GOFFMAN E LA MORALITÀ NEI RAPPORTI DIALOGICI.


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Sottesa a tutta l’interazione sociale sembra esserci una dialettica fondamentale. Quando un individuo viene a trovarsi alla presenza di altri, vorrà essere al corrente dei fatti della situazione. Se egli ne fosse informato, potrebbe sapere e prevedere che cosa potrebbe succedere e potrebbe dare agli altri presenti quanto spetta loro, tenendo conto dei suoi interessi personali.

Durante un’interazione, ciascun individuo, non potendo disporre di tutti i dati necessari ad una genuina conoscenza degli alter ego, si affida a veri e propri “elementi sostituti” – spunti, prove, accenni, gesti espressivi, simboli di status, ecc. – per cercare di allestire quello che finisce con il divenire un vero e proprio rapporto dialettico. Da una parte, infatti, l’interlocutore, sulla base di questa “realtà apparente”, comunica una propria immagine di sé mentre nel frattempo, dall’altra parte, si assicura che suddetta proiezione sia effettivamente quella che gli altri interlocutori stanno cercando e/o pensando e/o attendendo di ricevere.

Le incomprensioni o le situazioni di impasse sorgono proprio quando all’interno di un rapporto dialogico tali apparenze sconfessano o finiscono con il manifestare una totale incongruenza con la vera realtà dei fatti – che, come sostenuto dallo stesso Goffman, non può, in termini apriorici, essere bagaglio conoscitivo di alcuno -. L’errore risiede nel non comprendere il fatto che le impressioni esternate durante una comunicazione, infatti, tendono ad assumere spesso una caratura morale, presso i partecipanti alla conversazione:

L’individuo tende a trattare i presenti sulla base delle impressioni che essi in quel momento danno per ciò che riguarda il loro comportamento passato e futuro. Perciò gli atti di comunicazione si traducono in atti morali. Le impressioni date agli altri tendono a essere trattate come pretese e promesse implicite e le pretese e le promesse tendono ad avere un carattere morale.

La riflessione di Goffman circa il ruolo della moralità in ambito comunicativo risiede tutta qui.

L’interlocutore resta, prima di tutto, un attore. Se l’interesse primario, all’interno di un rapporto dialogico, è quello di esternare una precisa manifestazione di sé – attraverso un’analisi (apparente) degli alter ego -, ciò che di morale viene esternato resta – spesso – solo “merce di scambio” e non ciò che realmente va costituendo colui che parla. In questo consiste il divenire un «maestro del palcoscenico». Ma non finisce qui.

Per colui che si accorge delle mistificazioni che “deve esternare a causa delle regole che vanno costituendo il rapporto dialogico”, il rendersi conto di quanto quelle immagini morali siano effettivamente lontane dalla reale essenza di ciò che è (nella vita di tutti i giorni), finisce con il divenire fonte di rammarico e sofferenza. Alcune grandi problematiche dell’io, relative alla non coincidenza tra “ciò che si è” e “ciò che si vorrebbe essere” – o, più semplicemente, “ciò che si desidera far credere di sé stessi” – trovano qui la propria origine più cupa:

Nella loro veste di attori gli individui hanno interesse a mantenere l’impressione che essi stiano vivendo all’altezza dei molti standard secondo i quali essi e i loro prodotti verranno giudicati. Siccome questi standard sono così numerosi e onnicomprensivi, gli individui-attori vivono più di quanto possiamo credere in un mondo morale. Ma in quanto attori, gli individui non sono tanto interessati al problema morale di realizzare questi standard, quanto a quello a-morale di costruire un’impressione convincente del fatto che questi siano raggiunti. La nostra attività, quindi, ha soprattutto a che fare con questioni morali, ma, in quanto attori, non la consideriamo nelle sue conseguenze morali: come attori siamo trafficanti di moralità.

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