INTRODUZIONE ALLE CATEGORIE ARISTOTELICHE.


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Prendiamo adesso in considerazione le Categorie di Aristotele. La divisione di tutti gli enti avviene in quattro classi e sulla base di due ben precise distinzioni. Partiamo proprio da quest’ultime. Innanzitutto, il filosofo parla, da una parte, di entità “generali/universali” e, dall’altra, di entità “particolari” o “individui”. La seconda distinzione è quella tra “oggetti” e “proprietà” degli stessi. Incrociando le due distinzioni aristoteliche, si ottiene la seguente struttura quadripartitica:

  • oggetti particolari;
  • oggetti universali;
  • proprietà particolari;
  • proprietà universali.

Il termine “oggetto” deve qui essere inteso al pari di quello di “sostanza”, mentre è subito necessario affermare come l’intera struttura quadripartitica di cui sopra si basi su due ben precise dinamiche concettuali: le due espressioni che dobbiamo tenere a mente sono «dirsi di un soggetto» ed «essere in un soggetto». Gli enti che “si dicono di un soggetto” sono gli “attributi essenziali” e rispondono alla – già più volte menzionata domanda – che cos’è X?. Si tratta, quindi, di tentare di risalire ad una definizione di X e/o alla individuazione del genere al quale appartiene X. Gli enti, invece, che “sono in un soggetto” sono “attributi non essenziali/accidentali”. Sono quelle che poco sopra abbiamo chiamato con il nome di “proprietà”. La definizione di Aristotele è particolarmente esaustiva:

Dico “in un soggetto” ciò che, trovandosi in qualcosa non come parte, è impossibile che sia separatamente da ciò in cui è.

L’equazione è la seguente: un ente X è in un soggetto se, e soltanto se, esiste un ente Y tale che X è in Y in “un senso diverso da quello in cui una parte si trova in un intero” e se X non può esistere indipendentemente da Y – ovvero, se Y non esiste, allora non esiste nemmeno X -. Facciamo un esempio: il coraggio (X) è nell’anima (Y), ovvero si trova in essa in quanto sua proprietà, ma lo stesso non è una parte dell’anima, nonostante in assenza di quest’ultima non potrebbe esserci alcun coraggio. Si tratta più che altro di distinguere il concetto di “risiedere” con quello di “determinare”. Conseguentemente a tutte queste riflessioni, gli enti aristotelici si ripartiscono – nuovamente – lungo una struttura quadripartitica:

  1. “enti che si dicono di un soggetto ma non sono in un soggetto”: sono gli “oggetti universali”. Per esempio, il cavallo – che è attributo essenziale di “ogni cavallo” e non è attributo essenziale di alcunché dato che tutto ciò che è cavallo lo è, per l’appunto, essenzialmente -;
  2. “enti che non si dicono di un soggetto ma sono in un soggetto”: sono le “proprietà particolari”. La particolarità è legittimata anche dal possesso della medesima proprietà da parte dell’ente stesso. Ad esempio, nell’espressione questo muro è bianco è possibile notare come il biancore descriva una caratteristica della particolarità (il muro); può (sicuramente) trattarsi di una tonalità di colore simile a quella posseduta da un altro muro ma il fatto stesso che essa appartenga solo a questa parete e a nessun’altra rende tale caratteristica “particolare”, per l’appunto;
  3. “enti che si dicono di un soggetto e sono in un soggetto”: sono le “proprietà universali”, come la scienza, ad esempio;
  4. “enti che non si dicono di un soggetto e non sono in un soggetto”: sono gli “oggetti particolari”. Un “particolare uomo”, ad esempio, non è attributo né essenziale né accidentale di alcunché.

I «generi sommi» aristotelici abbiamo già avuto modo di osservarli in riferimento ai Topici. In quel caso abbiamo visto come le predicazioni possono venire rivolte – tutte quante – alla domanda che cos’è X?. Aristotele sfrutta ed utilizza il termine kategorìa anche nei riguardi dei generi di cui sopra, con il significato di “predicato/predicazione”. Le categorie verso le quali il filosofo mostra particolare interesse sono le seguenti: “sostanza”, “relativo”, “qualità” e “quantità”. Mi preme approfondire soprattutto la prima (chiamata ousìa). Possiamo partire proprio dalle parole del filosofo:

L’ousìa […] è quella che né si dice di un qualche soggetto né è in un qualche soggetto: per esempio l’uomo particolare o il cavallo particolare. Ousìai seconde sono invece chiamate sia le specie nelle quali si trovano le ousìai così chiamate primariamente, sia i generi di queste specie. Per esempio l’uomo particolare si trova in una specie che è l’uomo, e genere di questa specie è l’animale. Dunque queste sono chiamate ousìai seconde: per esempio l’uomo e l’animale.

Il termine ousìa possiede, dunque, due usi:

  • primo di tutto, il termine si riferisce agli oggetti particolari – “quest’uomo” – che, in quanto tali, non sono attributi di alcunché;
  • in secondo luogo, ousìa si rivolge agli oggetti generali – “l’uomo”.

In poche parole, Aristotele afferma come la realtà ultima sia quella degli oggetti particolari – immanentismo – ai quali Platone aveva riconosciuto solo imperfezione ed imitazione. Ma sebbene la sostanza non sia attributo di alcunché, la stessa possiede attributi dato che tutte le entità sono attributi delle sostanze prime – le forme -. Significa che l’esistenza di tutte le particolarità richiede necessariamente l’esistenza delle sostanze prime – «se quindi non esistessero le sostanze prime, sarebbe impossibile che esistesse qualcuna delle altre cose» –.

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