EPICURO E I FENOMENI NATURALI: LA LETTERA A PITOCLE.


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Al fine di comprendere correttamente la posizione assunta da Epicuro nei riguardi dello studio della realtà sensibile, è fondamentale “integrare” il contenuto dell’epistola scritta all’amico – nonché allievo – Pitocle con le riflessioni concernenti la cosiddetta “canonica” epicurea.

Ciò da cui è doveroso e necessario partire è sottolineare l’importanza che assume l’esperienza sensibile all’interno della filosofia di Epicuro. Vi è un solo piano di realtà, infatti, ed è quello delle oggettualità sensibili e dei fenomeni naturali. Attraverso l’esperienza, la manifestazione esperita assume sempre la forma di “impressione” la quale, una volta recepita, produce nel percipiente una “sensazione”. Epicuro sostiene come le sensazioni siano sempre vere. Sempre. Evidenziando, quindi, la rilevanza dell’ascrizione delle stesse ai sensi dell’uomo. Ciò che, al contrario, non gode di una apriorica ed incondizionata veridicità è il giudizio che il percipiente esprime nei riguardi delle particolarità sensibili e dei fenomeni. Vi possono essere errori di valutazione così come risultati non conformi alle ipotesi elaborate in ambito epistemologico. Tant’è che la realtà sensibile viene descritta come costituita anche di parti e di elementi non direttamente discernibili e solo comprensibili attraverso procedimenti cognitivi svolti tramite induzione – è il caso, come vedremo più avanti nelle riflessioni concernenti la fisica, dell’esistenza dei minima e/o del movimento degli atomi secondo declinazione -. Ad ogni modo, le ipotesi, le teorie formulate, i giudizi espressi e, dunque, in una parola, le esperienze vissute permettono di arricchire il bagaglio culturale dell’individuo, consentendo così allo stesso di promuovere delle vere e proprie “anticipazioni” – via via più accurate – nei confronti dello studio della realtà sensibile.

Nella lettera scritta all’amico Pitocle, le tematiche affrontate da Epicuro, in seno al corretto funzionamento di una genuina indagine epistemologica da svolgere nei riguardi tanto delle oggettualità quanto dei fenomeni, sono due e risultano essere profondamente concatenate l’una all’altra.

Innanzitutto, ciò che preme al filosofo, è ribadire come, all’interno del modus operandi dello studioso, debba essere sempre garantita una equiparazione tra tutte le tesi e le ipotesi congeniali all’indagine svolta, dove l’aggettivo “congeniale” deve necessariamente indicare il fatto che le suddette siano scientifiche, inerenti l’argomento trattato e plausibili rispetto a quanto percepito e colto dall’analisi del fenomeno medesimo. In pratica, ad un singolo fenomeno possono essere ascritte anche più ipotesi circa la sua esistenza, a patto che le stesse non violino quel fondamento di “buon senso scientifico” dal quale, sempre e comunque, tanto le teorie quanto le indagini debbano sempre originarsi.

Si tratta di un “modo di porsi” nei riguardi dello studio lato sensu che è presente in qualsivoglia forma di riflessione epicurea circa i più disparati fenomeni naturali:

Tutto, dunque, procede senza turbamento se si risolvono tutti i problemi secondo il metodo delle molteplici spiegazioni in accordo con i dati dell’esperienza, lasciando sussistere in merito, com’è opportuno, le spiegazioni plausibili: qualora invece se ne ammetta qualcuna, ma se ne rifiuti qualche altra, benché sia in accordo anch’essa con i dati dell’esperienza, è chiaro che si esce dall’ambito della scienza della natura e si cade nel mito.

La seconda riflessione risiede proprio in questo avvertimento lanciato dal filosofo. Il rischio avvertito e colto da Epicuro ruota attorno allo stolto ripiegare dell’uomo su spiegazioni mitologiche, che niente hanno a che vedere con quanto esperito in termini di esperienza sensibile. Ciò che preme, dunque, ad Epicuro è porre rimedio alla superficiale convinzione secondo la quale “se un fenomeno non è spiegabile allora possiede una legittimazione divina”. Il «metodo delle molteplici spiegazioni», quindi, serve proprio a scongiurare la possibilità che l’intento epistemologico perda di scientificità – oltre a ribadire come i Divini siano totalmente disinteressati dalle questioni terrene -:

I segni di ciò che avviene nei fenomeni celesti li recano alcuni fenomeni che si verificano attorno a noi e che possiamo osservare direttamente nel modo e nel luogo in cui avvengono: e non i fenomeni celesti stessi, che si possono infatti produrre in maniere diverse. Certo dobbiamo considerare con attenzione la manifestazione visibile che di ciascuno di essi percepiamo e analizzare, in tutti i fatti che a esso sono associati, ciò che la nostra diretta esperienza non esclude possa verificarsi in diversi modi.

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