L’AMORE UMANO SECONDO ROUSSEAU.


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Vale la pensa soffermarsi ancora un attimo sul tema delle passioni umane; un’argomentazione questa particolarmente cara a Rousseau. Sviluppiamo la nostra riflessione partendo (come sempre) dalle parole del filosofo ginevrino:

A eccezione delle necessità fisiche, che la natura stessa richiede, tutti gli altri nostri bisogni sono tali solo in forza dell’abitudine prima della quale non erano bisogni, o in forza dei nostri desideri, e non si desidera ciò che non si è in grado di conoscere. Quindi, poiché il selvaggio desidera solo le cose che conosce e conosce solo quelle che possiede o può possedere facilmente, niente può essere tranquillo quanto il suo animo e limitato quanto il suo spirito.

Rousseau sembra sostenere che quanto più le passioni siano violente, tanto più necessarie e giuste debbano mostrarsi le leggi, al fine di controllarne l’impeto. Ma, considerando l’esistenza dei reati (cosiddetti) “passionali” e, di conseguenza, l’inadeguatezza delle leggi a prevenire e “correggere” tali comportamenti deviati, l’illuminista si domanda se quegli stessi disordini non siano una causa delle norme medesime. Si tratta di un ragionamento logico finalizzato a ribadire il punto di partenza di ogni riflessione, sia morale che politica, avanzata da Rousseau; i vizi dell’uomo – tra cui la disuguaglianza, ad esempio – sono effetto di un errato stato sociale e non un elemento ontologicamente costituente lo stato di natura dell’individuo: «in questo caso, se le leggi fossero capaci di reprimerli, il minimo che si dovrebbe esigere da loro sarebbe di arginare un male che senza di loro non ci sarebbe.» La legge dell’uomo viene intesa, dunque, come un errato ed inutile correttivo: se l’uomo ponesse in essere, sul piano meramente sociale, quanto la Natura ha per lui stesso predisposto sul piano naturale, suddette leggi non servirebbero perché tali vizi non si sarebbero mai potuti originare.

Una delle passioni umane, nei riguardi della quale Rousseau indirizza una gran fetta della propria attenzione, è l’amore. In seno a tale argomentazione, il libertino distingue tra “aspetto morale” ed “aspetto fisico” del sentimento amoroso:

  • “aspetto fisico”: è il sentimento “naturale” che suscita in un sesso il desiderio di unirsi ad un altro sesso;
  • “aspetto morale”: è ciò che determina il sentimento suscitato dall’aspetto fisico, “fissando” però il medesimo su di un particolare oggetto.

Secondo Rousseau, l’aspetto morale dell’amore altro non è che una mera artificiosità, nata e consolidata dalle consuetudini sociali e celebrata – in particolar modo – dalle donne per «stabilire il loro imperio e accordare il dominio al sesso che dovrebbe obbedire.» Si tratta di un sentimento che si basa su nozioni che per il selvaggio risultano essere idee tanto astratte quanto del tutto incomprensibili – perché, per l’appunto, non sviluppate dal diritto naturale -: “bellezza”, “fascino”, “merito” et similia. Come sottolinea Rousseau, il selvaggio «ascolta unicamente il temperamento che la natura gli ha dato, non il gusto che non ha potuto acquisire, e per lui va bene qualunque donna.» In sintesi – appellandoci, nuovamente, alle parole dell’illuminista -:

Limitati al solo amore fisico, abbastanza felici da ignorare le preferenze che ne stimolano il sentimento e ne moltiplicano le difficoltà, gli uomini devono sentire con meno frequenza e meno vivacità gli ardori del temperamento e quindi, tra loro, le liti devono essere più rare e meno crudeli.

L’amore passionale, foriero di delitti e di reati di disumana violenza, non è, dunque, da confondere con l’amore provato dall’uomo nello stato di natura.

Rimanendo ancora per un attimo fermi sul tema dell’amore, un’altra interessante precisazione concettuale ci viene fornita in seno alla distinzione, teorizzata sempre da Rousseau, tra “amor proprio” ed “amor di sé”:

  • l’amor di sé, si ricollega a quanto già sostenuto in seno alla morale naturale: è il sentimento della pura conservazione e porta l’uomo – in quanto animale dotato di intelletto – a sviluppare e promuovere quel (già citato) sentimento di “pietà” in grado di fargli denigrare qualsiasi forma di violenza, rivolta nei riguardi di qualsivoglia essere vivente;
  • l’amor proprio, al contrario, è frutto della società e «… porta l’individuo a far più caso di sé che d’ogni altro, e che ispira agli uomini tutto il male che si fanno a vicenda, costituendo la vera sorgente dell’onore.»

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