KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE SECONDA.


Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE PRIMA.

Inoltriamoci adesso nella seconda sezione del progetto filosofico kantiano, concernente il perseguimento della pace perpetua tra gli Stati. Questa seconda sezione si costituisce di una breve introduzione, di tre articoli – più vasti ed esaustivi di quelli precedenti – e di due supplementi finali.

L’introduzione alla seconda sezione è particolarmente importante per il tema trattato, soprattutto perché ci permette di constatare come Kant decida di prendere le distanze da Rousseau e dalla sua considerazione (“benigna”) circa lo stato di natura dell’uomo. Quest’ultimo, infatti, secondo il filosofo tedesco, non è uno stato di pace. Tutt’altro. Si tratta di un (potenziale e/o virtuale) vero e proprio stato di guerra, dove la costante minaccia di un conflitto risulta essere pressoché onnipresente. Dunque, lo stato di pace deve essere istituito – quindi, sono necessarie le istituzioni e gli uomini colti nel loro stato sociale -. Kant approfondisce moltissimo tutta la questione inerente la contrapposizione tra lo stato di natura e lo stato sociale. Per ottenere una pace perpetua tra gli Stati, è fondamentale, per l’illuminista, che gli stessi si trovino in una situazione socio-politica di tipo “civile-legale”; l’uomo colto nel suo stato di natura non è in grado – oserei dire, “ontologicamente” – di promuovere alcuna forma di sicurezza per il suo vicino, proprio perché non vi sono leggi che ne regolano il suo stato medesimo – la considerazione sul diritto naturale rousseauiano decade, quindi, nel pensiero kantiano –. In tal caso, afferma Kant, colui, che si trova a dover convivere con uomini che vivono perennemente solo nel loro stato naturale, per il perseguimento della propria sicurezza, deve:

  • o convincere i medesimi ad adoperarsi per l’acquisizione di uno stato legale (magari il più comune possibile a quello di già posseduto dal popolo dello Stato confinante);
  • o allontanarli.

Il diritto, difatti – tematica questa tanto fondamentale quanto trascendentale, all’interno di tutta la filosofia kantiana -, assume per Kant tre precise forme – nessuna delle quali rimanda a quella “naturale”, teorizzata da Rousseau -:

  • “diritto statale-civile”: lo ius civitatis, ovvero il diritto che appartiene agli uomini che costituiscono un popolo;
  • “diritto delle genti”: lo ius gentium, ovvero il diritto che regola i rapporti e le reciprocità tra gli Stati sovrani;
  • “diritto cosmopolitico”: lo ius cosmopoliticum, ovvero il diritto che spetta ai cittadini, intesi come appartenenti ad un unico Stato universale – data l’esistenza della reciproca influenza che vincola, inevitabilmente, tra di loro i singoli Paesi -.

Approfondire questa breve introduzione è fondamentale per il corretto proseguo dell’analisi del pensiero di Kant.

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