LA POLIS ARISTOTELICA TRA FAMIGLIA E SCHIAVITÙ.


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L’uomo è un “animale politico”. Motivo per il quale la polis finisce con il divenire la realtà originatasi dalla naturale politicità e predisposizione alla politica della natura umana. Se tale è l’ontologia dell’uomo, tale è il suo divenire cittadino e tale è la costituzione, secondo natura, della sua stessa comunità politica di riferimento. La polis, per l’appunto.

Sono due le componenti fondamentali per la formazione e lo sviluppo di una città:

  • in primis, la famiglia, che incarna l’aspetto “riproduttivo” della comunità di riferimento e salvaguarda la continuità della specie;
  • in secundis, ciò che sta alla base del funzionamento meramente produttivo della polis stessa, rappresentato (nella sua forma elementare) dal rapporto padrone/servo.

L’aggregazione delle famiglie dà origine ai villaggi; la riunione degli stessi permette la formazione della città vera e propria. La polis incarna il livello massimo di perfezione di comunità politica perseguibile dagli uomini. In quanto città-Stato, infatti, essa è autonoma ed autosufficiente, tanto da un punto di vista politico, economico e militare; essa, inoltre, permette il “vivere bene”, dato che l’interazione tra i cittadini si sviluppa attraverso il logos, ovvero attraverso il “ragionare” ed il “comunicare” circa ciò che è giusto o ingiusto, buono o cattivo, e via discorrendo. La divisione del lavoro – esattamente come in Platone – è una caratteristica fondamentale per il perfetto funzionamento dell’intero apparato cittadino: ai «lavori necessari» – attività di scambio e/o di produzione – vengono assegnati ingenti masse di cittadini – liberi e/o schiavi -, di modo che la cittadinanza – avente diritti – possa disporre di tutto quel tempo libero necessario per potersi dedicare alle attività culturali – politica compresa – ed artistiche. Teniamo bene a mente il fatto che la nascita della città sia da intendersi – filosoficamente parlando – come conforme a quel particolare processo di mutamento che investe la (già più volte menzionata) teleologia aristotelica: la polis, infatti, è il fine a cui l’uomo, colto nelle sue vesti di animale politico, è stato veicolato dalla Natura stessa. Rilevante, inoltre, è anche la considerazione della famiglia nelle vesti di nucleo primario della costituzione di qualsivoglia forma di aggregazione umana – dal semplice villaggio alla fiorente ed articolata realtà cittadina -; essa, infatti, permette ad Aristotele di formulare tutta una serie di interessanti riflessioni di tipo comparativo tra la medesima e la stessa polis. Da un punto di vista meramente del comando, la conduzione politica della città deve fondarsi su quelle esatte dinamiche che, in seno all’autorità, permettono alla famiglia medesima di sorgere, di svilupparsi e di tutelarsi. L’autorità statale è da paragonarsi all’autorità esercitata dal capofamiglia – maschio e greco, anzi… assolutamente greco, considerata la “scarsa” stima che Aristotele riversa nei cosiddetti “barbari” – nei riguardi della moglie: si tratta di una vera e propria autorità politica, con la sola eccezione che, a differenza di quanto avviene nella polis, all’interno del nucleo familiare non si assiste ad una alternanza del comando. L’autorità nei riguardi dei figli è, invece, di tipo regale – gli stessi possono esimersi dalla suddetta soltanto con il compimento della maggiore età -, mentre quella rivolto a servi e schiavi è padronale (e dispotica). Queste forme di potere, nella riflessione aristotelica, appaiono essere estese – e, dunque legittimate – all’intera natura, secondo l’accettazione del principio universale stando al quale “ciò che è meglio primeggia su ciò che è peggio”. Ad esempio: l’anima esercita autorità padronale sul corpo proprio come il logos domina, in modo regale e politico, le passioni ed i desideri… esattamente come il maschio esercita potere sulla femmina mentre il libero lo fa sullo schiavo. Ed è proprio sul ruolo della donna e dello schiavo che dobbiamo soffermarci adesso.

Quello che, a tutti gli effetti, si presenta essere un atteggiamento misogino adottato da Aristotele nei riguardi del gentil sesso, deve essere però colto con attenzione. La donna lato sensu è sì inferiore rispetto all’uomo, ma non a causa di “mancanze” intellettive e cognitive; la donna, afferma il filosofo, ha le stesse facoltà dell’uomo ma, contrariamente a quest’ultimo, è impossibilitata per sua stessa natura ad ascrivere una qualsiasi forma di autorità alla propria facoltà deliberativa. In sintesi: ella non possiede la dote del comando e, quindi, alcun peso politico può venirle riconosciuto.

Lo schiavo, invece, non solo non possiede facoltà deliberative, ma è limitato persino nella padronanza e nella partecipazione al logos – torna la valutazione profondamente negativa che Aristotele riversa nei riguarid dei barbari, rei, fra le altre cose, di non saper nemmeno parlare la lingua greca: «[…] per natura barbaro e schiavo sono la stessa cosa.» -. L’aspetto che deve essere colto, da un punto di vista filosofico, è che il rapporto padrone-schiavo si fonda, esattamente come tutti gli altri, sul già menzionato principio universale che abbiamo detto riferirsi all’intera natura. In pratica, quindi, la schiavitù è una semplice condizione naturale e, in quanto tale, non è suscettibile di alcuna considerazione morale. Lo schiavo è uno strumento il cui compito è soltanto quello di soddisfare il proprio padrone… ed è “naturale” che sia così perché solo in questo modo quanto legittimato dalla stessa natura può assolvere alla perfezione il compito dalla stessa ascrittogli. Possiamo anche considerare lo schiavo come la condizione di un qualcosa che si trova adesso in atto – ovvero: se esiste lo schiavo significa che lo stesso si trovava in “potenza di divenire schiavo” -; del resto, il fondamento naturale della schiavitù fa sì che la stessa possa venire interpretata tramite quelle medesime dinamiche che proprio della Natura regolano i processi di mutamento e di cambiamento.

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