LA RES EXTENSA CARTESIANA.


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Risolta la questione legata all’impasse del solipsismo – tramite il principio di causalità e la concezione meccanicistica del Mondo -, superato l’ostacolo rappresentato dal «genio maligno» – attraverso la dinamica della contingenza a cui deve esser sottoposta qualsivoglia verità, per poter esser ritenuta certa, valida ed aliena da dubbi – e posto, infine, Dio nel ruolo di artefice di tutta la realtà – spiegabile ed interpretabile attraverso la logica deduttiva e matematica, ovvero attraverso l’applicazione della ragione al metodo -, resta un unico grande problema nella filosofia razionalista cartesiana. Un unico grande problema che abbiamo già avuto modo di affrontare, quando avevamo evidenziato la distanza tra Descartes e l’empirismo: come interpretare e spiegare il Mondo naturale, ossia il Mondo degli oggetti fisici composti di corpo e materia? Avevamo già parlato di un’esperienza (o fisica) strincto sensu da intendersi, sempre e comunque, a posteriori rispetto alla matematica, ma occorre, adesso, analizzare più a fondo questa riflessione epistemologica.

Osservando un qualsiasi oggetto fisico – come, ad esempio, un tronco di un albero -, Descartes è portato a chiedersi se quell’oggetto debba il suo modo di essere a particolari idee o sostanze oppure al semplice fatto di presentarsi “materialmente” proprio sotto quelle vesti. In breve: il tronco di un albero è ciò che è per il semplice fatto di essere, per l’appunto, un mero tronco di albero? Approfondiamo ulteriormente il quesito: dietro alla percezione che abbiamo di un tronco di un albero vi sono idee o sostanze che appartengono ad un Mondo “soprasensibile” e che lo trascendono (cfr. Platone)? Oppure, invece di trascenderlo, lo rendono tale perché la nostra percezione si fonda sull’immanenza fenomenica (cfr. Aristotele)? Oppure nessuno dei due casi è corretto perché il tronco di un albero è (per l’appunto) ciò che è sulla base delle sue sole e semplici proprietà ed attributi materiali? Qual’è il corretto percorso epistemologico a cui dobbiamo attingere conoscenza? Partiamo, innanzitutto, dall’ennesimo presupposto cartesiano.

Il razionalista afferma che non conta tanto ciò che pensiamo di un oggetto fisico di cui abbiamo percezione nel Mondo naturale. Al contrario. Ciò che realmente ha importanza sono piuttosto le idee che noi maturiamo a priori – questo è il fulcro del concetto, tenetelo a mente – nei riguardi di quel medesimo oggetto. In poche parole: se vedo un tronco di un albero, io non devo permettere alla mia mente di focalizzarsi sul tronco ma, anzi, devo concentrarmi e riflettere sull’idea “tronco di albero” che la mia mente elabora. Cosa significa tutto questo? Beh, si tratta di un vero e proprio capovolgimento del metodo di analisi e che ribadisce quanto Descartes detesti pesantemente ogni logica di stampo empirista. Perché la riflessione cartesiana verte prima sul soggetto – la mente umana ovvero la res cogitans – e soltanto successivamente essa stessa si dedica a studiare l’oggetto – il tronco di un albero –. Il problema epistemologico, che incombe sul metodo cartesiano, quando il razionalista passa a sondare il Mondo fisico, lo abbiamo già descritto: ciò che percepiamo è filtrato dai sensi, ma i sensi sono ingannevoli. Quindi la domanda che Descartes si pone è se, tuttavia, sia possibile cogliere di questi oggetti alcune verità certe, la cui certezza, però, sia convalidata dal dubbio metodico. Procediamo con linearità d’indagine.

Descartes, mentre scruta gli oggetti fisici, si rende conto di come essi possano cambiare aspetto, proprietà, attributi e via discorrendo. Ma, al contempo, comprende che un aspetto può essere dedotto, matematicamente, da quegli stessi corpi: la loro estensione. L’estensione, nella semantica cartesiana, è l’insieme delle caratteristiche matematiche e geometriche di cui ogni corpo si va costituendo: altezza, volume, lunghezza, spazio, tempo et similia. A questo insieme il razionalista dà il nome di res extensa che quindi, deduzione alla mano, altro non è che ciò che matematicamente può essere (per l’appunto) dedotto dall’osservare il Mondo fisico. Ed è qui che dobbiamo inserire nuovamente quel passaggio epistemologico di cui avevamo già parlato qualche paragrafo fa: queste caratteristiche, afferma Descartes, non le deduciamo tramite il contatto o l’esperienza empirica ma grazie al fatto che la res cogitans, prima di concentrarsi sull’oggetto, si concentra sull’idea che di esso la nostra mente ha elaborato aprioristicamente. In questa dinamica trova giustificazione l’esperienza posta al cospetto del metodo: cartesianamente parlando, l’empirismo altro non è che la eventuale conferma di quanto il metodo, a priori, ha già avuto modo di dedurre su quel determinato corpo fisico.

La res extensa, cioè l’estensione di un corpo costituito di materia, è l’essenza di tutto il Mondo fisico, il che, dunque, veicola il razionalista ad interpretare tutta la realtà sulla base delle proprietà matematiche e geometriche possedute da tutti i corpi in essa locati. Non esiste, nel Mondo naturale, nient’altro che l’estensione dei corpi; tutte le altre qualità (odori, suoni, forme aristoteliche, ecc.) non sono che illusioni, che giungono a noi attraverso i nostri (ingannevoli) sensi. In questo consiste la res extensa cartesiana: “è reale solo ciò che è materiale e, quindi, solo ciò che occupa lo spazio in diversi punti e momenti”. Il che significa che lo spazio strincto sensu, contemplato dal razionalista, non possa che essere quello euclideo, in cui tutto può essere diviso all’infinito in infinite parti – concetto che porta Descartes a rinnegare l’esistenza degli atomi – e nel quale non esiste il vuoto. Tutto lo spazio è pieno. Perché non può esistere uno spazio senza spazio. L’estensione, infatti, definisce la sostanza che si identifica con la sostanza materiale che, a sua volta, coincide con tutto lo spazio; dunque, uno spazio senza materia non esiste. In realtà, la res extensa viene proprio interpretata come un unico corpo esteso, composto da tanti piccoli corpi, divisibili ed occupanti l’intera realtà. Ma nessuno di questi corpi è indipendente o costituito da parti separate: è un tutt’uno che si estende ovunque. Tutto lo spazio è materia e la materia copre l’intero spazio. Ogni corpo è divisibile all’infinito, ma la materia si muove come un’unica cosa estesa – res extensa – che non contempla la presenza di particolari o indipendenti parti al suo interno.

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