CURIOSITÀ ED UTILITÀ.


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Donde viene la debolezza dell’uomo? Dalla disparità che esiste fra la sua forza e i suoi desideri. Sono le nostre passioni che ci rendono deboli, perché per soddisfarle occorrerebbero più forze di quanto non ce ne dia la natura. Diminuite dunque i desideri, è come se aumentasse le forze: colui che può più che non desideri ne ha d’avanzo; egli è certamente un essere molto forte.

Rousseau, all’interno dell’Emilio, affronta la questione inerente la distinzione tra curiosità, interesse ed istinto. La curiosità deriva dal desiderio innato del benessere. Si tratta, per lo più, di dover comprendere cosa s’intenda con questo termine: se per benessere, infatti, intendiamo indicare quella situazione di “tranquillità cognitiva ed intellettiva” tale da permetterci di comprendere di trovarci al sicuro da minacce e pericoli, allora il suddetto concetto può essere “catalogato” sotto la dicitura di “curiosità”. Gioca un ruolo fondamentale, quindi, l’istinto di conservazione – elemento fondante la morale naturale -, il quale ci permette di riflettere anche sul tema dell’interesse: se immaginiamo di trovarci da soli su di un’isola deserta, la “specificità” delle nostre azioni finirebbe, inevitabilmente, con il distinguere la mera curiosità dall’interesse. Perlustrare l’isola per il semplice gusto di farlo è curiosità, mentre, se lo facessimo con l’intento di rilevare eventuali minacce o pericoli, ciò evidenzierebbe un interesse ben specifico – l’intento di sopravvivere -, al cui interno risulterebbe essere intrinseco l’istinto di conservazione di cui sopra. Vi possono essere interessi non legati ad alcun tipo di istinto, come la passione per la musica ad esempio: in tal caso, sostiene Rousseau, si parla, soprattutto, di “fattore di soddisfazione”. La curiosità, ad ogni modo, pare essere legata, inevitabilmente, agli oggetti sensibili. A tutti gli oggetti sensibili. Ma, soprattutto, a tutte quelle oggettualità sensibili connesse le une con le altre, in grado cioè di far provare esperienze “armoniche” ed “ordinate” al percipiente. In questo consiste la sopraindicata “soddisfazione”. Rousseau, inoltre, sottolinea come non sia un caso il fatto che il bambino gioisca dell’esperienza rivolta agli oggetti sensibili: gli stessi, infatti, permettono di esperire percezioni varie e differenti, impegnando così le facoltà e le capacità del ragazzo. E si tratta di un qualcosa che ancora non si identifica con il (pragmatico) interesse. Piuttosto con una sensazione che si mostra nei riguardi dello stesso come del tutto apriorica:

Ricordatevi sempre che lo spirito della mia educazione non è d’insegnare al fanciullo molte cose, ma di non lasciare mai entrare nel suo cervello altro che idee giuste e chiare. Quand’anche non sapesse niente, poco m’importerebbe, purché non s’ingannasse; io non metto verità nella sua testa che per garantirlo dagli errori che apprenderebbe al loro posto. La ragione, il giudizio vengono lentamente, i pregiudizi accorrono in folla: è da essi che occorre preservarlo.

Rousseau afferma che:

Via via che il fanciullo progredisce in intelligenza […] appena arriva a conoscere se stesso abbastanza bene per capire in che cosa consiste il suo benessere, appena può cogliere dei rapporti abbastanza ampi per giudicare di ciò che gli conviene e di ciò che non gli conviene, da allora egli è in grado di sentire la differenza fra lavoro e divertimento, e di non considerare quest’ultimo che un sollievo per il primo.

In questa fase di crescita intellettiva e cognitiva entra in gioco quella che viene chiamata «legge della necessità»: l’impegno che il fanciullo investe nelle proprie attività risulta essere maggiore – e più costante – rispetto a quello rivolto, sino ad allora, al mero divertimento. Tale legge insegna al ragazzo a « far ciò che non gli piace, per prevenire un male che gli dispiacerebbe di più». Si tratta di quello che Rousseau chiama «ufficio della previdenza». Risulta, quindi, necessario impartire al fanciullo il giusto significato di “utilità”.

Il concetto di “utilità” – sancito dalla domanda che A che serve ciò? – finisce, inevitabilmente, con il legarsi alle riflessioni concernenti la curiosità e l’interesse. La lezione di orientamento, per mezzo della quale Rousseau ed Emilio giungono a cogliere la reale posizione geografica di Montmorency, risulta essere particolarmente emblematica, sotto questo punto di vista. Emilio sviluppa delle idee in seno ai punti cardinali solo e soltanto affidandosi alla mera osservazione (alba, tramonto, direzione dell’ombra e via discorrendo). Ciò che sprona questa sua forma di apprendimento (seppur superficiale) è sicuramente la curiosità. Una curiosità giustificata dal puro piacere di osservare e contemplare tutto ciò che gli si palesa attorno e che desta l’attenzione dei suoi sensi. A questa curiosità segue poi l’interesse, ovvero l’interesse che quanto appreso trovi applicazione, di modo che l’apprendimento diventi una vera e propria esperienza e venga recepita ed assimilata in totoad eternum. La lezione, quindi, si compone di due fasi: la prima fondata prevalentemente sulla curiosità (l’osservazione della natura), mentre la seconda sull’interesse (l’individuazione geografica di Montmorency). Ciò che ne scaturisce è un’esperienza capace di invogliare Emilio ad un’azione reale. Si tratta della commistione del “metodo intuitivo” con il “metodo attivo”. Il primo si fonda su esperienze percettive, giustificate dalla curiosità; il secondo, invece, da vere e proprie attività (intellettive), legittimate dall’interesse a perseguire un ben preciso fine. Rousseau, ad ogni modo, tende a sottolineare quale debba essere il giusto bilanciamento tra i due sopraddetti metodi: è impossibile ridurre la profondità dell’educazione al solo metodo attivo. Non tutto può essere, dunque, insegnato con la mera azione. Ma, allo stesso tempo, nel caso in cui quanto appreso per mezzo della mera curiosità non dovesse trovare poi un’applicazione concreta attraverso l’esecuzione di una attività reale, allora l’insegnamento medesimo finirà con il venire dimenticato molto presto.

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