MORALE E VOLONTÀ: PARTE PRIMA.

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La distinzione tra Morale e Fisica è ben chiara, nella mente di Schopenhauer. Essa rimane una differenza costituita sia da tratti ontologici che epistemologici. La Morale “tocca immediatamente la cosa in sé”, ovvero è attraverso di essa che è possibile cogliere, nei riguardi della particolarità presa ad esame, la Volontà – intesa come essenza -. Le indagini e le verità della Fisica, invece, si muovono sempre attorno al fenomeno e, quindi, non vanno mai oltre il “Mondo della rappresentazione”. Inoltre, mentre quest’ultime, incapaci di “svincolarsi” dal fenomeno, altro non fanno che fornirci conclusioni preoccupanti e/o, ad ogni modo, non in grado di alleviare la nostra sofferenza, la Morale, dal canto suo, consente l’indagine approfondita della nostra interiorità – permettendoci di “andare oltre” la mera percezione fenomenica -.

Ciò che preme a Schopenhauer è far comprendere che tra Morale e Volontà dell’uomo sussiste un rapporto di assoluta reciprocità: soltanto quando l’individuo agisce e si comporta nel pieno ascolto e rispetto della sua volontà, è possibile imputare a lui – e a lui soltanto! – siffatte gesta ed attitudini. Da qui si originano le forti critiche che il filosofo rivolge al teismo, al panteismo e al realismo:

Nell’etica non si tratta dell’agire e dell’esito, ma del volere, e il volere stesso si svolge sempre e solo nell’individuo. Non il destino dei popoli, che esiste solo nel fenomeno, ma quello del singolo si decide moralmente. I popoli sono in realtà mere astrazioni: solo gli individui esistono realmente. In tale rapporto sta dunque il panteismo con l’etica. Ma i mali e i tormenti del mondo già non si accordavano con il teismo: perciò quest’ultimo cercò di trarsi d’impaccio con ogni sorta di scappatoie e teodicee, che però soggiacquero irrimediabilmente alle argomentazioni di Hume e di Voltaire. Ma il panteismo è poi assolutamente insostenibile se messo di fronte a quei lati brutti del mondo. Solo cioè quando si considera il mondo affatto dall’esterno ed esclusivamente dal lato fisico, e ad altro non si bada se non all’ordine che sempre di nuovo si rispristina e pertanto alla relativa eternità del tutto, è possibile forse dire che esso è un Dio, seppur sempre e solo simbolicamente. Ma se si penetra nell’interno, se cioè vi si aggiungono il lato soggettivo e il lato morale, con la loro preponderanza di necessità, dolore e tormento, di discordia, cattiveria, scellerataggine e assurdità, allora ci si accorge subito con terrore che tutto si ha di fronte fuorché una teofania.

Per Schopenhauer la Volontà (di vivere) è la volontà che è in ciascuno di noi. Ecco perché la morale è in rapporto diretto con la forza che produce il fenomeno. Quindi, al “modo di essere” della volontà corrisponde, inevitabilmente, il suo fenomeno. Come abbiamo poi visto, in relazione al proprio fenomeno la volontà di vivere si nega o si afferma. Questo ci permette di ricollegarci al già citato più volte tema del dover “andare oltre” al fine di cogliere la reale essenza della cosa in sé – in questo caso, la nostra stessa interiorità –.

Quali i tratti morali presi in maggiore considerazione da Schopenhauer? Vediamone alcuni:

  • inclinazione: essa è «ogni accresciuta sensibilità della volontà ai motivi di una certa specie»;
  • passione: la passione è una inclinazione molto forte che viene esercitata sulla volontà. Tale forza deriva dai motivi che la giustificano e nutrono, e sono, ovviamente, ragioni ben più salde di quelle che potrebbero determinare un comportamento completamente opposto. In queste situazioni, la volontà è sottomessa e può solo patire passivamente;
  • affetto: si tratta di una forma d’inclinazione più debole di quella che genera una passione. In questo caso, quindi, non abbiamo un sentimento o una emozione capace di soppiantare la volontà. Tuttavia, la forza dell’affetto è quello di generarsi in modo improvviso, così da escludere l’originarsi di tutti quei motivi contrari che ne delegittimerebbero il sorgere. Come afferma lo stesso Schopenhauer: «Pertanto l’affetto sta alla passione come la fantasia febbrile sta alla follia»;
  • pentimento: alla base di un pentimento morale vi è il porre in essere un’azione, nutrita e guidata da una forte inclinazione… talmente forte che l’intelletto non è libero di cogliere chiaramente tutti quei motivi che avrebbero portato ad un’azione contraria. Quest’ultimi vengono poi, di conseguenza, resi inefficaci dall’avvenire dell’azione medesima. Qui si origina il pentimento, ovvero nel momento stesso in cui l’individuo si rende conto, una volta valutate e soppesate queste altre ragioni, che esse erano, in realtà, ben più forti dei motivi che lo hanno spinto a comportarsi in tale maniera.  La passione ha, quindi, impedito all’intelletto di agire. Può anche darsi il caso che quest’ultimo abbia valutato le motivazioni alternative soltanto in abstracto, non riuscendo, dunque, a comprenderne la vera forza. Quando la volontà, dominata dalla passione, impedisce all’intelletto di vagliare le ragioni dell’agire, si generano sempre azioni nei confronti delle quali (spesso) si nutre poi rimorso.

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CHATURANGA DANDASANA: “POSIZIONE DEL BASTONE”.

Altra asana particolarmente nota e tonificante per l’intero corpo, soprattutto per quanto concerne la spina dorsale. La “posizione del bastone” fortifica braccia, gambe e spalle. È altresì benefica per i muscoli pettorali e addominali, oltre ad essere un toccasana per i fastidiosi dolori alla schiena. Sul piano psichico, si tratta di una asana in grado di potenziare oltremodo la capacità di concentrazione e la propria personale determinazione.

  • Etimologia: in sanscrito chatur significa “quattro”, anga “ramo” e danda “bastone”. Questo “bastone” simboleggia allegoricamente la colonna vertebrale. Il nome della asana è, quindi, “posizione del bastone a quattro braccia” o, più comunemente, “posizione del bastone”.
  • Parti del corpo coinvolte: spalle, gambe e torace.
  • Esecuzione: Il consiglio è quello di compiere questo esercizio in successione ad altre due asane. Si assume prima la “posizione del cane a testa in giù” per poi eseguire la “posizione della panca”. A questo punto ci si adopera per effettuare questa asana. A seguito di una ampia espirazione, abbassare gambe e busto. L’esercizio consiste nell’avvicinare queste parti del corpo il più possibile a terra. I gomiti devono restare ben attaccati al corpo e non tendere verso l’esterno. Le gambe devono rimanere parallele e l’osso sacro rivolto verso l’alto. Sollevare e flettere bene lo sterno ed allungare il collo in avanti. Restare in posizione per almeno 30 secondi, prima di calare a terra con dolcezza.

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L’ESISTENZIALISMO DI SCHOPENHAUER: PARTE SECONDA.

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La realtà descrittaci da Schopenhauer ricorda moltissimo quella hobbesiana, all’interno della quale homo homini lupus. La sofferenza, infatti, non è solo rappresentata dalla Vita in sé e per sé, ovvero dalla moltitudine di illusioni, di false promesse e di continue sofferenze camuffate da desideri, appagamenti e gratificazioni. L’uomo è causa del male. E non tanto del suo personale male, quanto del dolore che egli stesso arreca al suo prossimo. Ecco perché, criticando, ora, l’esaltazione dell’intelligenza – incapace di far fronte a tutte le sofferenze che frastagliano la vita di ogni singolo individuo -, ora, il ricorrere alla distanza stoica quale forma di alienazione dal dolore, Schopenhauer parla piuttosto di inevitabile necessità di uno Stato e di un sistema di leggi tale da veicolare e monitorare i comportamenti degli uomini:

Ma soprattutto ingiustizia, estrema iniquità durezza e anzi crudeltà caratterizzano di regola il modo di agire degli uomini tra loro; un modo di agire opposto si riscontra solo eccezionalmente. Su ciò si fonda la necessità dello Stato e della legislazione, e non sulle vostre fandonie. E infatti, in tutti i casi che non rientrano nell’ambito delle leggi, si vede subito la caratteristica mancanza di scrupolo dell’uomo per il suo simile, che scaturisce dal suo egoismo sconfinato e talvolta anche dalla cattiveria.

Vi è poi una chiave di lettura che in parte valorizza la morale simpatetica di Hume ed in parte la sconfessa de factoSchopenhauer, infatti, sostiene come un uomo felice sia sempre inebriato dalla volontà di rendere sereno il suo prossimo, quasi a voler rendere partecipe qualsivoglia alter ego del suo momento di assoluta e genuina gioia. Ciò però non si verifica reciprocamente: colui che osserva un individuo lieto, nutre ed alimenta dentro di sé invidia, bramosia e collera, tanto insaziabile è il suo desiderio di possesso e conquista. Manca quindi una “misericordiosa reciprocità” all’interno dei rapporti interrelazionali.

Il principio che regola l’esistenza del Mondo altro non è che pura volontà cieca. Ossia una volontà che, in quanto cosa in sé e per sé, è esente da qualsivoglia congettura o tentativo di razionalizzazione. Il principio che regola la Vita, sostiene Schopenhauer, non è un qualcosa di “illuminato”. L’errore degli ottimisti è proprio questo. Vi fosse una qualche specie di illuminazione dietro all’intera progettualità dell’esistenza, uno sbilanciamento così evidente a favore delle sofferenze non avrebbe ragione d’esistere. Tutti i ragionamenti formulati, quindi, in relazione al comprendere il perché dell’esistenza del male nel Mondo – teodicea – sono privi di fondamento in quanto il Mondo stesso è alieno da qualsiasi principio di ragione. Ciò che conta è la Volontà (di vivere e della specie) che ha come unico fine sé e sé medesima soltanto:

Giacché l’esistenza umana, lungi dall’avere il carattere di un dono, ha in tutto e per tutto quello di un debito che si è contratto. L’esazione di esso si manifesta nella forma degli impellenti bisogni indotti da questa esistenza, dei desideri tormentosi e di una miseria senza fine. Per scontare questo debito si impiega, di regola, l’intera vita; ma con ciò non si cancellano che gli interessi. Il versamento del capitale avviene con la morte. E quando fu contratto questo debito? Al momento della generazione.

La Volontà, dunque, è nella Vita e nel far perdurare la stessa che manifesta la propria piena essenza. Ma nei riguardi della vita dei singoli che vanno costituendo la specie, essa è fredda, calcolatrice e dannatamente indifferente. Questa posizione – oserei dire – “leopardiana” pone Schopenhauer all’estremo opposto dell’ottimismo di Leibniz:

E a questo mondo, a questa arena di esseri tormentati e angustiati, che sopravvivono solo perché l’uno divora l’altro, dove perciò ogni animale da preda è la tomba vivente di migliaia di altri e la sua conservazione è una catena di martiri, dove poi con la conoscenza cresce la capacità di sentir dolore, che raggiunge perciò nell’uomo il suo grado più alto, e tanto più alto quanto più egli è intelligente – a questo mondo si è voluto adattare il sistema dell’ottimismo e si è voluto dimostrarcelo come il migliore dei mondi possibili.

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La Volontà, quindi, si palesa attraverso l’atto generativo. Da quel punto essa si rispecchia nella vita di ogni singolo individuo. Ma di quale esistenza (terrena) sta parlando Schopenhauer?

Secondo il filosofo, la vita che conduciamo è, nella stragrande maggioranza dei casi, rivolta al perseguimento di interessi personali ed egoistici, quali forme labili e fugaci di appagamenti e gratificazioni. Ciascuna di queste conquiste è rivolta al desiderio di proteggere, conservare e far perdurare al massimo l’esistenza stessa e gli illusori momenti di felicità e serenità che vanno costituendola:

La vita si presenta come un continuo inganno, in grande come in piccolo. Se ha promesso, non manterrà, salvo che per mostrare quanto poco desiderabile fosse la cosa desiderata; così c’inganna dunque ora la speranza ora la cosa sperata. Se ha dato, era per prendere. La magia della lontananza ci fa vedere paradisi, che svaniscono come illusioni ottiche una volta che ci siamo fatti menare per il naso.

Il discernimento di quanto sopra viene reso possibile all’uomo perché quest’ultimo, da un punto di vista intellettivo, ragiona, sempre e comunque, in riferimento ad una precisa dinamica esistenziale: il tempo. Il tempo evidenzia, in modo fin troppo palese e chiaro, la caducità di ogni evento, particolarità, scopo, interesse, e via discorrendo. Questa “nullità” esistenziale è, dunque, la «sola cosa oggettiva del tempo, ossia ciò che gli corrisponde nell’essenza in sé delle cose». La vita stessa è compresa in termini temporali, ove la morte ne è la definitiva conclusione.

Schopenhauer pone poi in rapporto la “negatività” che si origina dai desideri e dagli appagamenti, con la “positività” del dolore. La riflessione, a dire il vero, è di facile comprensione. Secondo il filosofo, i bisogni – in senso lato e generale -, nel momento in cui fuoriescono dalla nostra portata, generano sofferenza. Facciamo un semplice esempio: se ho sete e bevo, soddisfo questa mia necessità ma, nuovamente, ogni nuova mancanza di acqua genererà in me sofferenza. Il dolore, al contrario, una volta cessato, non produce alcun rimpianto o sentimento di mancanza. Questa riflessione implica altre due interessanti congetture.

In primis, i momenti felici, sereni e lieti vengono rimembrati ed apprezzati solo nel momento in cui vengono a mancare. Pensiamo alla giovinezza… essa diviene grande fonte di rimpianto una volta che si è caduti vittima della vecchiaia. In secundis, il possesso, ovvero il continuo adoperarsi per gli appagamenti ed i soddisfacimenti individuali ed egoistici, non genera mai felicità.

Il dolore, come afferma Schopenhauer, è il «positivo, di cui si fa sentire la presenza». Si rifletta, ad esempio, su come le ore trascorse  in compagnia ed in serenità scivolino via tanto più velocemente rispetto ai ben noti lunghi ed interminabili minuti passati, ad esempio, in una sala di attesa. Se, dunque, il tempo si palesa molto di più quando ci annoiamo rispetto a quando ci divertiamo, la nostra stessa esistenza è tanto più felice quando meno la “sentiamo”. Forse, quindi, sarebbe meglio non averla affatto (?):

Prima di asserire con tanta sicurezza che la vita è un bene desiderabile o di cui bisogna esser grati, si confronti una volta con calma la somma delle gioie possibili, che un uomo può godere nella sua vita, con la somma dei dolori possibili, che lo possono colpire nella sua vita. Credo che non sarà difficile trarne il bilancio.

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