LE COMUNICAZIONI DI DISTURBO.


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La familiarità del “retroscena” deve – per forza di cose – scomparire nel momento in cui due – o più – equipes vengono a trovarsi sul piano della “comunicazione ufficiale”. Quando ciò avviene, infatti, tutti i membri di ciascuna equipe devono , per l’appunto, dare l’impressione di essere proprio loro, ovvero di far (per davvero) parte di quella equipe. In sintesi, ogni membro ritorna nel proprio personaggio e si adopera al fine di proiettare un’immagine “congeniale” dei propri compagni. Se si estende tale dinamica su di una dimensione sovra-individuale, sono le stesse equipes che proiettano una rappresentazione tanto di sé stesse quanto delle altre equipes. Si tratta di un vero e proprio gioco di ruoli fatto di proiezioni e riconoscimenti reciproci.

Goffman parla di vere e proprie «comunicazioni furtive», tali da permettere ai vari personaggi di non delegittimare lo spettacolo. Si tratta di forme di comunicazione non (prettamente) ufficiali, tacite ed in grado di consentire ai vari attori in gioco di far sì che lo spettacolo rappresentato appaia e venga recepito come vero e, di conseguenza, non solo alla stregua di un mera recita artificiale, creata ad hoc, data la circostanza in gioco. Di conseguenza nel caso in cui volessimo rigirare il punto di vista, è possibile sostenere come vi possano essere comunicazioni tali da delegittimare l’attore e, quindi, la rappresentazione medesima. A tal riguardo, Goffman parla di:

  1. «trattamento degli assenti»: generalmente si è soliti “approfittarsi” dell’assenza del pubblico, rivolgendosi allo stesso o in modo irrispettoso o adoperandosi in “caricature”. Per esemplificare all’osso l’intera dinamica dialogica, potremmo dire che A parla con B di C in modo diverso, a seconda che quest’ultimo sia presente o no alla conversazione. Goffman, del resto, appare essere molto schietto a tal riguardo: «Le tecniche di denigrazione che abbiamo considerato stanno ad indicare che, sul piano verbale, gli individui vengono trattati abbastanza bene in loro presenza, ma abbastanza male, non appena volgono le spalle.» La riflessione, in effetti, è profondamente “umana” – come sostiene lo stesso sociologo -: l’accorgimento – se vogliamo “cinico” e (forse) “ipocrita” – stando al quale in presenza del pubblico il rapporto dialogico tende ad essere più pacifico, è finalizzato per lo più a salvaguardare la quiete stessa dell’interazione;
  2. «discussioni sulla messa in scena»: in questo caso si suole indicare le varie forme di comunicazione che intercorrono tra gli attori – appartenenti anche a status sociali differenti – in assenza del pubblico, nel momento di “allestimento della rappresentazione”. In genere, infatti, in questo frangente che anticipa la “scena”, è possibile assistere ad una vera e propria convergenza di discorsi riguardanti quello stesso pubblico che, da lì a breve, farà – o potrebbe fare – la propria comparsa nell’interazione – si pensi, ad esempio, al semplice e (ben) diffuso “pettegolezzo” -. Come afferma lo stesso Goffman: «I discorsi che fanno gli attori e gli studiosi sono completamente diversi, ma i discorsi che fanno a proposito dei propri discorsi sono del tutto simili.»
  3. «cospirazioni d’equipe»: quando un attore parla, all’interno dell’interazione vi è da parte degli interlocutori la (apriorica) certezza – o speranza – che quanto esternato sia veritiero, nel senso di “corrispondente” al ruolo ricoperto dall’attore medesimo. Motivo per cui, alcune dinamiche prettamente comunicative – come, ad esempio, il parlare sottovoce con alcuni compagni – potrebbero far sorgere dei dubbi nella mente degli alter ego e far loro pensare che sia in atto una cospirazione («combutta di equipe»). Si tenga anche conto del fatto che spesso è lo stesso pubblico a fornire quella (ben nota) forma di “rilassamento” e sicurezza tale da permettere ad uno o più interlocutori di “sviare” dalla sopracitata “genuinità comunicativa”… atmosfera questa che, in talune circostanze, può anche essere predisposta con cognizione di causa dal pubblico stesso, proprio al fine di cogliere ed evidenziare siffatti comportamenti ritenuti essere scorretti;
  4. «azioni di ri-allineamento»: «stare in guardia», «mantenere le distanze», «tastare il terreno» et similia, sono solo alcune delle strategie di comunicazione che si verificano tra equipes. Spesso vengono sfruttate per mettere in cattiva luce un particolare team a favore di un altro oppure per enfatizzare – o denigrare – uno specifico risultato conseguito. Goffman utilizza a riguardo l’espressione «consenso operativo» -. Un caso particolare di ri-allineamento è quello del double talk che è possibile riscontrare, assai spesso, all’interno degli ambienti di lavoro tra un superiore ed un subalterno. Si tratta di tipologie di comunicazione tramite le quali il subordinato informa il proprio superiore di situazioni di cui il primo è responsabile ma sulle quali solo e soltanto il secondo ha potere e dovere d’intervento. Le decisioni prese ed adottate a seguito di queste informazioni possono anche essere non rese note al subalterno e questo al fine di legittimare la distanza “gerarchica” tra il medesimo ed il suo superiore. Altro tentativo di ri-allineamento è possibile scorgerlo ogni qualvolta una equipe di “prestigio superiore” adotta strategie comunicative in grado di permettere ad un’altra equipe – alla prima inferiore per status sociale – di sentirsi accolta, alla pari e via discorrendo – si pensi, ad esempio, ad un datore di lavoro che, durante un’assemblea, utilizza un linguaggio poco forbito e del tutto simile a quello usato dai propri dipendenti -.

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