LA “TRIPLICE DISCIPLINA BUDDISTA”: PARTE PRIMA.

La “Triplice Disciplina Buddista” è composta da sila – “moralità” -, dhyana – “meditazione” – e prajina – “saggezza” -. Sila è un vero e proprio codice etico, in quanto costituito da tutti gli insegnamenti lasciati dal Buddha ai propri discepoli, affinché in quest’ultimi possa schiudersi il satori. Non assume, dunque, la fisionomia del precetto, del tabù, della restrizione e via discorrendo, quanto quello di un meraviglioso invito a compiere un percorso di elevazione spirituale. Al fine di permettere al discepolo di comprendere ed osservare tali “norme di condotta”, è fondamentale allenare la mente alla calma, alla pazienza e alla tranquillità. Da tutto ciò segue il fondamentale ruolo esercitato dalla meditazione e dal controllo del proprio respiro. Ciò veicola verso una vera e propria tranquillità spirituale. Vi sono, quindi, (anche) “componenti pratiche” nel percorso che può condurre l’Illuminazione. Infine, prajina è il «potere di penetrare nella natura del proprio essere, ed anche la stessa verità così intuita». Notiamo, perciò, come lo schiudersi del satori sia un sentiero profondamente introspettivo.

Dhyana, nel suo più profondo significato, non deve essere inteso (soltanto) come “arte in grado di donare tranquillità alla mente” così che l’intima essenza – pura e genuina – della stessa possa fuoriuscire libera dalle proprie “restrizioni” ed “inquadrature”. Dhyanaprajina coincidono e coesistono, ovvero non devono essere “trattati” separatamente. Questo “dhyana/prajina unilaterale” è un vero e proprio “quietismo”, indirizzato e giustificato da una elevazione catartico/spirituale.

La coincidenza tra dhyanaprajina è l’auto-natura di ciascuno di noi, ovvero il “conoscere il proprio io”. Dal sutra di Hui-neng:

Essi sono uno e non due. Dhyana è il Corpo di Prajina e Prajina è l’Uso di Dhyana. Quando si persegue il Prajina, Dhyana è nel Prajina; quando Dhyana è perseguito, Prajina è in esso. […] È come la lampada e la sua luce. Dove c’è la lampada c’è la luce; se non c’è la lampada, non c’è la luce. La lampada è il Corpo della luce e la luce è l’Uso della lampada. Esse sono chiamate in modo diverso, ma in sostanza sono una cosa sola. Il rapporto fra Dhyana e Prajina deve essere inteso in modo analogo.

Pensare però che dhyana consista soltanto nello starsene seduti a gambe incrociate per riposarsi, è quanto di più superficiale si possa supporre. Il quietismo di cui parlavamo in precedenza non è da intendersi come mera passività: la coincidenza tra meditazione e saggezza implica attività, azione, esercizio e movimento, al fine di “smuovere sé stessi” per “trovare sé stessi”.

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“APPRENDIMENTO” E “CRESCITA”.

  • Intento ed espressione:

Secondo un antico detto, coloro che non hanno ancora raggiunto l’illuminazione devono studiare l’intento piuttosto che l’espressione, mentre coloro che hanno raggiunto l’illuminazione devono studiare l’espressione piuttosto che l’intento.

L’intento è il significato interiore dello Zen, che è il fondamentale intrinseco in ognuno. L’espressione è la svariata metodologia delle scuole Zen. L’intento è la radice, l’espressione i rami. Gli allievi devono prima scoprire il significato interiore dello Zen, non impantanarsi nelle espressioni.

 

  • Consolidamento delle radici:

Quando un albero non fiorisce e non dà frutto dopo tempo ragionevole dalla piantatura, noi sappiamo che le radici non hanno attecchito saldamente, per cui bisogna prestare attenzione prima di tutto alla cura appropriata delle radici. Se non si capisce che il problema sta nelle radici e si cerca soltanto di far crescere i rami e sbocciare i fiori, le radici continueranno ad avvizzire mentre l’attenzione è rivolta alle escrescenze.

Analogamente, anche se hai realizzato il significato dello Zen, se le tue capacità e funzioni non si sono sviluppate non devi rivolgere la tua attenzione a queste escrescenze. Invece devi soffermarti sulla corretta cura del fondamentale in modo da sbarazzarsi delle opinioni dell’io personale e religioso, andando al di là sia dei sentimenti ordinari che delle esperienze religiose, abbracciando così pienamente il fondamentale che li trascende tutti.

Muso Kokushi

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LA STORIA DEL PICCOLO SOPAKA.

Sopaka era un bambino nato in una famiglia povera e disagiata. Quando aveva soltanto sette anni suo padre morì e sua madre fu costretta a risposarsi con un uomo malvagio e privo di virtù. Il patrigno, infatti, non perdeva occasione per sgridare e picchiare il fanciullo che, al contrario, non elemosinava mai gentilezza ed innocenza d’animo. Desideroso di liberarsi dalla tediosa presenza del piccolo ma conscio, al contempo, di come sua madre lo amasse più di ogni altra cosa al Mondo, il patrigno, un giorno, orchestrò un piano per far sì che il piccolo Sopaka scomparisse per sempre dalla sua vita.

Una sera, quindi, il patrigno invitò il fanciullo a fare una passeggiata in sua compagnia. Sopaka, che come detto, era puro e nobile di cuore, accettò di buon grado, in quanto fiducioso che sua madre avesse intercesso con l’uomo in suo favore, così che fra i due potesse sorgere un vero legame padre/figlio. Ma, purtroppo, le intenzioni del patrigno erano meschine e dettate dall’odio. Una volta giunti, infatti, nei pressi di un cimitero, l’uomo legò il ragazzo al corpo in decomposizione di un defunto, fuggendo poi via veloce da quel tetro e lugubre luogo.

Sopaka restò da solo per ore ed ore. Al freddo. Con il volto solcato dalle lacrime. Quando poi scorse numerosi animali accorrere verso di lui per cibarsi della sua carne, comprese come la sua vita fosse giunta al termine. Fu nell’esatto momento in cui percepì il terrore paralizzarlo del tutto e la paura della morte inquinargli la mente che, prima di chiudere gli occhi dallo sgomento, riuscì a scorgere una persona dal nobile aspetto ed avvolto da una luce brillante. Il Buddha era giunto sin lì per assisterlo.

Liberatolo dal funesto giogo cui il patrigno lo aveva condannato, il Maestro condusse il ragazzo al monastero di Jetavana. Qui il Buddha si prese cura del piccolo, lavandolo, dandogli del cibo e dei vestiti e consolandolo per ore intere.

Nel frattempo la madre, vedendo tornare a casa soltanto suo marito e non credendo alle sue menzogne, era fuggita di casa e, in preda al dubbio e al timore, si era messa a correre di villaggio in villaggio, per cercare di capire se qualcuno avesse visto il suo adorato figlio. Sconsolata, alla fine, decise di recarsi dal Buddha, nella speranza che l’Illuminato potesse darle consiglio sul da farsi.

Esattamente come aveva fatto con il piccolo Sopaka, il Maestro consolò la povera madre, informandola di come suo figlio fosse al sicuro e fosse diventato un monaco. Felice per aver ritrovato il proprio figlio ed illuminata dagli insegnamenti del Buddha, anche la madre decise di divenire una discepola del Maestro e, esattamente come accaduto al giovane ragazzo, anch’ella si sentì libera dai mali terreni.

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EPISTEMOLOGIA O GNOSEOLOGIA?

Il termine “epistemologia” significa “teoria della scienza” o, più comunemente, “filosofia della scienza”. Qui di seguito la sua stessa etimologia: epistēmē (scienza) e logìa (teoria). Con suddetto termine si è soliti indicare lo studio della Natura, la valenza ed i limiti dei principi ad essa ascrivibili, le ipotesi ed i risultati delle differenti leggi scientifiche.

Ad ogni modo, il termine “epistemologia” può anche venire usato con il significato di “teoria della conoscenza”; la parola inglese epistemology, ad esempio, viene usata sempre in questo senso, per l’appunto. In realtà, per indicare lo studio della conoscenza lato sensu ci si affida ad un termine più preciso (e corretto), quello cioè di “gnoseologia”.

La gnoseologia è un vero e proprio ramo della disciplina filosofica. Suo il compito di indagare circa la struttura, i metodi e la validità della conoscenza (ampiamente intesa). Ad essa sono connesse ben tre specifiche discipline (esse, infatti, costituiscono il cosiddetto “campo della gnoseologia”): metafisica, logica e psicologia.

Per ulteriori ed analitici approfondimenti in seno proprio al concetto di “gnoseologia”, è sufficiente sfogliare un qualsiasi dizionario filosofico.

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UTTARA ED IL RE SERPENTE.

Ai tempi del Buddha viveva un re serpente di nome Erakapatta. In una delle sue esistenze passate, Erakapatta era stato un monaco (bhikkhu) ma, a causa di un maltorto compiuto durante quella sua vita, non fu in grado di liberarsi dal circolo delle reincarnazioni, rinascendo così, per l’appunto, sotto le sembianze di un naga. Desideroso di incontrare il BuddhaErakapatta decise di sfruttare la propria figlia per trovare il Maestro. Il re naga, infatti, sparse in giro la voce che chiunque fosse stato in grado di rispondere a quattro precise domande, avrebbe potuto rivendicare la mano della sua bellissima e seducente figlia. Proprio per questo, infatti, Erakapatta la faceva danzare e ballare all’aperto, per poi invitarla a porgere le domande, pensate dal padre, a tutti i pretendenti che le si facevano avanti. Ma nessuno riuscì mai a dare le risposte corrette.

Un giorno, però, il Buddha vide, in una sua visione, un giovane. Il nome di costui era Uttara. Il Maestro intuì come il ragazzo, in relazione alle domande poste dalla figlia del re serpente, avrebbe finito con il raggiungere la sotapatti. Fu per questa ragione che, nel mentre che si stava recando a far visita ad Erakapatta, Uttara venne fermato dal Buddha. Il Maestro lo educò circa il modo corretto di rispondere ai quesiti del naga.

Fu proprio come l’Illuminato aveva scorto nella sua visione: Uttara, infatti, prestando ascolto agli insegnamenti impartiti, raggiunse la sotapatti. A quel punto però, il ragazzo non desiderava più la mano della donna. Decise, comunque, di recarsi al cospetto di Elakapatta per rispondere correttamente alle sue domande. In tal modo, il ragazzo illuminò la mente di tutti i presenti, facendo presente loro come effimeri e futili fossero i desideri egoistici terreni.

Queste le domande di Erakapatta e le risposte di Uttara:

  1. “Chi è un vero sovrano?”. Solo chi controlla i sei sensi può dirsi “sovrano”;
  2. “Colui che è sopraffatto dalla nebbia delle contaminazioni morali può dirsi sovrano?”. No. Soltanto colui che è libero dalla brama può definirsi “sovrano”.
  3. “Quale sovrano è libero dalle contaminazioni morali?”. Soltanto il sovrano libero dalla brama è un sovrano libero dalle contaminazioni morali.
  4. “Chi è una persona sciocca?”. Colui che brama i piaceri terreni e il mero appagamento dei sensi è uno sciocco.

Note:

  • nella pratica buddista il sesto senso è da riferirsi ai cosiddetti “fenomeni mentali”. Essi sono percepibili attraverso l'”occhio della mente”. Non si tratta, quindi, del mero intuito (occidentale) quanto, piuttosto, della capacità di sfruttare la mente per descrivere e comprendere pensieri, immaginazioni e via discorrendo. Anche i fenomeni che appartengono agli altri sensi ma vengono portati alla luce attraverso il sesto senso, vengono ascritti a quest’ultimo: pensiamo, ad esempio, a quando sfruttiamo la mente per descrivere una persona che abbiamo visto ma che ora è assente;
  • sotapatti è il primo stadio del percorso che conduce al Nirvana. Significa “entrare nel flusso/nella corrente”.

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