SCIENZA, LUSSO E COSTUMI: LA MORALE ROUSSEAUIANA.


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Lo spirito ha i suoi bisogni, come il corpo. I bisogni del corpo sono i fondamenti della società, quelli dello spirito il suo ornamento. […] Il bisogno elevò i troni; le scienze e le arti li hanno rafforzati. Potenti della terra, amate i talenti e proteggete chi li coltiva. Popoli civilizzati, coltivateli […]; la dolcezza di carattere e l’urbanità di costumi che rendono le vostre relazioni tanto affabili e facili; in una parola, tutte le apparenze della virtù senza il possesso di nessuna virtù.

Il Discorso presentato all’Accademia di Digione, in risposta al tema «Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi», permette a Rousseau di disquisire circa la contrapposizione tra lo stato sociale dell’uomo moderno e lo stato di natura del “buon selvaggio”. Si tratta questa di una tematica che sarà poi oggetto di scherno (Voltaire) e di numerose incomprensioni; non che il filosofo ginevrino auspicasse un arresto del progresso umano ed un ritorno ad una vita marcatamente primitiva – dinamica che lo stesso illuminista dichiara essere del tutto inattuabile oltre che impossibile, ovviamente -. Quanto piuttosto il desiderio di porre in evidenza i cattivi costumi ed i vizi nefasti di una morale deviata che, stando anche a riflessioni dal carattere profondamente sociologico, ha finito con il mistificare del tutto la natura umana ed impedito all’uomo stesso di affermarsi come un vero e proprio cittadino illuminato. Non si tratta, quindi, di un mero “voler tornare indietro”. Al contrario. L’intento di Rousseau è quello di permettere all’uomo moderno di recuperare le virtù del proprio stato di natura, di modo da poter vivere, all’interno della società, nel rispetto di una morale che si palesi aliena del tutto da vizi ed opportunismi. Il recupero di quei valori fondanti e caratterizzanti la vita dei selvaggi, i quali sono estranei a tutti quei mali che – secondo le considerazioni di Mandeville – hanno, per davvero, permesso lo sviluppo (errato) della società contemporanea. Non una tematica, a dire il vero, del tutto nuova: la «benevolenza» morelliana, ad esempio, sotto questo punto di vista – sia pedagogico che epistemologico -, si accosta molto alla trattazione rousseauiana. Più che altro, Rousseau, nelle vesti di sociologo, politico e filosofo, desidera evidenziare come il male del suo tempo sia da additare al progresso errato dei moderni contesti sociali. La proliferazione e la diffusione della diseguaglianza e dell’iniquità sono effetti del modo in cui tali organizzazioni si sono venute a formare. E questo nonostante la loro assoluta necessarietà ad esistere – perché l’uomo lato sensu resta pur sempre un “animale sociale” nell’ottica rousseauiana. Del resto, il filosofo ginevrino, rimane, a tutti gli effetti, uno dei massimi esponenti del contrattualismo moderno -.

Abbiamo fisici, geometri, chimici, astronomi, poeti, musicisti, pittori; ma non abbiamo più cittadini; o se ancora ce ne restano, dispersi nelle nostre campagne abbandonate, là muoiono indigenti e disprezzati; tale è lo stato in cui sono ridotti, questa è la benevolenza che ottengono da noi coloro che ci danno il pane e che ai nostri figli danno il latte.

Non deve, quindi sorprendere, se l’intero Discorso assume le forme di una feroce invettiva contro le arti, le scienze, il lusso e la stessa filosofia. Perché nel pensiero rousseauiano, qualora esse stesse siano divulgate e diffuse in un modo non “consono” – da un un punto di vista anche prettamente pedagogico -, non permettono all’uomo di evolversi e di “passare correttamente” ad uno stato sociale retto e virtuoso.

Non si osa più mostrarsi come si è; e in questa perpetua costrizione gli uomini che formano il gregge chiamato società faranno tutti, nelle stesse circostanze, le medesime cose, a meno di esserne distolti da motivi più potenti. Così non si saprà mai bene con chi si avrà a che fare […]. O popoli, sappiate dunque una volta per tutte che la natura ha voluto salvaguardarvi dalla scienza come una madre strappa un’arma pericolosa dalle mani del suo bambino; che tutti i segreti che vi nasconde sono altrettanti mali da cui vi guarda, e la fatica che durate ad istruirvi non è l’ultimo dei suoi benefici. Gli uomini sono malvagi, ma sarebbero anche peggiori se per loro sfortuna fossero nati sapienti.

La distanza dagli assunti mandevilliani non dovrebbe apparire tanto difficile da comprendere, tutto sommato. Mandeville afferma come i vizi ed i mali di una società siano, per davvero, terapeutici per lo sviluppo del contesto sociale medesimo – e le argomentazioni potrebbero fondarsi su paradigmi logici del tipo “la giurisprudenza non si sarebbe mai potuta sviluppare se non per merito della diffusione dei crimini”, ad esempio -; Rousseau, al contrario, pone il punto di vista dall’altra parte, tenendo, soprattutto, gli occhi sempre puntati su un ben preciso orizzonte: lo stato di natura dei selvaggi. È proprio l’intero contenuto di quello che i filosofi vanno chiamando “progresso” che annichilisce ogni speranza nel cuore del filosofo ginevrino. Perché trattasi di una forma di sviluppo che impoverisce l’uomo nel suo passaggio dallo stato di natura a quello sociale. Non è un arricchimento ma, bensì, un impoverimento. Una involuzione perpetua e duratura. La questione, allora, verte sul cercare di comprendere come sia possibile permettere all’uomo moderno di recuperare quelle virtù, che ne definivano la fisionomia all’interno dello stato naturale, ora che si trova a dover agire come un animale sociale.

La critica mossa sia nei riguardi del lusso che dei philosophes è alquanto strutturata, profonda ed arricchita da esempi storici. Come afferma lo stesso Rousseau: «Di rado il lusso procede senza le scienze e le arti; mai queste vanno senza di esso.» Tra tutti mali che è in grado di produrre, l’asservimento alla mediocrità, a danno dell’animo umano, è quello su cui punta più ferocemente il dito l’illuminista. Il lusso corrompe (letteralmente) il gusto:

Così la dissoluzione dei costumi, necessaria conseguenza del lusso, comporta, a sua volta, la corruzione del gusto. E se per caso, fra gli uomini di eccezionale talento qualcuno ve n’è dotato di animo saldo, che rifiuta di seguire l’andazzo dei tempi e di avvilirsi con produzioni puerili, infelice lui! Morirà nella miseria e nell’oblio.

Anche la critica rivolta nei riguardi dei filosofi contemporanei si mostra essere particolarmente illuminante:

Chi pretende che il corpo non ci sia e che tutto sia rappresentazione. Chi dice che non vi ha altra sostanza oltre la materia né altro Dio oltre il mondo. […] O grandi filosofi perché non riservate ai vostri amici e ai vostri figli questi utili insegnamenti? Voi non tardereste a esserne ricompensati e noi non dovremmo temere di trovare tra i nostri qualcuno dei vostri seguaci.

Rousseau resta sicuramente un degno esponente del libertinage e, quindi, la sua concezione della filosofia non può essere se non di stampo “militante”: il recupero della morale naturale è l’obiettivo fondamentale da perseguire. Da esso dipende l’educazione e, quindi, la formazione delle nuove masse cittadine. Ed è proprio questo il fulcro di tutta quanta la questione. Perché il contratto sociale richiederà, per la sua stessa stipulazione, citoyens. Non uomini.

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