EMILIO E L’INTERAZIONE CON IL MONDO SENSIBILE.


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Nell’ordine naturale, essendo gli uomini tutti uguali, la loro vocazione comune è lo stato d’uomo; e chiunque sia bene educato per tale stato non può esserlo male per quelli che ne sono specificazioni. Che si destini il mio allievo alla spada, alla Chiesa o alla toga, poco m’importa. Prima che la vocazione sceltagli dai genitori, la natura lo chiama alla vita umana. Il mestiere di vivere è quello che voglio insegnarli. E uscendo dalle mie mani egli non sarà, ne convengo, né magistrato, né soldato, né prete; sarà prima di tutto uomo: tutto ciò che un uomo deve essere, egli saprà esserlo, all’occorrenza, altrettanto bene che qualsiasi altro; e la fortuna lo faccia pur cambiare di condizione, egli sarà sempre al suo posto.

All’interno della pedagogia rousseauiana gli agenti socializzatori sono, solo e soltanto, la madre e (soprattutto) il padre del ragazzo: «Come la vera nutrice è la madre, così il vero precettore è il padre. Che vi sia accordo fra i genitori, nell’ordine delle funzioni come nel sistema; che dalle mani della madre il bambino passi in quelle del padre.» Non sono minimamente contemplate figure “alternative” per la crescita educativa del ragazzo. E la ragione è alquanto logica: affidare il bambino ad un precettore “esterno” significa doversi prima assicurare che quest’ultimo sia stato educato, nel rispetto della legge naturale, dai suoi stessi genitori e che quest’ultimi lo siano stati a loro volta dai loro stessi genitori, e via discorrendo – «Come un fanciullo potrebb’essere educato bene da chi non sia stato educato bene lui stesso?» -.

Come afferma lo stesso Rousseau «l’educazione dell’uomo comincia alla nascita; prima di parlare, prima ancora d’intendere, egli si istruisce già.» La legge naturale fa in modo che le prime sensazioni, provate dal fanciullo, siano di carattere solo affettivo – non riuscendo ancora a distinguere e percepire con razionale chiarezza le oggettualità sensibili sparse tutte quante attorno -: piacere e dolore sono gli “unici tasselli di riferimento” nella prima fase di vita del bambino. A questo punto, l’illuminista ribadisce come sia fondamentale prevenire la “meccanizzazione” comportamentale provocata dalle abitudini: abituare il bambino alle tenebre per fare in modo che non pianga tutte le volte che viene spenta la luce o impedire che il mangiare divenga un mero desiderio a dispetto di un necessario bisogno per la sopravvivenza sono, ad esempio, due aspetti su cui concentrare, fin da subito, la propria attenzione di educatore. Ancora una volta le parole di Rousseau si dimostrano essere profondamente esaustive:

La sola abitudine che si deve lasciar prendere al fanciullo è quella di non contrarne nessuna: che non lo si passeggi più su di un braccio che sull’altro; che non lo si abitui a presentare una mano piuttosto dell’altra, a servirsene più spesso, a voler mangiare, dormire, agire alle stesse ore, a non poter restare solo né notte né giorno. Preparate da lontano il regno della sua libertà e l’uso delle sue forze, lasciando al suo corpo l’abitudine naturale, mettendolo in grado di essere sempre padrone di sé, e di fare in ogni circostanza la volontà propria, non appena ne avrà una.

Le  sensazioni sono per il fanciullo «i primi materiali delle sue conoscenze»: Rousseau afferma come sia fondamentale non pregiudicarle né razionalizzarle; solo in questo modo risulta, difatti, possibile per il bambino comprendere i legami tra le stesse sensazioni e gli oggetti sensibili in grado di produrle: «Egli vuol toccare tutto, maneggiare tutto: non opponetevi minimamente a quest’irrequietezza; essa gli suggerisce un tirocinio assai necessario.» È, quindi, fondamentale lasciare che le capacità sensoriali del ragazzo trovino libero accesso e sfogo nei riguardi di tutte le oggettualità sensibili che gli si parano dinanzi, affinché delle stesse possa coglierne forma, colore, estensione e via discorrendo:

È così che egli impara a sentire il calore, il freddo, la durezza, la mollezza, il peso, la leggerezza dei corpi, a giudicare della loro grandezza, della loro forma, e di tutte le loro qualità sensibili, guardando, tastando, ascoltando, soprattutto paragonando la vista al tatto, stimando ad occhio la sensazione che essi produrrebbero sotto le dita.

Sul tema dell’interazione tra ragazzo ed ambiente sensibile circostante, Rousseau espone un’argomentazione alquanto interessante e finalizzata alla difesa della concezione benigna dello stato di natura dell’essere umano. Le parole dell’illuminista, infatti, possono suonare come alquanto dispregiative circa la condizione etica imposta all’uomo dalla legge naturale: «Un bambino vuol mettere sottosopra tutto quel che vede; spezza, fracassa tutto ciò che può raggiungere, afferra un uccello come afferrerebbe una pietra, e lo soffoca senza sapere ciò che fa.» Viene, dunque, da chiedersi se effettivamente il diritto naturale sia, per davvero, fonte di una virtuosa moralità – visto e considerando i comportamenti etici esperiti dal ragazzo -. La difesa della concezione benigna della Natura viene spiegata ricorrendo ad un ragionamento filosofico di tipo comparativo. Rousseau contrappone alla irrefrenabile vitalità del fanciullo la staticità e passività dell’anziano. Non si tratta, quindi, di dover sentenziare circa la crudeltà intrinseca allo stato di natura dell’uomo quanto, piuttosto, di evidenziare l’impossibilità per il giovane di trattenere ed “indirizzare correttamente” l’inarrestabile impulso alla vita di cui la Natura stessa lo ha dotato. L’educazione serve a fare in modo che tale impulso venga alimentato e diretto nel rispetto della morale naturale e non soffocato o osteggiato perché ritenuto essere immorale:

Crescendo, si acquistan forze, si diviene meno irrequieti, meno turbolenti, ci si raccoglie più in se stessi. L’anima e il corpo si mettono, per così dire, in equilibrio, e la natura non ci richiede più che il movimento necessario alla nostra conservazione.

Anche questo concetto di “conservazione” è relativamente molto importante all’interno della trattazione pedagogica rousseauiana. Appare essere alquanto scontato il ritenere che, via via con la crescita, si diventi più propensi a svolgere attività più “pratiche” rispetto a quelle esperite durante la propria adolescenza; per Rousseau la fanciullezza e la prima adolescenza, ad ogni modo, restano le fasi della vita in cui il dispiegamento delle attività raggiunge la massima intensità – le riflessioni formulate sui mestieri e sulle mansioni lavorative, come vedremo, risultano essere particolarmente esaustive a tal riguardo –.

Al fine d’impedire l’insorgere dell’amor proprio e onde evitare di alimentare l’impulso a comandare (tanto le cose quanto le persone), Rousseau traccia quattro linee guida fondamentali in ambito educativo:

  1. “sulle forze fisiche dei bambini”: «bisogna dunque lasciar loro l’uso di tutte quelle che essa dona loro e di cui non saprebbero abusare.»;
  2. “sulle mancanze fisiche ed intellettive dei bambini”: «occorre aiutarli e supplire a ciò che loro manca sia in intelligenza, sia in forza, rispetto a tutto ciò che è loro bisogno fisico.»;
  3. “sui reali bisogni dei bambini”: «[…] occorre limitarsi unicamente all’utile reale, senza nulla concedere alla fantasia o al desiderio senza ragione, giacché la fantasia non li tormenterà punto se non la si sarà fatta nascere, atteso che essa non viene dalla natura.»;
  4. “sul linguaggio dei bambini”: «occorre studiare con cura il loro linguaggio ed i loro segni, onde poter distinguere, in un’età in cui non sanno dissimulare, ciò dei loro desideri che viene direttamente dalla natura da ciò che viene dall’opinione.»

La prima parte dell’Emilio si conclude con tutta una serie di osservazioni formulate sul linguaggio e sull’apprendimento dello stesso da parte del bambino. Reputo profondamente interessante menzionare alcuni passaggi di Rousseau:

Vorrei che i primi suoni articolati che gli fanno sentire fossero rari, facili, distinti, ripetuti spesso, e che le parole da essi costituite non si riferissero che ad oggetti sensibili che si può mostrare subito al bambino. […] È una pedanteria insopportabile e una cura affatto superflua quella di mettersi a correggere nei bambini tutti i piccoli errori contro l’uso, dei quali essi non mancano mai di correggersi da soli, col tempo. […] Ma un abuso di ben altra importanza e tuttavia non meno facile da prevenire, è quello di aver troppa fretta nel farli parlare, come se si temesse che da soli non imparerebbero. Questa indiscreta pressione produce un effetto direttamente contrario a quello desiderato. Parlano più tardi, più confusamente […]. Limitate più che potete il vocabolario del bambino. È un grandissimo inconveniente che egli abbia più parole che idee, e che egli sappia dire più cose di quante non ne sappia pensare.

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