GOFFMAN: INTRODUZIONE ALLO STIGMA SOCIALE.


La società, secondo Goffman, si articola, per lo più, lungo ben precisi e distinti contesti sociali. Essi fissano le «categorie sociali», a ciascuna delle quali appartiene una moltitudine indistinta di individui, accomunati assieme dalla reciproca condivisione di particolari caratteristiche – siano esse lavorative, fisiche, etiche e via discorrendo -. Avendo “confidenza” con determinati contesti sociali e conoscendone de facto le categorie sociali di riferimento, può anche essere possibile prevedere quali particolari tipologie di soggetti vi saranno in esse inclusi. Potremmo considerarlo come una specie di previa, pre-indirizzata ed apriorica lettura della realtà sociale umana. Può (anche) darsi che, in talune circostanze, la sola visione del mero aspetto fisico di una persona ci possa consentire di “razionalizzarla”, “decodificarla” e, di conseguenza, “catalogarla” all’interno di una specifica categoria sociale. Già questo semplice esercizio mentale – che può essere frutto di una (anche del tutto involontaria) immediata percezione visiva – legittima e giustifica quello che molto spesso, in sociologia, è definito come «catalogazione del prossimo».

È lo stesso Goffman, all’interno dell’opera Stigma. Notes on management of spoiled identity (1963), a fornirci una chiara definizione di “stigma sociale”. Esso è una rottura tra la «identità sociale virtuale» e la «identità sociale attualizzata» di un individuo. In sintesi – e tentando di semplificare al massimo il concetto -, lo stigma si origina nell’incongruenza asimmetrica tra “ciò che sembra e ciò che è”. Goffman sostiene che l’identità sociale virtuale si basa su di una «imputazione attribuita in una retrospettiva potenziale». Praticamente, questa tipologia di identificazione del prossimo si giustifica su di un pregiudizio – “noi ci aspettiamo che sia così” -. D’altro canto, l’identità sociale attualizzata trae legittimazione, invece, dall’attribuzione ad un determinato soggetto di una precisa categoria sociale e di qualifiche (di vario tipo) dimostrate, definite e certe. La coincidenza tra queste due tipologie d’identità non è assicurata a priori. Vi può essere una totale corrispondenza così come può sussistere tra di loro pure una lieve o più marcata discrepanza. Questo può, tra le altre cose, anche pregiudicare la catalogazione avviata su di una persona qualsiasi: ad esempio, a seguito di approfondimenti analitici, potremmo essere sollecitati a “riclassificare” un individuo – già precedentemente “catalogato” in una categoria prevista – all’interno di una diversa categoria. Anche quest’ultima sarà, ad ogni modo, una categoria prevista ma, ovviamente, diversa dalla precedente – praticamente ciò che viene delegittimato non è tanto il fondamento dell’identità sociale virtuale quanto piuttosto la conseguente collocazione sociale -.

Ma, naturalmente, Goffman ha ben chiaro come, anche solo semanticamente – persino all’interno del linguaggio formale che caratterizza i rapporti interrelazionali -, il concetto di stigma sia, molto spesso, utilizzato come sinonimo di disprezzo o, ad ogni modo, usato in modo del tutto dispregiativo. Ecco perché il termine “stereotipo” non tarda ad essere da lui menzionato in seno a tale argomentazione: lo stigma indica un «genere speciale di rapporto tra l’attributo e lo stereotipo». Per Goffman l’errore epistemologico si verifica quando le indagini rivolte allo studio dello stigma sociale finiscono con l’essere esclusivamente veicolate nei riguardi dell’analisi del mero attributo; per il sociologo, al contrario, è all’interno dei rapporti interpersonali che esso dovrebbe venire approfondito più che mai. 

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