UOMO, DIO E CONOSCENZA IN LEIBNIZ.


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Leibniz sostiene che la mente umana vada presentando a priori una struttura logica tale da consentirle di “interagire” con l’esperienza e con quanto, tramite essa, finisca con il venire recepito. Questa argomentazione è in netto e forte contrasto con l’assioma empirista secondo cui niente può ritenersi apriorico, in termini di conoscibilità, all’esperienza stricto sensu. Agli uomini è, dunque, da ascriversi un vero e proprio “innatismo virtuale” e l’esperienza altro non fa che portare alla luce la già innata e pre-esistente struttura logica matematica intrinseca all’essere umano. Si tratta di una convinzione che, sotto alcuni punti di vista, rimanda alle argomentazioni cartesiane e platoniche.

Leibniz parla anche di “piccole percezioni”, ovvero di percezioni che vengono recepite dalla mente tramite i sensi, pur trovandosi quest’ultima in una situazione di “non piena coscienza” – si pensi, ad esempio, a quando cadiamo vittima di un sonno profondo… i rumori vengono comunque percepiti, pur essendo noi stessi privi di coscienza -.

Esistono due livelli della conoscenza:

  • “verità di ragione”: esse sono manifestate e legittimate da proposizioni tautologiche (aliene cioè da contraddizioni di qualsivoglia tipologia) e/o analitiche. In suddette proposizioni il predicato altro non è che una esplicazione del soggetto – ad esempio, il triangolo è un poligono composto da tre lati -. In quanto, per l’appunto, tautologiche e/o analitiche, queste verità rispecchiano il “principio d’identità” e di “non contraddizione”. Sono verità universali e necessarie, oltre che assolute e certe. I soggetti delle verità di ragione sono elementi astratti (cfr. il triangolo di cui copra) e pienamente conoscibili e tali da veicolare l’uomo ad una conoscenza certa ed universale;
  • “verità fattuali”: esse, a differenza delle verità di ragione, non possono prescindere dall’esperienza de facto. Sono verità giustificate ed espresse da proposizioni sintetiche, dove il complemento – sulla base di quanto maturato dall’esperienza – va ad “aggiungere” un qualcosa al soggetto – ad esempio, la stufa è calda… so che è calda proprio perché l’esperienza maturata mi ha condotto ad una tale convinzione -. Sono, quindi, verità accidentali, contingenti, dettate, come già detto, dall’esperienza e non hanno inferenza sul principio di “non contraddizione” – l’espressione la stufa è fredda, infatti, non implica una contraddizione… tutto è giustificato dall’esperienza e qualora la stufa fosse spenta non potrebbe essere calda! La contrarietà è, dunque, logicamente possibile e non ha niente a che fare con la contradditorietà! –. I soggetti delle verità di fatto sono elementi individuali e non possono essere oggetto di una conoscenza apriorica, in quanto impossibilitati essi stessi a disancorarsi da quanto manifestato in ambito esperienziale.

Il livello della conoscenza umana è però molto dissimile da quello divino: le verità fattuali, infatti, sono equiparate alle verità di ragione in Dio. Facciamo un semplice esempio.

Ipotizziamo di stare impugnando una penna e riflettiamo circa le possibilità che la stessa ha di cadere (o meno) a terra. In seno a quanto detto circa le verità fattuali, l’esperienza manifesterà quale condizione è andata avverandosi. Ma in riferimento alla conoscenza divina, tutto cambia! Dio, infatti, sostiene Leibniz, ha già piena coscienza di siffatte condizioni e già sa, a priori, quale tra esse andrà verificandosi – in sintesi: nel momento in cui impugno la penna, l’Altissimo è già consapevole se la stessa cadrà o no a terra -.

In Dio, quindi, tutte le possibilità sono conoscibili e, di conseguenza, le verità fattuali non necessitano dell’esperienza per essere giustificate e legittimate. Da qui segue la sopracitata equiparazione alle verità di ragione. Dio abbraccia, dunque, la totalità ed universalità del conoscibile e dello scibile.

Tale predisposizione conoscitiva apriorica di Dio è di fondamentale importanza per Leibniz. Essa, difatti, è la grande giustificazione filosofica al migliore dei mondi possibili, come avremo modo di vedere.

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