STIGMI E MODELLI DI RIFERIMENTO.


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Passiamo adesso in rassegna i principali modelli di riferimento, teorizzati da Goffman, nei riguardi dei portatori di stigmi sociali:

  1. un primo modello può essere quello costituito da soggetti che sono considerati come degli stigmatizzati a causa di mancanze possedute fin dalla nascita e/o dalla giovanissima età. Si tratta di mancanze che possono arrecare gravi forme di disagio e/o difficoltà sociale ed umana (anche) in seno alla capacità e possibilità di relazionarsi col prossimo. Un esempio può essere quello dell’orfano. L’orfano, difatti, cresce non conoscendo cosa significhi avere un padre ed una madre – eventualmente, potrà apprenderlo solo in seguito -. In riferimento a questo modello vi sono poi tutta una serie di correttivi che possono essere posti a difesa dello stigmatizzato da parte di parenti e/o amici, con l’intento di alienare l’individuo da tutte quelle dinamiche che potrebbero fargli percepire chiaramente il fatto di essere un “diverso”. Molti “drammi umani” si potrebbero, ad ogni modo, verificare proprio nel momento in cui tale difese – per cause di forza maggiore – venissero destituite, lasciando così lo stigmatizzato “nudo” agli occhi dei normali – l’esempio del “primo giorno di scuola” calza a pennello, in questo senso -;
  2. un secondo modello può costituirsi di due dinamiche intrinseche: A) vi possono esseri soggetti che vengono discriminati e riconosciuti essere portatori di uno stigma, ma in una fase avanzata – o molto avanzata – della loro vita – in tal caso questi soggetti non avranno problemi di “reinterpretazione del proprio passato” a causa del riconoscimento stesso dello stigma sociale -; B) oppure vi possono essere individui che si accorgono di essere “toccati” da un particolare stigma sociale solo molto tardi – in età adulta -. Questi soggetti sanno già perfettamente cosa significhi essere un “normale” e cosa implichi l’avere uno stigma – socialmente parlando – e, quindi, potrebbero incorrere in gravi difficoltà nel cercare di “ricollocare” e “catalogare” socialmente la loro stessa persona a seguito di tale scoperta;
  3. vi possono poi essere anche dei modelli caratterizzati da soggetti stigmatizzati capaci di acquisire un nuovo stigma sociale, in modo tale da originare un nuovo «io stigmatizzato», in grado di provocare rotture parziali e/o totali con la precedente fase di socializzazione. Come sottolinea lo stesso sociologo, «il disagio che prova per le nuove conoscenze può lentamente cedere il passo a quello che sente nei confronti delle vecchie. [.. ..] Può darsi che le conoscenze fatte dopo lo stigma lo considerino semplicemente come un minorato, mentre quelle precedenti allo stigma, proprio perché sono ancora ferme all’idea che avevano di lui, non siano capaci di trattarlo con tatto, familiarità o accettazione.»

Stando alle riflessioni di Goffman, lo “screditato” altro non è che un soggetto stigmatizzato il cui stigma era già conosciuto in precedenza dai normali, prima ancora che quest’ultimi stringessero rapporti col medesimo. Dunque, affinché un soggetto qualsiasi possa venire definito “screditato” o “screditabile”, diviene necessario valutare le informazioni pervenuteci aprioristicamente. Queste informazioni vengono, generalmente, indicate con il termine di “simboli”: i simboli presi in considerazione sono, ovviamente, i “simboli di stigma”, ovvero tutti quei parametri informativi e conoscitivi che ci permettono di definire la fisionomia sociale del soggetto stesso. Un’altra categoria di simboli sono quelli definiti “distruttori di identità”, tramite i quali lo screditato tenta di porre in essere delle dinamiche finalizzate all’abbattimento di quel segno che lo rende diverso agli occhi dei normali – ad esempio, un analfabeta che finge e/o tenta di saper leggere e scrivere -. Si tratta, ad ogni modo, di simboli “istituzionalizzati” – nel senso proprio sociologico del termine -, altrimenti la loro capacità di assolvere tali funzioni informative (in ambito sociale) sarebbe del tutto inficiata e resa vana.

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