IL NOUS: L’INTELLETTO COSMICO CHE TUTTO MUOVE E CHE PENSA SOLO A SÉ STESSO.

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Abbiamo già affrontato la dinamica del nous aristotelico. Nello specifico, in riferimento alla conoscenza scientifica. Abbiamo visto come il nous, a differenza della “sezione” epistemica della ragione umana, permetta, tramite l’esperienza e la percezione, di giungere per induzione alla individuazione dei principi primi su cui poi vengono prodotte le vere e proprie indagine scientifiche. Adesso, dobbiamo però uscire dalla considerazione di cui sopra ed affrontare un’altra argomentazione relativa al suddetto concetto. Una argomentazione che ci permette di completare le riflessioni cosmologiche di Aristotele e di ribadire quanto affermato in tema etico – ovvero il fatto che la sapienza sia il vero fine preposto dalla Natura all’uomo -. Dobbiamo partire da una serie di premesse particolarmente importanti.

Nuovamente, è opportuno ribadire come Aristotele sostenga che la sapienza lato sensu sia il vero scopo dell’esistenza. A questa considerazione dobbiamo legare immediatamente quella che, a tutti gli effetti, appare essere una vera e propria “necessità” gnoseologica per il filosofo: far sì che la Filosofia si affermi come la scienza preminente. Questo significa, da una parte, relegare la Fisica ad una posizione di secondo piano e, dall’altra parte, elaborare una “scienza della scienze”, ovvero un sapere universale. Ecco che sorgono subito i primi problemi.

Abbiamo più volte affermato, infatti, come non esista, all’interno del pensiero aristotelico, una “scienza unificata”. L’importanza delle categorie, del resto, serve anche a ribadire come non debba esserci conflittualità tra le sapienze teoretiche, le quali, per l’appunto, hanno il compito di occuparsi dei propri campi d’indagine e di studio. Aristotele, adesso, conia l’espressione di «scienza dell’essere in quanto essere», dando così forma e definizione ad un sapere che pare sia rivolto alla individuazione e spiegazione dei principi primi. Il fatto è che, elaborata in questo modo, questa forma di scienza non può essere considerata una vera… scienza! E questo per il semplice fatto di non possedere uno specifico campo d’indagine e di studio! Tant’è che potremmo considerarla come attinente alla riflessione circa (la materia e) la forma (universale?) – la migliore candidata a ricoprire il ruolo di “sostanza prima”, come abbiamo già avuto modo di vedere – e, al contempo, come impossibilita a promuovere una conoscenza veramente scientifica – in quanto incapace di dare vita a deliberazioni -. Ecco perché, in questa precisa fase delle sue riflessioni, Aristotele introduce il piano metafisico. E, nello specifico, il già menzionato Nous Cosmico. Procediamo con ordine.

Campo d’indagine della «scienza dell’essere in quanto essere» diviene, quindi, la individuazione e comprensione delle forme sovrasensibili. Il che significa che da esse tutto deve poi seguire e derivare. Aristotele non intende delegittimare la Fisica quanto, piuttosto, sfruttando il quadro metafisico che intende allestire, porla al di sotto della Filosofia. Il Nous Cosmico, infatti, viene presentato, innanzitutto, come il “motore che mette in movimento l’intero Universo”. Aristotele sostiene come sia necessario che esista un qualcosa che permetta a tutti i Corpi Celesti di muoversi all’interno del Cosmo e dato che deve trattarsi del “motore primordiale” è fondamentale che lo stesso sia fermo. Altrimenti dovremmo proseguire ulteriormente a ritroso con l’indagine e domandarci chi abbia messo in moto il suddetto Nous. Il movimento che questo “motore fermo ed immobile” produce è eterno. Il che significa che, oltre ad essere fermo, il Nous debba anche essere privo di materia. Perché? Perché un corpo composto di materia in grado di produrre un movimento eterno ed infinito dovrebbe, per forza di cose, essere costituito da una materia infinita. Ma, come abbiamo già visto, l’infinità, in termini cosmologici, esiste solo in potenza e mai in atto. Quindi, questo Nous è fermo, immobile, mette in movimento l’intero Universo ed è incorporeo. La domanda sorge spontanea: “Come può un qualcosa, che non è composto di materia, mettere in moto dei corpi se è impossibilitato a toccarli?”. Si tratta di una impasse filosofica molto profonda.

Aristotele afferma che «se qualcosa muove essendo immobile, tocca allora il mosso, ma il mosso non lo tocca affatto». Si tratta di una considerazione di causa efficiente molto vaga e poco approfondita. In altri spunti, il filosofo sostiene come sia il Cielo delle Stelle fisse che i Pianeti, volendo imitare la perfezione del Nous, finiscano con il venire veicolati dallo stesso al movimento. Una interpretazione di rimando psicologico è quella secondo cui il movimento impresso dal Nous sia da intendersi alla stregua di quel rapporto che lega, molto spesso, il “pensato” al “desiderato”: l’oggetto di un desiderio porta l’individuo a tendere verso lo stesso senza che il medesimo venga però mosso. Restano, ad ogni modo, argomentazioni che, ancora oggi, sono oggetto di studio e di approfondimento. In ogni caso, se il movimento evidenzia l’importanza della Fisica – e ribadisce come tutto derivi e segua dal Nous -, la definizione ontologica del Nous pone la Filosofia al di sopra di tutte le altre forme di sapienza. Fisica compresa, per l’appunto.

Il Nous, infatti, è un intelletto. Anzi. Un Intelletto Divino. La cui unica attività è esclusivamente quella di pensare. Ed il suo stesso pensiero è auto-referenziale. Significa cioè che il Nous pensa, solo e soltanto, a sé stesso. Potrebbe anche darsi il caso che questa Divinità niente sappia del Cosmo e dei Pianeti che Lei medesima mette in movimento. Aristotele, inoltre, nemmeno sa dirsi certo se si tratti dell’unica divinità: del resto, “gli Astri sono divini”, come abbiamo già evidenziato più volte, quindi ridurre l’impianto teologico aristotelico ad un monismo può essere alquanto azzardato. Il pensare, dunque, primeggia su tutto, dato che ontologicamente definisce ciò che la Divinità è per sua stessa natura. Ecco il perché del primeggiare tra tutte le scienze della Filosofia.

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ARISTOTELE E LA FISICA COSMOLOGICA: PARTE SECONDA.

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Il Mondo, afferma Aristotele, va pensato nella forma di una totalità perfetta – tèleion – in cui tutto è presente per il compimento dello stesso e niente, dunque, risulta esserne escluso. Anche per questa ragione, il “tutto Mondo” aristotelico è finito – dato che all’interno di un infinito sarebbe impossibile si verificasse un perfetto compimento – ed eterno. Tale perfezione ha riscontro anche nella sua forma: sferica, anzi, una forma perfettamente sferica. Una perfezione la cui stessa osservazione si fonde perfettamente con  quella del moto degli astri.

L’Universo di Aristotele va formandosi di sfere concentriche dalla perfetta forma che si muovono attorno alla Terra (immobile). Il moto degli astri celesti avviene “per Natura”, ovvero lo stesso non richiede sforzo o costrizione alcuna – né, tanto meno, la presenza di un Atlante in grado di sorreggere il Cielo -. Aristotele non prende in considerazione nemmeno la necessità di una entità mediatrice dell’azione causale, come l’Anima del Mondo di provenienza platonica, ad esempio. Notiamo qui un Aristotele che sfrutta al massimo le credenze e le opinioni – legomèna/èndoxa – diffuse e perpetrate in tema di Dei e Divinità: gli astri sono divini e, in quanto tali, perfetti e del tutto autosufficienti – ovvero sono loro stessi causa della propria esistenza e del proprio movimento -. Si tenga in considerazione il fatto che il considerare gli astri celesti come costituiti di anima e, quindi, esseri viventi non contraddice la posizione assunta da Aristotele in riferimento al suo diniego dell’accettazione dell’Anima del Mondo di PlatoneAristotele, infatti, non concepisce la presenza di una entità che sia esterna agli astri e che, nei riguardi degli stessi, assolva funzioni di mediazione e di legittimazione all’esistenza. Il punto di vista, quindi, è ben definito.

Il Mondo, secondo Aristotele, non presenta “dimensioni assolute” – tipo “alto/basso” o “destra/sinistra” -. E questo nonostante vada assumendo forma sferica. Ad ogni modo, però, il fatto che il Cielo si costituisca di un’anima e sia artefice tanto della sua esistenza che del suo movimento, fa sì che lo stesso si organizzi secondo l’alto e il basso o la destra e la sinistra. In sintesi: nonostante il Mondo non possieda dimensioni assolute, l’essere iscritto in una forma sferica rende possibile l’accettazione (concettuale) di una sua articolazione dimensionale.

Altra lettura particolarmente impressionante – da un punto di vista filosofico – risiede nella legittimazione del movimento che Aristotele attribuisce agli astri celesti, ovvero al rapporto indissolubile tra la natura degli stessi ed il movimento da essi esperito. Si tratta di una interpretazione profondamente antropomorfa. Il filosofo, infatti, sostiene come il movimento vada de facto pensato ed interpretato sulla base della natura di chi lo compie; chi gode di perfezione – come Dio – o non ha bisogno di muoversi o ha necessità di compiere un solo movimento, mentre chi per natura si palesa essere imperfetto – ad esempio, l’uomo – ma può raggiungere la prossimità della perfezione, è in continuo movimento. Chi, invece, non possiede alcuna possibilità di perfezionarsi o non compie alcuna azione o resta immobile -. Ora si tratta di “tradurre” in termini cosmologici questa considerazione antropomorfa. Ecco, dunque, la struttura cosmologica aristotelica colta in riferimento alla individuazione ed analisi dei movimenti celesti:

  • il “Cielo delle stelle fisse” – il più esterno – compie un unico movimento, data l’assoluta equiparazione ad uno stato perenne di perfezione, e, dunque, rientra nel primo caso;
  • i Pianeti – più esterni – sono dotati di quattro movimenti e formano la seconda categoria;
  • il Sole, la Luna e la Terra, infine, sono praticamente fermi ed immobili.

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ARISTOTELE E LA FISICA COSMOLOGICA: PARTE PRIMA.

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Il Mondo aristotelico, dunque, va componendosi di due “sfere”. La prima è la sfera degli astri celesti. Essi possiedono moti circolari ed eterni, in grado di scandire – come abbiamo visto – il ritmo intero della Natura sublunare. La seconda sfera è composta proprio da suddetta Natura. I moti, in questo caso, si presentano rettilinei e, dunque, suscettibili tanto di nascita quanto di morte. In questa sfera la materia è corruttibile ed è qui che risiede la natura vivente e sono collocati gli uomini. Si tratta del “nostro Mondo”.

La fisica cosmologica di Aristotele parte dal “basso”. Innanzitutto abbiamo la materia – hyle -, la quale funge, dunque, da punto di partenza per qualsivoglia forma di conoscenza ed indagine. Seguono da essa i primi quattro elementi fondamentali dell’intera organizzazione strutturale. Trattasi dei quattro stati in cui la materia medesima può presentarsi: caldo e freddo sono proprietà attive, mentre solido e fluido (o secco e umido) sono, invece, quelle passive. A questo stesso livello si collocano i corrispettivi quattro elementi: fuoco, aria, terra ed acqua. Vi è anche un quinto elemento chiamato “etere”, ma esso non fa parte della fisica della Natura sublunare quanto, piuttosto, di quella astrale – la già precedentemente citata “prima sfera” -. Possiamo intravedere il forte influsso di Empedocle nella trattazione fisica appena descritta. Dobbiamo evidenziare il fatto di come l’intera argomentazione si fondi sull’attenta analisi della Natura e sulla rilevanza assegnata da Aristotele all’esperienza. Aria, fuoco, terra ed acqua sono, infatti, innegabilmente visibili ed osservabili in tutta la vastità del Creato, esattamente come impossibile è il non scorgere le proprietà dei corpi (caldo, freddo et similia). Anche i mutamenti di stato, causati dalle sopracitate proprietà attive, sono impossibili da non notare – si pensi alla liquefazione o al congelamento, ad esempio -. Ciò, quindi, che legittima le riflessioni aristoteliche e che finisce, di conseguenza, con l’assumere il ruolo di fondamento dell’intera trattazione fisica, altro non è che l’esperienza visiva e tattile – un ulteriore modo per ribadire l’immanentismo aristotelico e tutte le caratteristiche ad esso attribuite -. Si pensi anche all’importanza, in termini di sapere teorico, riconosciuta dal filosofo all’analisi ed osservazione dei corpi viventi: le ossa, ad esempio, possiedono una prevalenza di materiali freddi e terrosi, mentre il sangue, al contrario, va costituendosi di componenti più caldi e fluidi, e via discorrendo. Le trasformazioni reciproche degli elementi avvengono per transizione da una coppia di qualità a quella più prossima – ad esempio, dalla coppia caldo/umido a quella umido/freddo, attraverso la condensazione del vapore in acqua -, dando così vita ai tessuti dei corpi viventi e ai processi inerenti la loro stessa nutrizione:

A questi elementi però Aristotele non ascrive soltanto le suddette proprietà quanto anche un valore ponderale, tale da determinarne il moto: il fuoco è leggero così come la terra è, invece, pesante. Aria ed acqua sono tra loro intermedi. Il peso determina la direzione del movimento – salvo impedimenti o restrizioni -: il fuoco, ad esempio, si muoverà sempre verso l’alto – cioè in direzione della volta celeste -, mentre la terra inevitabilmente verso il basso – ovvero verso il nostro Mondo ed il suo stesso epicentro -. Se, dunque, gli elementi fossero liberi e “sciolti”, ovvero non “mescolati” all’interno dei corpi composti, finiremmo con l’avere quattro sfere concentriche: procedendo dall’esterno verso l’interno, avremmo la sfera del fuoco, poi quella dell’aria, subito dopo quella dell’acqua e, infine, scorgeremmo quella della terra. Questo schema fornisce una spiegazione circa la distribuzione della materia all’interno del Cosmo. Viene così a formarsi uno strato superiore caldo e secco, in quanto composto da aria e fuoco ed alimentato dalle esalazioni della sfera sottostante, ed uno inferiore freddo ed umido, poiché formato da terra ed aria, in grado di esalare vapori a causa del riscaldamento dell’acqua. Il ciclo della pioggia dipende dal raffreddamento delle esalazioni. Terremoti e venti vengono spiegati in modo analogo. Il riscaldamento solare, variabile secondo i cicli stagionali, diviene la causa principale di ogni fenomeno meteorologico.

E per quanto riguarda il sopracitato “etere”? Ebbene l’etere è un elemento igneo ma diverso dal fuoco presente all’interno della Natura sublunare. Esso costituisce la materia prima degli astri. Aristotele sostiene come gli astri, da una parte, debbano essere costituiti di materia in quanto visibili ed in movimento, ma, dall’altra parte, essendo il loro un movimento eterno – oltre che circolare -, è necessario che la materia astrale sia anch’essa eterna – ovvero non soggetta ai processi di trasformazione, generazione e corruzione dei corpi sublunari -, oltre che non composita.

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EPICURO E I FENOMENI NATURALI: LA LETTERA A PITOCLE.

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Al fine di comprendere correttamente la posizione assunta da Epicuro nei riguardi dello studio della realtà sensibile, è fondamentale “integrare” il contenuto dell’epistola scritta all’amico – nonché allievo – Pitocle con le riflessioni concernenti la cosiddetta “canonica” epicurea.

Ciò da cui è doveroso e necessario partire è sottolineare l’importanza che assume l’esperienza sensibile all’interno della filosofia di Epicuro. Vi è un solo piano di realtà, infatti, ed è quello delle oggettualità sensibili e dei fenomeni naturali. Attraverso l’esperienza, la manifestazione esperita assume sempre la forma di “impressione” la quale, una volta recepita, produce nel percipiente una “sensazione”. Epicuro sostiene come le sensazioni siano sempre vere. Sempre. Evidenziando, quindi, la rilevanza dell’ascrizione delle stesse ai sensi dell’uomo. Ciò che, al contrario, non gode di una apriorica ed incondizionata veridicità è il giudizio che il percipiente esprime nei riguardi delle particolarità sensibili e dei fenomeni. Vi possono essere errori di valutazione così come risultati non conformi alle ipotesi elaborate in ambito epistemologico. Tant’è che la realtà sensibile viene descritta come costituita anche di parti e di elementi non direttamente discernibili e solo comprensibili attraverso procedimenti cognitivi svolti tramite induzione – è il caso, come vedremo più avanti nelle riflessioni concernenti la fisica, dell’esistenza dei minima e/o del movimento degli atomi secondo declinazione -. Ad ogni modo, le ipotesi, le teorie formulate, i giudizi espressi e, dunque, in una parola, le esperienze vissute permettono di arricchire il bagaglio culturale dell’individuo, consentendo così allo stesso di promuovere delle vere e proprie “anticipazioni” – via via più accurate – nei confronti dello studio della realtà sensibile.

Nella lettera scritta all’amico Pitocle, le tematiche affrontate da Epicuro, in seno al corretto funzionamento di una genuina indagine epistemologica da svolgere nei riguardi tanto delle oggettualità quanto dei fenomeni, sono due e risultano essere profondamente concatenate l’una all’altra.

Innanzitutto, ciò che preme al filosofo, è ribadire come, all’interno del modus operandi dello studioso, debba essere sempre garantita una equiparazione tra tutte le tesi e le ipotesi congeniali all’indagine svolta, dove l’aggettivo “congeniale” deve necessariamente indicare il fatto che le suddette siano scientifiche, inerenti l’argomento trattato e plausibili rispetto a quanto percepito e colto dall’analisi del fenomeno medesimo. In pratica, ad un singolo fenomeno possono essere ascritte anche più ipotesi circa la sua esistenza, a patto che le stesse non violino quel fondamento di “buon senso scientifico” dal quale, sempre e comunque, tanto le teorie quanto le indagini debbano sempre originarsi.

Si tratta di un “modo di porsi” nei riguardi dello studio lato sensu che è presente in qualsivoglia forma di riflessione epicurea circa i più disparati fenomeni naturali:

Tutto, dunque, procede senza turbamento se si risolvono tutti i problemi secondo il metodo delle molteplici spiegazioni in accordo con i dati dell’esperienza, lasciando sussistere in merito, com’è opportuno, le spiegazioni plausibili: qualora invece se ne ammetta qualcuna, ma se ne rifiuti qualche altra, benché sia in accordo anch’essa con i dati dell’esperienza, è chiaro che si esce dall’ambito della scienza della natura e si cade nel mito.

La seconda riflessione risiede proprio in questo avvertimento lanciato dal filosofo. Il rischio avvertito e colto da Epicuro ruota attorno allo stolto ripiegare dell’uomo su spiegazioni mitologiche, che niente hanno a che vedere con quanto esperito in termini di esperienza sensibile. Ciò che preme, dunque, ad Epicuro è porre rimedio alla superficiale convinzione secondo la quale “se un fenomeno non è spiegabile allora possiede una legittimazione divina”. Il «metodo delle molteplici spiegazioni», quindi, serve proprio a scongiurare la possibilità che l’intento epistemologico perda di scientificità – oltre a ribadire come i Divini siano totalmente disinteressati dalle questioni terrene -:

I segni di ciò che avviene nei fenomeni celesti li recano alcuni fenomeni che si verificano attorno a noi e che possiamo osservare direttamente nel modo e nel luogo in cui avvengono: e non i fenomeni celesti stessi, che si possono infatti produrre in maniere diverse. Certo dobbiamo considerare con attenzione la manifestazione visibile che di ciascuno di essi percepiamo e analizzare, in tutti i fatti che a esso sono associati, ciò che la nostra diretta esperienza non esclude possa verificarsi in diversi modi.

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