IL RITO SACRIFICALE DI BIMBISARA.

Bimbisara era il potente e temuto Re di Magadha, un regno situato nell’India settentrionale. Al fine di ottenere la benevolenza degli Dei, un giorno Bimbisara ordinò che venisse allestita una grande festa. La stessa avrebbe dovuto svilupparsi attorno ad un grande rito sacrificale, ove decine e decine di animali sarebbero stati, per l’appunto, uccisi in onore al Cielo. Certo di come tale gesto avrebbe arriso gli Altissimi, il Re ordinò che le povere bestie venissero anche marchiate con segni particolari, così da renderle “meritevoli” di venire sacrificate per la gloria degli Dei.

Nel mentre che andava recandosi verso la capitale, il Buddha incontrò per caso, lungo la strada, un pastore che stava conducendo dietro di sé un grande gregge di pecore. Incuriosito, il Maestro chiese all’uomo dove stesse andando con tutti quegli animali al seguito. Il pastore raccontò così all’Illuminato quanto fosse stato ordinato di fare a lui e a molti altri sudditi dal sovrano e di come tutte quelle povere bestiole, da lì a breve, avrebbero finito con il trovare la morte al fine di rendere omaggio agli Altissimi.

Il Buddha provò un dispiacere infinito al solo immaginare tutta la crudeltà che il Re avrebbe rivolto contro quelle povere creature innocenti. E – per giunta! – per il solo fine di ottenere la benevolenza degli Dei. Ad ogni modo, il Maestro rimase stupito nello scorgere, dietro a tutte quelle pecore, la presenza di un piccolo agnello. L’animale, infatti, era ferito e zoppicava vistosamente ma, nonostante questo, tentava, con tutte le sue forze, di non perdere il passo coi propri simili. Quasi desiderasse non essere un peso per il resto del gregge. Quasi desiderasse condividere di tutti gli altri animali la medesima sorte.

Mosso da profonda umanità e compassione, il Buddha afferrò tra le proprie braccia il piccolo agnello, stringendolo forte a sé. Disse poi al pastore di volerlo affiancare nella sua lunga marcia verso lo yagashala – il luogo sacrificale scelto dal Re -, così da poter prendere parte anch’egli alla grande festa. Il pastore trovò divertente il gesto del Maestro di prendere in braccio quella piccola bestiola e, non riuscendo a comprendere la profondità di un tale gesto, si lasciò andare a sonore risate. Il Buddha, ad ogni modo, non prestò ascolto allo scherno dell’uomo e, in silenzio, si mise a camminare al suo fianco.

Quando raggiunsero il luogo del sacrificio, già moltissime persone, giunte da tutta l’India, si erano riunite per assistere all’uccisione di quei poveri animali. Nel momento stesso in cui una pecora innocente si trovava sul punto di venire sacrificata, il Buddha si fece però avanti, ammonendo con parole dolci ma, al contempo, austere tanto il sacerdote quanto lo stolto sovrano. Questo l’ammonimento del Maestro:

Buddha“Grande Re, non pensare mai che puoi compiacere gli Dei, sacrificando dei poveri animali. Perché essi sono tanto amati dagli Dei quanto lo sono gli esseri umani. Quindi non commettere più il peccato del sacrificio nel nome degli Dei. Nessuno mai potrà compiacere gli Dei con tali sacrifici. E nessuno mai potrà fuggire da simili peccati.”

Le parole del Buddha penetrarono nell’animo del Re e di tutti i presenti. Bimbisara divenne così un discepolo del Maestro e nel Regno di Magadha mai più alcun rito sacrificale venne allestito per compiacere gli Altissimi.

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“PRATICA” E “GIUDIZIO”.

  • Mettere da parte è pure un mezzo:

Se metti tutto da parte e non conservi nella mente né il Buddismo né il Mondo, è forse questo che si chiama il fondamentale? Il fondatore dello Zen disse: “Non perseguendo oggetti esteriormente, con la mente che non si affanna interiormente, se la mente è come una parete, si può entrare nella Via.”

Un altro maestro Zen spiegò che il significato di tutto questo è che la pratica di mettere da parte tutti gli oggetti e non stimolare la mente è un metodo utile per entrare nella Via. Pertanto considerare questa condizione in sé come la Via è in realtà contrario all’intento del fondamentale dello Zen.

 

  • Non giudicare gli altri:

È detto che coloro i quali sono veramente nella Via non discutono i giudizi degli altri. Questo non significa che non danno giudizi ma li sopprimono;  significa che non vedono le persone in termini di sé e di altro. Il terzo patriarca dello Zen disse: “Nel regno dell’essere com’è, non vi è altro e non vi è sé.” Dice una scrittura: “La natura della realtà è come un oceano; non bisogna dire che vi è ragione o torto.”

Se si considera il Mondo in termini di distinzioni fra l’altro e sé, inevitabilmente si danno giudizi di giusto e sbagliato. Se si possiedono opinioni di giusto e sbagliato, non si è veri praticanti della Via, anche se ci si trattiene dall’esprimere le proprie opinioni.

Piuttosto che trattenersi dal discutere i giudizi degli altri, pertanto, gli studenti di Buddismo dovrebbero voltarsi e riflettere: “Chi è che parla di giusto o sbagliato negli altri?”

Una scrittura dice che bisogna “considerare la costituzione fisica come il proprio corpo e considerare i riflessi dei dati sensoriali come la propria mente.” Il significato di questa affermazione è che ciò che le persone comuni ritengono essere il proprio sé non è il vero sé. E se non sai cosa sia il tuo vero sé, non puoi neanche vedere gli altri come sono veramente.

Così se le tue idee di sé e di altro sono entrambe non vere, come puoi giudicare il giusto e lo sbagliato?

Normalmente chi presume di essere sulla Via e non parla di giusto e sbagliato negli altri continua comunque a definire il bene e il male nella propria mente e a fare distinzioni di acutezza e ottusità nelle persone. Concettualizzando la superficialità e profondità di comprensione, costoro contrastano errore e correttezza della pratica. Essi non possono procedere direttamente verso l’illuminazione suprema, per cui sono incoraggiati a non prestare attenzione ai giudizi di giusto e sbagliato.

Muso Kokushi

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GIUSTIZIA E LEGGE IN PROTAGORA.

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Protagora promuove una vera e propria distinzione tra conoscenza e sapere. La verità assoluta non esiste, dato che ognuno è “misura” delle proprie conoscenze. Si tratta del cosiddetto “uomo misura”. Non ha senso disquisire circa la verità o falsità di un concetto o di un contenuto di conoscenza. Questo, però, non impedisce di disquisire su gli stessi in un altro modo, ovvero mantenendoli tutti quanti legittimi e trattandoli e differenziandoli sulla base di altri parametri. Il sapere acquisisce, quindi, un vero e proprio significato di “praticità”.

La proposta di Protagora verte sulla distinzione tra “ciò che è vantaggioso e ciò che non lo è”. Questo è l’ambito che si apre al sapiente, ovvero lo spazio entro il quale il sofista è chiamato ad intervenire. Questo “sapere pratico”, infatti, diventa fondamentale nel momento in cui si passa dal piano individuale a quello collettivo, ovvero da quello delle attese e dei bisogni del singolo a quello concernente la res publicaProtagora, infatti, non negando in alcun modo la dinamica concettuale del già citato “uomo misura”, è consapevole di come ciascun cittadino creda e si faccia portatore di interessi, valori e bisogni differenti e distinti da quelli di un qualsiasi suo consociato. Ed è altrettanto consapevole di come, molto spesso, possano sorgere conflitti e diatribe tra cittadini, proprio a causa di una “molteplice divergenza”. Il compito del sofista è evitare che accadano tali avvenimenti.

Il sapere del sofista è, dunque, un sapere soprattutto – e principalmente – politico. Il significato di “uomo misura” muta inevitabilmente. Non si tratta più soltanto di disquisire circa il fatto che ciascuno di noi sia il detentore legittimo di una propria conoscenza, quanto il riflettere attorno alle conseguenze socio-politiche delle conoscenze possedute. Dove, adesso, il referente non è più soltanto il singolo, bensì la collettività… una collettività chiamata a fondarsi su di una coesistenza pacifica dei propri membri.

La concezione dell'”uomo misura” porta ad accettare l’idea che ciascuno di noi sia arbitro (anche) delle proprie decisioni politiche. Resta da capire, dunque, come, in assenza di valori oggettivi, assoluti e tali da far da guida ad una intera comunità, i cittadini stessi possano fondare la medesima e convivere nel rispetto di leggi comuni e condivise.

Come poter parlare, quindi, di “Giustizia”?

La soluzione fornitaci da Protagora risiede nel vertere la propria attenzione sull’uomo-politico e sulla concezione pratica del sapere. La Giustizia, insomma, al pari della verità, non è un valore assoluto ma (semplicemente) il risultato della collaborazione dei cittadini, ovvero la sintesi di quel complesso di regole e valori che gli stessi sono riusciti a rendere tra loro compatibili. Si tratta di una specie di “convenzionalismo giuridico”:  giusto è ciò che la legge stabilisce e resta tale fintanto che la medesima lo afferma.

Non esiste, quindi, giustizia al di fuori della legge, dato che la legge è l’unica fonte di giustificazione della medesima. Ecco allora che ogni credenza circa l’esistenza di una Giustizia Divina viene completamente messa da parte.

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LA VISITA DELLA FILOSOFIA.

«- Ma tempo è questo di medicina, disse, anziché di querele. – E, fissandomi con quanto avea d’occhi: – Non sei tu, proseguì, colui che, già allevato col mio latte e nutrito coi miei alimenti, eri giunto a possedere fortezza d’animo virile? Ti avea io inoltre provveduto di tali armi che ti avrebbero vittoriosamente difeso, ove tu prima gittate non le avessi. Mi riconosci? A che taci? Non parli per la vergogna o per lo stupore? Vorrei fosse per la vergogna, ma se ben vedo, sei sopraffatto dallo stupore. – Scorgendomi ella non soltanto silenzioso, ma muto e senza lingua affatto, m’accostò lievemente la mano al petto: – Non è in pericolo, disse, soffre di letargo, malattia comune alle menti illuse; uscì alquanto fuori di sé, ma vi rientrerà agilmente quando mi avrà ravvisata e affinché possa riconoscermi, tergiamogli un poco dagli occhi la nube caliginosa delle cose mortali. – Ciò detto, colla veste raccolta in pieghe, m’asciugò le pupille inondate di lacrime.»

S. Boezio, De Consolatione Philosophiae (523 d.C.).

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LA LIBERAZIONE DI RAJJUMĀLĀ.

Ai tempi del Buddha viveva una giovane ragazza di nome Mālā. La fanciulla faceva la domestica per una signora rude e violenta. Quest’ultima, infatti, era profondamente invidiosa della bellezza della sua serva e, a causa di questo suo animo distorto e viziato, non perdeva occasione per offenderla e maltrattarla. Indipendentemente che la povera Mālā  commettesse o meno degli errori, la sua padrona non si risparmiava dal picchiarla e dal tramortirla, così da non concederle mai nemmeno un breve attimo di pace e serenità. Era soprattutto la lunga, liscia e sensuale capigliatura della ragazza ad infiammare, oltremodo, l’animo della donna e a renderla schiava dei sentimenti più biechi e meschini: ogni volta, infatti, che la fanciulla andava accarezzandosi i capelli, la padrona la picchiava e la gettava a terra, tirandola proprio per la lunga chioma.

Un giorno, non riuscendo più a sopportare tanta violenza, Mālā si convinse che, tagliandosi i lunghi capelli, la sua padorna (forse) avrebbe smesso di trattarla con tanto odio. Certa, dunque, di come la fonte di tutte quante le sue sofferenze fosse la propria lunga chioma, la ragazza agì di conseguenza. Ma questo gesto rese la donna ancora più furiosa. Per vendicarsi di tanta sfrontatezza, infatti, la padrona legò attorno al collo della giovane una corda e fece poi un nodo, proibendole, tassativamente, di rimuoverlo. Da quel giorno in poi, la donna si servì proprio di quel nodo per afferrare la fanciulla e tenerla stretta a sé, nel mentre che andava picchiandola.

Ben presto Mālā non ebbe più le forze per reggere il peso di tanta violenza. Non aveva mai il modo di uscire e di divertirsi con i propri amici. Inoltre, tutte le persone del villaggio avevano anche iniziato a deriderla e a chiamarla Rajjumālā – ovvero Mālā che ha una corda attorno al collo -. Triste, afflitta e del tutto sola, la giovane domestica decise così di porre fine alla sua vita. Una mattina, con la scusa di andare a prendere dell’acqua, afferrò una pentola e vi nascose al suo interno una corda. Convinta come quella, oramai, fosse per lei l’unica strada possibile da percorrere.

Nel mentre che andava recandosi nel cuore del bosco, la fanciulla fu però scorta dal Buddha. Il Maestro riuscì a raggiungere la ragazza giusto in tempo. Poco prima che la stessa fosse sul punto di porre fine alla propria triste esistenza. Il loro fugace dialogo dissipó gli intenti nefasti della ragazza:

Buddha“Figlia, hai riflettuto su quello che stai per fare? Se tu sapessi quanto sei fortunata, non faresti mai una cosa del genere!”

Mālā“Signore, la mia vita è un vero inferno. Sulla terra ho trovato solo sofferenza. Per questa ragione voglio che la mia esistenza abbia termine oggi.”

Buddha“Piccola Rajjumālā, oggi è certo che tu stia soffrendo. Ma terminare così la tua vita non ti darà alcuna risposta! Allargare la tua vista per guardare il quadro più ampio così da porre fine alla tua sofferenza. Questo è ciò che dovresti fare! Ciò che, invece, non dovresti mai fare è porre termine a quanto di più raro ti sia stato in dono: la tua vita umana.”

Rincuorata dalla gentilezza del Buddha, la fanciulla gettò a terra la corda e pregò il Maestro d’istruirla sul percorso da seguire per liberarsi dal fardello della sofferenza. Fu così che il Buddha la istruì sul sangaha dhamma e sul Nirvana. Tornata al villaggio, la piccola Mālā apparì a tutti essere diversa e fiorita spiritualmente. Ma in pochi compresero il reale motivo di quella sua rinascita.

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