DESCARTES E SPINOZA: DUALISMO E CONTINGENZA.


Poniamo a confronto questi due illustri razionalisti e soffermiamo, in special modo, la nostra attenzione su due dinamiche concettuali particolarmente rilevanti all’interno dei loro rispettivi pensieri filosofici: “dualismo” e “contingenza”.

Nel pensiero di Descartes la res cogitans altro non è che la “tappa” finale della concatenazione di deduzioni logiche, legittimate e basate sull’applicazione del dubbio metodico a qualsivoglia forma di particolarità sensibile. Come sostiene lo stesso filosofo, si è soliti, infine, giungere ad un momento in cui, dopo aver dubitato di tutto, risulta essere necessario rendersi conto di come sia impossibile dubitare di una cosa: il fatto stesso di dubitare. Da qui si origina e prende vita la riflessione concernente il cogito, ergo sum, ovvero il “penso, dunque sono”. La comprensione di essere una “cosa pensante”, un qualcosa in grado di produrre cogitationes, un cogito, per l’appunto, veicola Descartes a porsi due quesiti: in primis, cercare di comprendere se esista o meno sola suddetta cosa pensante – ed è questa una riflessione che conduce alla risoluzione del nodo legato al solipsismo cartesiano -, in secundis, se l’uomo, in quanto tale, sia da intendersi – ontologicamente parlando – come formato essenzialmente ed esclusivamente da una mente oppure se sia costituito anche di un corpo – argomentazione che dà vita alla tematica inerente il dualismo -.

Sappiamo che la res extensa altro non sia che la definizione aritmetica delle particolarità sensibili, le quali, per l’appunto, vengono colte e decodificate razionalmente secondo more aritmetico. La concezione meccanicistica della Natura, ovvero il fatto di considerare la stessa come totalmente permeata da una legalità di tipo causale, e la suddivisione delle caratteristiche possedute dalle stesse particolarità in quantitative – discernibili – e qualitative – ingannatrici -, sono conseguenze della definizione stessa della res extensa. La materia occupa l’intero spazio euclideo; è una massa omogenea, che si muove ed occupa ogni “fessura vuota”, ed è divisibile in infinite parti ma le stesse non sono indipendenti ma, bensì, parti di un tutto. E l’uomo, allora?

Al’interno delle Meditazioni MetafisicheDescartes parla di “sensazioni pragmatiche”. Esse permettono tanto la rilevazione del corpo quanto di cogliere l’indipendenza della mente dallo stesso. Prendiamo in considerazione, ad esempio, il dolore – inteso, per l’appunto, come sensazione -. Il dolore viene sviluppato dal corpo e rilevato dalla mente. Nella individuazione dello stesso, il cogito comprende, in primis, come tale sensazione venga sviluppata dal corpo in un modo del tutto indipendente e, in secundis, come mente e corpo siano inevitabilmente separate. Ciò che legittima e dà forza, dunque, al dualismo cartesiano è una legalità di tipo causale. Ma vi è un problema. Una impasse che finisce con il rendere tale dualismo del tutto irrisolvibile, all’interno del cartesianesimo. L’uomo, infatti, è una particolarità complessa e non può la sua comprensione ridursi in toto ad una visione esclusivamente meccanicistica. Facciamo un esempio molto banale: io posso alzare un braccio perché vengo sollecitato da uno stimolo esterno – causa/effetto -, ma potrei anche decidere di alzarlo per il semplice motivo di volerlo alzare. L’anima viene vista come il punto di equilibro tra l’essere una “cosa pensante” ed una “cosa estesa”, anche se le argomentazioni di Descartes, a tal riguardo, sembrano essere particolarmente lacunose – come quelle inerenti la ghiandola pineale, ad esempio -.

Nella filosofia di Spinoza, invece, il superamento del dualismo “mente/corpo” è tanto immediato quanto di facile comprensione, dato che i suddetti due attributi non appaiono essere minimamente conflittuali tra di loro. Abbiamo visto che mente e corpo altro non siano che due attributi infiniti di Dio, gli unici a cui l’uomo partecipa e da cui l’uomo segue. In quanto attributi infiniti di Dio, essi compartecipano alla definizione della essenza della sostanza eterna ed infinita (Dio). Significa che mente e corpo finiscono con il trovarsi in uno stato di sintonia, o meglio di correlazione. Spinoza parla addirittura di “identicità”. Se mente e corpo sono identici, allora le idee dei corpi devono coincidere con i corpi. Ovvero: le idee dei corpi contenute nella mente di Dio non possono essere altro che le idee dei corpi sensibili che realmente esistono. Seguendo tutto da Dio, quindi, non solo la realtà sensibile esiste, non solo non potrebbe esistere realtà sensibile alternativa a quella presente ma suddetta realtà non potrebbe essere diversa da come è. La contingenza, dunque, non esiste nel pensiero spinoziano: un oggetto sensibile è – in quanto modo finito degli attributi infiniti di Dio – e non può “essere e non essere”. E per quanto concerne la contingenza nel pensiero di Descartes?

La negazione di una visione contingente della realtà, nel pensiero di Descartes, è tanto ovvia quanto scontata. Il dubbio metodico, di per sé, testimonia come non solo si debba dubitare di quanto colto dagli organi sensoriali ma, bensì, di tutto. Di tutto! Verità matematiche comprese! La riduzione dell’oggettualità ad attributi aritmetici (come l’estensione) è indicativa di come una particolarità non possa mai essere contingente. Il fine ultimo del sistema cartesiano è, infatti, quello di perseguire verità in grado di definirsi certe, assolute ed aliene da qualsivoglia forma di dubbio e/o incertezza.

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