GLI STIGMATIZZATI ED I GRUPPI SOCIALI.


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Quando si viene ad instaurare un contatto diretto tra uno stigmatizzato ed un soggetto “normale”, lo stigma viene inevitabilmente affrontato, durante l’evolversi dell’interazione stessa. Goffman, difatti, sostiene che, anche qualora esso non venga né comunicato esplicitamente né individuato nell’immediatezza del momento dialogico, il portatore di stigma sarà, ad ogni modo, portato a chiedersi:

  • se lo stigma sia stato recepito dal normale;
  • in quale categoria il normale, sulla base della tipologia dello stigma medesimo, collocherà lo stigmatizzato;
  • se il giudizio che ha di lui il normale sarà influenzato in parte o in toto dal possesso di quello specifico stigma.

Il sociologo canadese, soffermando la propria attenzione proprio nei riguardi dei contatti diretti, afferma che una particolare forma d’imbarazzo, verso cui può essere assoggettato lo stigmatizzato, potrebbe originarsi qualora il normale offra forme di aiuto e/o di assistenza non necessarie o non richieste dal portatore dello stigma, ma proposte solo perché incentivate da curiosità e desiderio di approfondire, più da vicino, la natura stessa dello stigma sociale. Queste intrusioni possono essere giustificate anche da ragionamenti che il normale potrebbe basare su pregiudizi o particolari tipologie di stereotipi. Teniamo, ad ogni modo, sempre bene a mente che situazioni di disagio ed imbarazzo possono anche vertere nei riguardi dei normali stessi: ad esempio, per un individuo normale potrebbe essere (anche) abbastanza problematico, in un determinato contesto e nei riguardi di un preciso stigma, “muoversi” nel rapporto dialogico senza dare troppo peso ad alcune risposte dello stigmatizzato oppure tentare di non opprimerlo avanzandogli delle richieste per lui impossibili da soddisfare, data la natura del suo stigma. Nei confronti di questi contatti diretti – Goffman utilizza, molto spesso, la dicitura «contatti misti» – si possono verificare occasioni e situazioni in cui, da parte dello stigmatizzato, siano poste in essere critiche e reazioni anche particolarmente violente. Un atteggiamento ostile di questo tipo può essere  recepito e decodificato in diversi modi da parte dei soggetti normali – ad esempio, potrebbe per loro divenire l’ennesima prova e testimonianza del possesso reale di quel particolare tipo di stigma sociale -.

Spostando l’attenzione sull’analisi dei gruppi sociali, Goffman ne individua soprattutto due:

  1. un gruppo i cui componenti sono tutti portatori dello stesso identico stigma: il sociologo sottolinea la presenza di «saggi» che, sulla base della propria esperienza sia umana che sociale, sono in grado d’impartire ai membri del gruppo le “tattiche comportamentali” a cui affidarsi per muoversi con scioltezza all’interno del contesto sociale;
  2. un gruppo formato unicamente da «saggi»: dove, in questo caso, gli stessi sono individui che hanno maturato e sviluppato, nel corso degli anni, una così intensa e forte affiliazione, intimità ed affettività con gli stigmatizzati, che quest’ultimi si mostrano loro senza imbarazzo e privi di alcuna remora. La “saggezza” di questi individui trae legittimazione dal continuo e lungo lavoro svolto in ambienti specifici, caratterizzati dalla presenza di stigmi particolari.

Goffman afferma che la figura del “saggio” non sia di semplice lettura. O almeno non lo è in termini aprioristici. Un saggio, per il sociologo canadese, può essere anche un individuo normale che però, al pari di uno stigmatizzato, vive con la perenne necessità di guardarsi dal giudizio dei normali. E, proprio a causa di questo, riesce a sviluppare un forte legame con i portatori di stigma. Un esempio può essere quello del padre di un tossicodipendente.

Goffman, ad ogni modo, distingue il concetto di gruppo da quello di categoria. Una categoria sociale non coincide sempre e/o necessariamente con un gruppo sociale; questo perché una categoria non possiede «la capacità di compiere azioni collettive, né una struttura stabile e comprensiva di interazione reciproca.» Una categoria è formata da vari gruppi, accomunati, per l’appunto, dalla condivisione di caratteristiche che li fanno appartenere alla medesima categoria sociale. Ma la totalità dei membri di una categoria non può costituire di per sé un gruppo. All’interno poi di una categoria possono “ergersi” particolari figure di rappresentanza. Sono, in genere, stigmatizzati che sono riusciti a raggiungere elevate posizioni professionali, politiche, economiche, ecc. Questa dinamica può comportare due cose:

  1. colui che ha “professionalizzato” il proprio stigma può comunicare anche con gruppi di altre categorie e/o rappresentare altri gruppi della stessa categoria. Questo provoca la rottura di eventuali “circoli chiusi” – soprattutto di tipo comunicativo ed interrelazionale – all’interno delle categorie medesime;
  2. il “rappresentante”, dovendo enfatizzare sempre e comunque il suo stigma – perché da esso ne deriva la definizione di sé come individuo, oltre alla sua stessa professionalizzazione -, a seconda dei contesti, potrebbe essere obbligato o ad esaltarlo o a sminuirlo. In ambo i casi, questo può provocare una mistificazione del contenuto più puro della sua funzione di rappresentanza.

Rappresentanti, membri onorari, «saggi» et similia, possono anche contribuire, secondo Goffman, al processo di «normalizzazione dello stigma», per far comprendere fino a che punto sia possibile trattare lo stigma facendo in modo che esso non venga recepito come mistificante e/o “distorsivo”. La “normalizzazione” non deve essere confusa con il processo di «normificazione», tramite il quale si cerca – anche forzatamente – di far apparire normale uno stigma sociale.

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