REPUBBLICA, LIBRO X: APPARENZA, VERITÀ ED IMMORTALITÀ.


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L’ultimo libro si apre con una profonda riflessione circa la poesia; la tematica non è del resto nuova, avendola Platone già ampiamente affrontata nel libro terzo. Qui, però, l’intera argomentazione verte più su questioni metafisiche che etico-morali. Il fine dell’intero disquisire, ad ogni modo, resta sempre lo stesso: evidenziare la superiorità del Mondo eidetico su quello sensibile e condannare la scialba e mistificante opera di imitazione prodotta dai poeti tragici che si sono susseguiti ad Omero. A tal fine, Platone promuove una comparazione tra tre agenti ed un oggetto.

Si prenda in considerazione un tavolo. Il filosofo sostiene come nei riguardi di esso sia possibile formulare tre “concezioni”:

  • l’idea del tavolo che è, in sé e per sé, eterna, indivisibile, indistruttibile, irrealizzabile e che incarna del tavolo stesso l’essenza più pura ed assoluta;
  • il tavolo strincto sensu, ovvero l’oggetto sensibile costituito da quattro gambe e un’asse di legno, realizzato dall’artigiano. Quest’ultimo, durante il processo di realizzazione, s’ispira all’idea che dimora nella sua mente e non si allontana mai da essa, pur capacitandosi di come non riuscirà mai a darne una piena, genuina e perfetta realizzazione;
  • la rappresentazione del tavolo o una sua semplice imitazione – Platone sfrutta, a tal riguardo, il ruolo del pittore -. In questo caso, la rappresentazione non contiene niente dell’essenza vera – o “relativa” – del tavolo, anzi, inganna l’osservatore e ne indirizza l’attenzione lontano dal Mondo delle idee.

Vi sono, quindi, tre livelli di cui è doveroso tener conto: il piano delle idee, la realtà sensibile e il mondo delle imitazioni (credenze ed opinioni). Il Mondo sensibile non è custode della verità e della vera essenza della realtà, dato che le particolarità che vi dimorano altro non sono che manifestazioni relative ed imperfette di quanto si trova su di un piano superiore ed in grado di trascenderle. Esse, però, pur non essendo fonte di giustificazione e legittimazione delle idee dalle quali discendono, possono far sì che i percipienti volgano nei riguardi proprio delle stesse la propria attenzione, spronando così i medesimi a disancorarsi dalla realtà sensibile per giungere al Mondo noetico. Le imitazioni, invece, al pari delle credenze, delle opinioni et similia, non svolgono nemmeno questa fondamentale “funzione catartica”, in quanto ingannano l’osservatore – in questo consiste la forte critica alla poesia omerica e post-omerica – e lo distolgono da ciò che è realmente vero:

«Credo» rispose «che la soluzione più ragionevole sia considerare il pittore come un imitatore dell’oggetto di cui gli altri due sono artefici.»

«Bene. Allora» soggiunsi «tu consideri imitatore il creatore di un prodotto lontano di tre gradi da quello originario?»

«Proprio così» rispose.

«Così sarà dunque per il poeta tragico, in quanto imitatore: come tutti gli altri imitatori, verrà al terzo posto, dopo il re e la verità.»

Il pittore, infatti, non imita l’idea ma l’oggetto sensibile… anzi (!), l’apparenza dell’oggetto sensibile, dipingendolo, ora di lato, ora con effetti di chiaro-scuro, ecc, distanziandosi così, inevitabilmente ed ulteriormente, dalla vera essenza racchiusa nell’idea:

Perciò l’imitazione è lontana dal vero e, a quanto pare, realizza tutto toccando un poco l’apparenza illusoria di ogni cosa. Il pittore, per esempio, ci dipingerà un calzolaio, un falegname, tutti gli altri artigiani, ma non conoscerà nessuno dei loro mestieri Eppure, se è un pittore esperto, dipingendo un falegname e mostrandolo a distanza riuscirebbe a ingannare i fanciulli e gli sciocchi, dando loro l’impressione di trovarsi di fronte a un falegname vero.»

La figura del poeta tragico – nelle vesti di mero “imitatore di apparenze” – serve a Platone per evidenziare come nello Stato il governo debba spettare solo e soltanto a coloro che della virtù sappiano cogliere la vera essenza. Si tratta, infatti, di un ragionamento finalizzato a ribadire quanto già ampiamente sostenuto – più volte – nel corso dei precedenti libri: solo a coloro che colgono il reale significato della realtà deve essere affidata la guida della comunità e soltanto a tali individui i cittadini devono rivolgersi al fine di contribuire alla realizzazione di una società giusta – e, di conseguenza, felice -:

[…] l’imitatore non sa nulla di essenziale sul conto di ciò che imita; la sua imitazione è uno scherzo, più che un’attività seria, e quelli che si dedicano alla poesia tragica, poetando in giambi e in esametri, sono tutti, e al massimo grado, imitatori.

Platone, inoltre, arrivati a questo punto della trattazione, riduce le parti dell’anima dell’uomo da tre a due – quella razionale e quella irrazionale, costituita tanto da quella emotiva quanto da quella concupiscibile – e sostiene come l’arte dell’imitazione e l’attenzione rivolta alle apparenze siano un qualcosa in grado di alimentare non la saggezza e l’intelligenza ma, per l’appunto, soltanto la parte irrazionale di noi stessi. Al contempo, quindi, è proprio la ragione lo strumento da affinare al fine di cogliere la mistificante ed ingannevole verità che si cela dietro all’imitare e all’apparire:

Proprio in vista di tale conclusione dicevo che la pittura e l’arte mimetica in genere ottengono i loro effetti ben lungi dalla verità ed hanno invece uno stretto legame con ciò che in noi è lontano dalla ragione e non si prefigge nessuno scopo sano e veritiero.

Il poeta tragico è, dunque, una figura dannosa. Anzi! È talmente pericolosa da spingere Platone a professarne persino l’espulsione dalla polis. In quanto imitatore, infatti, il poeta tragico è da paragonarsi al tiranno, dato che, al pari di quest’ultimo, alimenta solo la parte emotiva e concupiscibile di chi l’ascolta, distogliendo così l’attenzione dalla ricerca della verità:

[…] A questo punto avremmo ragione di non ammetterlo in una città che debba essere ben governata, perché egli desta, alimenta e rinvigorisce questa parte dell’anima e distrugge quella razionale: come quando in una città si dà il potere assoluto ai malvagi e si mandano in rovina gli onesti. Analogamente diremo che anche il poeta imitatore genera un cattivo governo nell’anima di ogni individuo, compiacendo la parte stolta, quella incapace di distinguere il maggiore e il minore, quella che ritiene i medesimi oggetti talora grandi e talora piccoli. Infatti un simile poeta crea fantasmi ed è lontanissimo dalla verità.

La parte conclusiva dell’opera si costituisce di un ultimo dialogo tra PlatoneGlaucone. Vengono affrontati due temi particolarmente delicati: l’immortalità dell’anima e l’eterna beatitudine che spetta, solo e soltanto, all’uomo giusto. Quest’ultima argomentazione presenta connotati profondamente etici: il fine dell’uomo è la rettitudine ed il vivere giustamente, dato che, sostiene Platone, solo al virtuoso viene concessa l’attenzione compassionevole degli Altissimi. L’argomentazione circa l’immortalità dell’anima, invece, risulta essere più complessa. Procediamo con ordine.

Platone afferma come qualunque cosa sia destinata alla rovina a causa della propria “malvagità” e “malattia” – ad esempio, il ferro si rovina a causa della ruggine proprio come gli occhi possono venire devastati dall’oftalmia -. L’anima è però immortale, ovvero, anche se soggetta a vizi, finisce con il non dissolversi; Platone vuole, infatti, dimostrare che l’anima, nonostante possa venire “danneggiata” da mali e malattie (ingiustizia, avidità, ecc.), non sia soggetta a scomparire – “scomparire” nel senso di “dissolversi”, una volta separata dal corpo -. Facciamo un esempio.

Se ingeriamo dei cibi avariati, il nostro corpo può ammalarsi, anche fino al punto di morire. Ma il corpo resta, per come è costituito, diverso dai cibi mangiati. Se però affermiamo che ogni cosa perisce a causa del proprio male o della propria malattia, allora, al massimo, dovremmo accettare l’idea che suddetti cibi abbiano – dall’esterno – introdotto nel corpo la sua (propria) malvagità e malattia. Il punto è proprio questo! Non esiste, sostiene Platone, alcuna possibilità che il male e la malattia del corpo possano danneggiare l’anima così tanto da dissolverla! L’esempio esposto è quello dell’ingiusto. L’uomo ingiusto, infatti, perisce a causa dell’ingiustizia ma non nel senso che l’essere ingiusto – inteso come vizio – finisce con il dissolvere la sua anima, quanto, piuttosto, nel senso che la giustizia finirà con il punirlo in vita – condannandolo a morte, ad esempio -. Il corpo, quindi, può al massimo appesantire l’anima e renderle difficoltoso il percorso di elevazione verso il Mondo delle idee – questo è il grande tema affrontato nel Fedone -.

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