PROPRIETÀ, DIPENDENZA E DISUGUAGLIANZA.


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Rousseau sostiene che le distinzioni politiche originino sempre delle distinzioni civili – motivo per cui, come vedremo nel Contratto sociale, si rende necessario l’affermazione di una «volontà generale» –. Passioni, talenti e circostanze possono diversificare i privati in molte maniere – a patto che il contesto sociale non si fondi, per l’appunto, su di una corretta dinamica contrattualistica -:

Il magistrato non potrebbe usurpare un potere illegittimo senza crearsi una cerchia di creature a cui è costretto a cederne una parte. D’altro lato i cittadini, non lasciandosi opprimere se non in quanto trascinati da un’ambizione cieca e volgendo i loro sguardi piuttosto in basso che non in alto, finiscono con l’amare più il dominio che l’indipendenza e accettano di portare delle catene pur di imporne a loro volta ad altri.

Secondo Rousseau, infatti, la disuguaglianza – la cui primaria fonte di legittimazione, come vedremo a breve, resta la proprietà privata strincto sensu – segue un percorso di affermazione e di diffusione (alquanto) lineare:

smarrimento delle virtù intrinseche al proprio stato di natura

formazione di organizzazioni sociali, fondate su dinamiche contrattualistiche inique ed asimmettriche

proliferazione di rapporti interrelazionali, viziati da logiche di dominio, di dipendenza, di sottomissione et similia

La disuguaglianza è, dunque, nulla nello stato di natura degli uomini; essa si sviluppa con il progredire delle arti, dei costumi e dei vizi, fino ad essere legittimata dalla legge e dalla proprietà, all’interno dei vari contesti sociali. E non si tratta solo di una disuguaglianza meramente fisica e/o socio-politica e/o economica; Rousseau parla anche, infatti, di una disuguaglianza prettamente “morale”:

[…] poiché, ovviamente, è contro la legge di natura, comunque vogliamo definirla, che un bambino comandi a un vecchio, che un imbecille guidi un saggio, e che un pugno di uomini rigurgiti di cose superflue, mentre la moltitudine affamata manca del necessario.

Non serve una rivoluzione – nel senso più marcatamente violento del termine – per abbattere le ingiustizie sociali. Nonostante il suo pensiero abbia ispirato e guidato, in seguito, i rivoluzionari fino a Babeuf (e oltre), Rousseau resta un convinto denigratore della lotta e dell’insurrezione armata. Del resto, tali principi mal coinciderebbero con il tanto decantato diritto naturale. La rivoluzione auspicata dal filosofo ginevrino deve, quindi, intendersi più in un concreto (quanto necessario) significato di “recupero”; un recupero delle virtù intrinseche allo stato di natura del singolo essere umano. Alla pedagogia, come vedremo, l’illuminista affiderà questo compito. Un rinnovamento, dunque. Una rinascita. Una vera e propria “palingenesi” – questo, forse, è il termine più adatto a descrivere la forma che deve assumere il cambiamento, sia antropologico che sociale, dell’uomo, secondo Rousseau -.

Abbiamo sostenuto come, all’interno della società – e, quindi, nel passaggio dallo stato di natura a quello sociale -, la nascita e la diffusione della proprietà privata incarni, più di ogni altra dinamica, la fonte di legittimazione di qualsivoglia pratica iniqua e non egualitaria:

Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, “questo è mio”, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quante uccisioni, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che strappando i paletti o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: «Guardatevi dall’ascoltare questo impostore. Se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, voi siete perduti.» […] Inoltre, essendo il diritto di proprietà solo il frutto di convenzioni e di istituzioni umane, ogni uomo può disporre a suo piacere di quel che possiede; ma non è lo stesso dei doni essenziali della natura, come la vita e la libertà, di cui a ciascuno è permesso godere e di cui è per lo meno dubbio che si abbia diritto di spogliarsi.

Vi è un aspetto molto interessante che merita di esser colto quando, all’interno della trattazione rousseauiana sulla disuguaglianza, si pone a confronto la disuguaglianza naturale con quella sociale. Abbiamo, difatti, evidenziato come la prima si limiti, solo e soltanto, ad aspetti meramente naturali, per l’appunto: ad esempio, una diversa altezza o forza e via discorrendo. Il fatto è che, mentre nello stato di natura – sprovvisto di vizi e di rapporti interrelazionali tra gli uomini – siffatte differenze non pregiudicano l’uomo e non minano la virtuosità del diritto naturale, all’interno dei contesti sociali organizzati – nei quali la logica di legittimazione contrattualistica risulta essere stata viziata e mistificata -, queste differenze finiscono, invece, con il nutrire le ingiustizie sociali. Ad esempio: un uomo forte fisicamente produce, afferma Rousseau, più unità di lavoro di un individuo debole; questo può portare il primo ad arricchirsi ed il secondo a vivere di stenti. Ecco come il diritto naturale viene allora deturpato della propria intrinseca virtù – la “pietà” – per legittimare gerarchie e rapporti (di potere e non) tra gli uomini, all’interno del loro stato sociale. Sono riflessioni particolarmente interessanti e che saranno poi oggetto di particolari attenzioni anche da parte di altre correnti filosofiche – fra tutte, il materialismo storico marxiano -.

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