizieranno a raccogliere il fardello di storia che noi vorremmo lasciare loro dopo qualche secolo. Senza dubbio essi valuteranno le ere più antiche, i cui documenti dovranno essere per loro da tempo scomparsi, solo dal punto di vista di ciò che li interessa, vale a dire per ciò che popoli e governi hanno fatto di buono o di cattivo da un punto di vista cosmopolitico.

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IDEA PER UNA STORIA UNIVERSALE: PARTE PRIMA.

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Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico è uno scritto politico del 1784. Si sviluppa lungo nove tesi. Trattasi di un altro testo di particolare importanza all’interno della filosofia kantiana. L’intento dell’opera è quello di riuscire a scorgere un filo conduttore che leghi, in modo indissolubile, lo “scopo privato del singolo” allo “scopo generale della Natura”; Kant, in pratica, s’interroga circa l’esistenza di una meta ultima – comunemente condivisa dall’intera umanità – tale da giustificare e avvolgere ogni chiave di lettura individualistica:

Qui per il filosofo non c’è altra via d’uscita, dato che non può presupporre negli uomini e nel loro gioco su grande scale alcun razionale scopo proprio, che quella di tentare se in questo assurdo andamento delle cose umane possa scoprire uno scopo della natura, grazie a cui sia comunque possibile, di creature che si comportano senza un proprio piano, una storia secondo un determinato piano della natura.

Anche per questo elaborato, una esposizione schematica delle tesi trattate può essere particolarmente intuitiva e di facile assimilazione. Vediamo intanto le prime cinque tesi esposte:

  • PRIMA TESI – «Tutte le disposizione naturali di una creatura sono destinate a dispiegarsi un giorno in modo completo e conforme al fine.»Kant afferma che: «Un organo che non sia utilizzato, un’organizzazione che non raggiunga il suo fine, è una contraddizione nella dottrina  teleologica della natura.» In sintesi: se tale assioma venisse meno, la Natura non sarebbe allora più regolata da leggi e – conseguentemente – la «sconfortante accidentalità» guiderebbe le azioni degli uomini al posto della ragione;
  • SECONDA TESI – «Nell’uomo (in quanto unica creatura razionale sulla Terra) quelle disposizioni naturali che sono finalizzate all’uso della sua ragione si sviluppano completamente nel genere, non nell’individuo.»: l’argomentazione è alquanto “logica”: la ragione si sviluppa e progredisce in termini “generazionali” e necessità di tutti i miglioramenti ed i tentativi che ogni singolo componente la specie umana è in grado di offrirle durante la breve vita terrena concessagli;
  • TERZA TESI – «La natura ha voluto che l’uomo traesse interamente da se stesso tutto ciò che va oltre l’organizzazione meccanica della sua esistenza animale e che non partecipasse di alcuna altra felicità o perfezione se non quella che egli si fosse procurato, libero dall’istinto, da se stesso, per mezzo della propria ragione.»: si tratta di una riflessione molto “figlia dei Lumi” e che evidenzia, nuovamente, l’ottimismo antropologico kantiano. Il progresso umano, così come la capacità dell’uomo di apprendere, migliorarsi e progredire – sotto ogni forma ed in ogni arte e scienza – è il puro risultato dell’uso illuminato dell’intelletto e non dell’istinto;
  • QUARTA TESI – «Il mezzo di cui la natura si serve per portare a compimento lo sviluppo di tutte le sue disposizioni è il loro antagonismo nella società, in quanto esso divenga infine la causa di un ordine legittimo.»: forse la tesi più controversa – almeno a prima vista -. Con il termine “antagonismo” Kant indica quella che chiama «insocievole socievolezza». L’espressione contiene due elementi – che oserei considerare – tanto dicotomici quanto contigui. Il filosofo sostiene che l’uomo, in quanto animale sociale, sia spronato a formare società coi propri simili ma che, nel momento stesso dell’instaurazione della medesima, tenda anche a volersi ritagliare al suo interno degli spazi privati ove potersi isolare del tutto – tale desiderio è da ricondursi, più che altro, alla proliferazione degli interessi personali e particolaristici -. Tale contrasto, insito nella sociabilità umana, è ciò che sprona l’uomo a migliorarsi per elevarsi e/o distinguersi dai propri simili. In riferimento a questa argomentazione, leggere Kant affermare «Si rendano dunque grazie alla natura per l’intrattabilità, per la vanità suscitatrice di invidiosa rivalità, per l’invincibile brama di ricchezze o di dominio!» fa riflettere molto su alcune tematiche mandevilliane. Ciò che l’illuminista pare voler sottolineare è l’esistenza di un preciso punto d’incontro tra l’uomo e la Natura: «L’uomo vuole concordia; ma la natura conosce meglio ciò che è buono per il suo genere: essa vuole discordia.» La passività a cui l’uomo desidera pervenire contrasta con l’attività, impostagli dalla Natura, a tentare sempre e dovunque di migliorarsi e perfezionarsi. Arte, scienza, cultura e via discorrendo sono, dunque, frutti della “insocievolezza”. Questo fornisce l’input per il progresso dell’intero genere umano;
  • QUINTA TESI – «Il massimo problema per il genere umano, alla cui soluzione la natura lo costringe, è il raggiungimento di una società civile che faccia valere universalmente il diritto.»: la società kantiana è una società costituita civilmente – attorno cioè al riconoscimento universale del diritto pubblico -. Una società civile, sostiene Kant, è l’organizzazione sociale che possiede il più elevato grado di libertà – e, quindi, un diffuso antagonismo tra i suoi componenti, per quanto visto poc’anzi – e, nello stesso tempo, la più rigorosa forma di controllo per suddetta libertà – perché la libertà individuale non deve ledere quella dei “consoci”, ovvero degli altri cittadini. Non per niente, all’interno di tale società è, ovviamente, contemplato il ricorso alla pena -. Una simile organizzazione sociale è lo scopo ultimo della Natura, perché in essa le stesse disposizioni naturali troverebbero attuazione – l’insocievole socievolezza di cui prima -.

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