MISERICORDIA E COMPASSIONE: IL MITO DI ANTIGONE.


“Colei che si schiera a difesa della sua stirpe”. In questo consiste il significato del nome Antigone. Figlia di Giocasta e di Edipo, l’esiliato Re della città di Tebe. Sorella minore di IsmenePolinice ed Eteocle. Nipote di Creonte. Promessa sposa di suo figlio, Emone. Ritenuta anch’ella colpevole, suo malgrado, della pazzia e dei vili atti di cui andò macchiandosi suo padre, quando ascese al trono di Tebe – com’è ben noto, infatti, Edipo uccise suo padre, Laio, sposando poi subito dopo la stessa madre, Giocasta -. L’intera tragedia di Antigone si sviluppa lungo l’esaltazione delle due virtù possedute dalla coraggiosa figlia di Tebe.

In primis, la misericordia. Quella profonda e devota misericordia che la spinge a condividere, volontariamente, il triste fato rivolto al proprio amato padre. Antigone è l’unica a farsi carico del fardello addossato sulle spalle del vecchio e cieco genitore, accompagnandolo nel suo lungo esilio. Un esilio predetto dall’indovino Tiresia. Un esilio che culmina con la morte di Edipo nei pressi della città di Colono, sotto la protezione del re ateniese Teseo e delle dolci cure dell’amorevole figlia.

In secundis, la compassione. La compassione ed il sincero amore fraterno che sempre nutre nei riguardi sia di sua sorella che dei suoi due fratelli maggiori. Anche quando Polinice ed Eteocle si affrontano in una sanguinaria guerra intestina – nella quale entrambi trovano la morte – per succedere al trono del padre, Antigone prega intensamente entrambi, affinché la follia di quel loro scontrarsi venga scongiurata al più presto.

Ma è la parte finale del mito a rivelare il vero significato dell’esistenza della coraggiosa ed intrepida figlia di Tebe. Antigone, infatti, incarna la devozione. La devozione rivolta, senza esitazione alcuna, agli Dei. Lei stessa antepone al giudizio e alle leggi dell’uomo, la volontà e la consapevolezza dei Divini di disquisire circa il Giusto ed il Buono:

«Forse tu potrai vivere sottomessa a quanto dettato dalle leggi degli uomini, anche se sono vili, e ti senti in pace sapendo di non averle trasgredite.» […] «Ammetti che è giusto compiacere gli dei e non i mortali. Unisciti alla mia nobile impresa […].»

La disobbedienza al monito reale, che vieta di predisporre una sepoltura per Polinice – il fratello traditore, che ha osato marciare al fianco dei soldati di Argo contro Tebe -, è una ribellione verso una legge ingiusta. Una legge che viola l’universale e divino concetto del Bene. E che per questo motivo appare degna di un totale diniego.

Il suicidio di Antigone non deve essere inteso come un gesto disperato, giustificato da un senso di resa o di rassegnazione. E nemmeno – secondo una “interpretazione” più profondamente cristiana – come un vero e proprio peccato mortale, dettato dalla disperazione per il mancato intervento del Cielo. Ciò che Antigone decide di compiere all’interno della grotta, nella quale viene segregata per volontà di Creonte, è da intendersi, invero, come l’ultimo atto di disobbedienza nei riguardi di una volontà mortale – e, dunque, effimera – ingiusta ed iniqua. Non sarà mai Creonte colui che potrà disporre della vita della fanciulla! Non spetterà mai al re tiranno di Tebe decidere quale morte dovrà accogliere, infine, tra le sue braccia, la giovane! Antigone affida alla sua ferrea ed impassibile volontà persino l’ultima – e più tragica – decisione della sua intera esistenza.

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