TRA INDUISMO E BUDDISMO: IL CULTO DI TARA.


Il termine sanscrito tara significa letteralmente “salvatrice”. Tara è una “versione” femminile del Buddha e possiede una lunghissima storia di insegnamenti e tradizioni, in special modo in India e Tibet. Per la precisione, la “pratica” e l’adorazione di Tara discendono proprio dall’India, durante il tempo delle grandi istituzioni buddiste indiane; nel Tibet, Tara, in tutte quante le proprie manifestazioni, si trova virtualmente all’interno di ogni importante monastero e santuario. Addirittura, nella religione induista, Tara è associata ad uno dei dieci mahavidya (“aspetti”) della Divinità Suprema Adi Parashakti.

Il primissimo testo dove viene fatta menzione di Tara è l’Antica Lode ai Ventuno Tara inclusa nel Kangyur, la raccolta delle parole pronunciate dal Buddha. Si tratta, quindi, di una lode pronunciata dallo stesso Shākyamuni e, in seguito, trascritta e tramandata dai suoi discepoli. Ciascuna delle ventuno tara che il Buddha menziona all’interno della lode, corrisponde ad una particolare emanazione di Tara e ciascuna di queste emanazioni possiede un aspetto diverso. Anzi. Persino il colore che viene associato a ciascuna di queste ventuno emanazioni corrisponde ad un preciso e ben definito tipo di attività svolta da Tara. Ad esempio: la Tara di colore verde indica “l’attività rapida e l’incarnazione di tutte le altre attività”, la Tara bianca rappresenta la pacificazione delle malattie e la longevità della Vita, la Tara rossa simboleggia il controllo e la pace interiore, la Tara gialla sta ad indicare l’abbondanza interiore ed esteriore dell’individuo, sia la Tara blu che quella nera rappresentano, invece, le “attività irate”, e via discorrendo.

La tradizione più antica concernente il culto di Tara deriva dal maestro Mahasiddha Suryagupta, a cui viene riconosciuta la fondazione di ben dodici centri di culto in India e più precisamente tra Kashmir e Magadha. Pravira Tara o Heroic Tara è il primo dei ventuno tara presenti nel lignaggio di Suryagupta ed è pertanto il primo verso dell’Antica Lode di cui sopra:

Omaggio a Tara,

i cui occhi sono come un lampo,

che è sorto dall’apertura di un loto,

nato dalle lacrime del Protettore dei Tre Mondi.

La prima parte della lode evidenzia come Tara possieda la vista di un Buddha, ovvero di come sia in grado di contemplare il passato, il presente ed il futuro, e di come sia capace di giungere in soccorso ed in aiuto dei bisognosi prontamente – “come un lampo”, per l’appunto -. La seconda parte della apologia, invece, si riferisce ad una leggenda, stando alla quale Tara nacque da un loto, cresciuto e fiorito per merito delle lacrime del Bodhisattva della Compassione, Avalokiteshvra – la Dea Guanyn o Kwan Yin, secondo la tradizione cinese -. Resosi conto dell’impossibilità di alienare gli esseri senzienti, durante la propria esistenza terrena, dai dolori e dalle sofferenze, Avalokiteshvra versò numerose lacrime di rammarico.  Dalle stesse prese vita Tara che confortò il bodhisattva, promettendogli che, nei secoli di là da venire, lo avrebbe assistito nel consolare ed assistere tutti gli esseri viventi.

La raffigurazione (forse) più nota di Tara è quella rossa ad otto braccia. In questo suo aspetto, Tara simboleggia il controllo e, quindi, la capacità di deviare l’influenza negativa di individui dannosi, in modo autorevole e deciso. La Tara rossa sta anche ad indicare il possesso di una profonda abilità diplomatica e di negoziazione, in quanto soltanto attraverso un perfetto controllo della propria pace interiore risulta possibile rimuovere qualsivoglia forma di ostacolo per diffondere il dharma e raggiungere il satori.

Alla Tara rossa – e non solo – viene associata, molto spesso, una ben precisa iconografia. Non  si tratta soltanto delle posizioni (mudra) assunte dalle sue otto mani, ma anche di tutta una serie di oggetti indossati. In genere è possibile scorgere:

  • Spada della Saggezza, generalmente dalla lama ricurva – simile ad una scimitarra -, che sta a simboleggiare la capacità di Tara di abbattere e rimuovere tutti gli ostacoli che si trovano lungo il sentiero dell’Illuminazione;
  • Ruota del Dharma, che, di per sé, rappresenta l’insieme degli insegnamenti del Buddha e, quindi, di conseguenza il dominio di Tara su tutti gli esseri;
  • Cappio Vajra, che rappresenta, da un lato, i legami esistenti tra gli esseri dannosi e, quindi, gli ostacoli che troviamo lungo il percorso che conduce all’Illuminazione e, dall’altro lato, l’attaccamento all’ego e quanto di deviato e mistificante può sorgere dal prestargli troppo ascolto;
  • Conchiglia, usata nei tempi antichi al posto del più comune corno per proclamare il Dharma e divenuta, quindi, simbolo della diffusione e proliferazione degli insegnamenti del Buddha;
  • Arco e freccia, tenute rispettivamente nella mano sinistra (della saggezza) ed in quella destra (della compassione). Entrambi questi strumenti simboleggiano la rapidità con la quale Tara può giungere in nostro soccorso e rimuovere i vari ostacoli posti lungo il cammino che porta al satori;
  • Vajra e Campana della Gioia, due strumenti che Tara tiene sopra la propria testa, incrociati tra loro. Rappresentano rispettivamente upaya – ovvero “i mezzi abili” necessari per raggiungere l’Illuminazione – ed il passaggio da prajinasunyata.

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