RIBALTA, RETROSCENA E LORO REGOLE STRUTTURANTI.


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Oltre alla “rappresentazione” e alla “scena” – ovvero il “bagaglio semantico” che della rappresentazione costituisce la facciata – Goffman fa menzione della cosiddetta “ribalta”. Il sociologo sostiene come certi aspetti caratterizzanti una rappresentazione possano venire “valorizzati” non tanto per il pubblico quanto, piuttosto, per la suddetta.

Quando un soggetto, all’interno di una rappresentazione, si affida ad una ribalta, il fine ultimo è quello di evidenziare come il suo comportamento e la sua attività siano da ascrivere al rispetto di certe e ben definite norme. Le stesse possono essere suddivise in due categorie:

  1. “cortesia”: modo attraverso il quale il soggetto in questione si rivolge ai propri interlocutori per mezzo di gesti e/o espressioni sostituitivi della parola e del suo uso;
  2. “decoro”: modo attraverso il quale il soggetto in questione si rivolge ai propri interlocutori nel caso in cui sappia di poter esser visto e/o udito e sia consapevole di non trovarsi nella necessità di rivolgere loro la parola. Proprio per questa regione le regole del decoro non sono pertinenti alle regole della conversazioneGoffman, a tal riguardo, parla di “regole morali” e “regole strumentali”.

Le regole morali consistono nel non importunare il prossimo e, di conseguenza, nel rispettare tutto ciò la cui violazione comporterebbe un’offesa all’altrui persona – si pensi, ad esempio, al doversi comportare in maniera decorosa all’interno di un luogo sacro in presenza di altre persone -. Le regole strumentali, invece, sono dei veri e propri obblighi – anche di natura morale, nel caso – cui l’individuo è tenuto a rispettare in quanto imposti da soggetti terzi quali, ad esempio, il datore di lavoro – ad esempio, la cura e corretta conservazione degli strumenti di lavoro cui si devono far carico gli operai all’interno di una fabbrica -. In entrambi i casi, comunque, trattasi di norme che veicolano il soggetto ad una certa forma di razionalizzazione, consapevolezza ed “ubbidienza”. Goffman, del resto, sostiene come la parte della facciata dedita alla “maniera” sia da ascrivere alla “cortesia”, mentre quella rivolta alla “apparenza” abbia a che fare con il “decoro”.

Il “decoro”, inoltre, può essere “adottato” (anche) solo per il fine d’impressionare gli alter ego che in quel preciso momento vanno trovandosi all’interno della rappresentazione – il campo delle onoranze funebri, tanto per fare un banale esempio, è ricolmo di atteggiamenti di tal tipo –. Proprio a tale riguardo, Goffman elenca tutta una serie di forme di decoro: dal fare finta di lavorare al modo di vestirsi, dal livello di rumore permesso alle espressioni affettive proibite, et similia.

La riflessione di Goffman sulla ribalta è particolarmente interessante anche perché indirizza la nostra attenzione verso un’altra dinamica concettuale/comportamentale chiamata “retroscena”. Se, ad esempio, consideriamo la sopracitata forma di decoro far finta di lavorare, ad essa possiamo “obiettare” la forma inversa fare finta di non lavorare. In pratica, si tratta di evidenziare come esista per ogni rappresentazione un retroscena all’interno del quale il soggetto in questione può “rilassarsi” ed “uscire” dal ruolo che è stato chiamato a ricoprire all’interno dei rapporti interrelazionali. Anzi, è proprio all’interno del retroscena che è possibile cogliere la genuinità dei suddetti… a dispetto della “mistificante” formalità che (inevitabilmente) va caratterizzando la ribalta:

Poiché per definizione il retroscena è inaccessibile ai membri del pubblico, è lì che possiamo aspettarci di trovare quella familiarità reciproca che determina il tono del rapporto sociale. Analogamente è sulla ribalta che possiamo immaginare prevarrà un tono di familiarità. […] In generale quindi il comportamento da retroscena è quello che permette atti secondari che facilmente possono esser presi come segno di intimità e mancanza di rispetto nei confronti degli altri presenti e del territorio, mentre il comportamento da ribalta è quello che non permette atti potenzialmente offensivi. […] Resta da stabilire, naturalmente, se il retroscena dà agli individui la possibilità di regredire o se la regressione – in senso clinico – è un comportamento da retroscena adottato in occasioni inappropriate per motivi socialmente disapprovati.

La dicotomia ribalta/retroscena influenza – ed è a sua volta influenzata – dal rango sociale. Goffman, infatti, sostiene come la collocazione sociale del soggetto veicoli lo stesso ad affidarsi ad una rappresentazione o di ribalta o di retroscena. Ad esempio, un individuo di elevato rango sociale, a causa proprio degli ambienti che frequenta e dell’immagine di sé che è tenuto – perennemente o quasi – a proiettare, difficilmente riuscirà a ritagliarsi quello spazio di intimità entro il quale lasciarsi andare ad “atteggiamenti non consoni” con suoi pari. Discorso inverso, invece, per coloro che appartengono ai ceti più bassi.

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