L’ESPERIENZA AL COSPETTO DEL METODO.


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Per metodo, invece, intendo regole certe e facili, osservando esattamente le quali nessuno mai supporrà il falso per il vero, senza sprecare inutilmente alcuno sforzo della mente, ma, incrementando sempre gradatamente il sapere, perverrà alla vera conoscenza di tutte quelle cose di cui sarà capace.

Con la pubblicazione dell’opera Regulae ad directionem ingenii (1628), Descartes inizia a porre le basi del suo metodo scientifico per la ricerca epistemologica della conoscenza lato sensu. Come abbiamo già avuto modo di vedere, il metodo cartesiano assume il compito di legittimare e spiegare sul piano meramente filosofico la nuova scienza, giustificata dalla Rivoluzione Scientifica. Il primo passo per la composizione di questo nuovo metodo di ricerca è, ovviamente, il prendere le distanze dall’aristotelismo scolastico che aveva pesantemente caratterizzato tutto il Medioevo; la “matematizzazione” della conoscenza veicola l’attenzione e le riflessioni di Descartes verso l’accettazione di un principio che non può, mai e poi mai, “accogliere” alcun tipo di accorgimento  o compromesso: solo ciò che risulta essere certo, evidente ed alieno da qualsivoglia forma d’incertezza può essere elevato al grado di vera conoscenza. In questo consiste, per il razionalista francese, il vero sapere scientifico. E dato che solo le scienze matematiche possiedono, agli occhi di Descartes, queste tre imprescindibili caratteristiche, la matematica e la geometria divengono gli strumenti a cui affidare ogni tipologia di ricerca epistemologica.

Descartes afferma che ogni idea indirizzata alla comprensione di un precisa forma di conoscenza, per essere ritenuta valida di formulare vero sapere, deve essere obbligatoriamente “strutturata” more mathematico, ovvero deve sottostare ad un ben definito percorso di elaborazione e comprensione mentale, caratterizzato in totode facto dalla logica matematica. Il procedimento logico matematico deve, quindi, divenire il fulcro attorno a cui far ruotare tutta l’intera attività razionale della mente umana. Il che significa – analizzando lo stesso paradigma da un altro punto di vista – che la matematica altro non è che lo strumento più consono alla mente umana per svolgere indagini scientifiche. Ogni risultato di un tale modus operandi dell’intelletto fornisce, come risultato, un qualcosa di matematicamente avvalorato da certezza ed evidenza. Ma l’applicazione del procedimento logico matematico alla capacità di razionalizzazione della mente umana, porta Descartes a costituire tutto l’impianto del suo metodo di ricerca di un’altra ben precisa caratteristica: il principio deduttivo.

Partendo da alcuni assiomi fondamentali o principi innati o «verità prime» – sono queste le uniche induzioni di cui si costituisce l’intero metodo cartesiano; come l’idea di Dio, ad esempio -, le deduzioni logiche restano per Descartes le dinamiche cui affidarsi per giungere alla conoscenza. Si tratta di una vera e propria concatenazione logica dove il principio, che segue, legittima sempre il suo precedente e pone le basi per lo studio del suo successivo. Ogni precetto per il razionalista è meritevole di essere ritenuto vero a patto che non sconfessi quello che lo anticipa. Il metodo cartesiano, dunque, altro non è che un lineare procedere per deduzioni logiche, giustificato da un modus operandi del tutto matematico.

L’ordine consiste solo in questo, che le cose che sono proposte per prime debbano esser conosciute senza alcun aiuto di quelle che seguono, e che poi tutte le altre debbano esser disposte in modo che possano esser dimostrate solo dalle precedenti.

Ma è proprio qui che Descartes finisce con l’imbattersi nel primo dei suoi “problemi” epistemologici. Perché altri ne seguiranno, più avanti. Ad ogni modo, una cosa è il far sottostare al metodo matematico cartesiano principi o idee che, pur se dovendo essere verificate, sono ontologicamente riconducibili alla mera aritmetica e geometria. Ma un’altra cosa è, ovviamente, il dover discernere, tramite tale metodologia, realtà legate a scienze totalmente distanti dal “Mondo algebrico”. Come le scienze naturali. O quelle filosofiche, ad esempio. Gli ostacoli, quindi, che il razionalista deve aggirare non sono pochi. Vediamo intanto come tenta di risolvere l’impasse legata alla fisica – o, più in generale, alle scienze naturali -.

Descartes afferma che i principi matematici necessitino della sola logica umana per essere verificati. Proprio perché la mente dell’uomo deve vertere esclusivamente su di un metodo di approccio totalmente matematico – come abbiamo poc’anzi sostenuto -. Ma nell’ambito delle scienze naturali, realtà come i fenomeni, per essere studiati e compresi, richiedono un percorso di studio diverso. O, ad ogni modo, integrato dall’analisi sul campo e dalla verifica con l’esperienza. Ma il riscontro empirico con la realtà circostante, usato per affermare la certezza e la validità di un dato fenomeno, è una dinamica che il razionalista non può minimamente contemplare. Considerare, difatti, Descartes un empirista alla pari di Hume o di Locke sarebbe un errore grossolano. Ma, nonostante l’alienazione dal metodo empirico, il razionalista francese non può non evidenziare l’importanza del ruolo ricoperto dall’esperienza nell’avvalorare la veridicità di un fenomeno riconducibile alle scienze naturali. Quindi è obbligato a compiere un ragionamento molto particolare. Nega la possibilità di una fisica “a priori” – mantenendo, in quel ruolo di assoluto garante e motore del metodo, la matematica – e fa derivare l’importanza del ruolo della suddetta esperienza dal metodo da lui stesso formulato. Cosa significa tutto questo? Beh, significa che per Descartes tutte le teorizzazioni empiriche restino sì valide, ma solo e soltanto se sul piano dell’esperienza finiscono poi col verificare e giustificare tutte quelle implicazioni spiegate, teorizzate e formulate, aprioristicamente, da precisi ragionamenti matematici. Così facendo, non solo la fisica risulta essere sempre “a posteriori” nei riguardi della matematica, ma, se veritiera, finisce persino col legittimarla ulteriormente. I postulati empirici, quindi, si fondano sì sull’esperienza, ma non è questa che legittima il postulato in sé, bensì il suo convalidare i ragionamenti matematici che di quel fenomeno hanno descritto conseguenze ed effetti. In questo consiste la visione meccanicistica cartesiana – applicata al metodo – per la ricerca epistemologica della conoscenza legata alle scienze naturali.

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