DEMOCRAZIA DIRETTA E RESPONSABILITÀ CIVILE: UNA INCOMPATIBILITÀ DOVUTA.

Siamo un popolo che fatica moltissimo a comprendere il direttismo politico. Già lo avevo sostenuto all’indomani dello scorso referendum – quello sulle trivelle, quello del #ciaone – ed oggi, dopo mesi e mesi di diatribe e giustizialismi sia pubblici che virtuali, lo ribadisco nuovamente. Anzi, addirittura con maggiore convinzione e presa di coscienza. La questione che giustifica e legittima questa mia personale presa di posizione, dubbiosa e scettica, nei confronti degli organi di democrazia diretta, non verte solo e soltanto su di una logica tecnica secondo la quale sarebbe “opportuno” – e forse anche logico – non affidarsi alla vox populi per disquisire su tematiche istituzionali sulle quali dovrebbero esprimersi (soprattutto) gli esperti del settore. In parole povere: “Che senso ha interpellare la popolazione su argomenti complessi e delicati quando (in teoria) a livello di res publica vi è una classe politica che per lavoro dovrebbe esclusivamente occuparsi di siffatte mansioni?”. Resta questo un ragionamento corretto; ed il più delle volte sarebbe bastato comprenderlo per rendersi conto dell’assurdità di un’indizione referendaria, ma l’assenza di un rapporto vincolante tra elettore ed eletto non salvaguarda aprioristicamente il comportamento politico che il cittadino si attende dal proprio rappresentante politico – le nefandezze viste in riferimento alla legge Cirinnà, in seno alla mera approvazione di un ddl, ne sono un chiaro esempio -. Quindi, al contempo, una congettura del tipo “no, lasciamo che sia il popolo ad esprimersi perché senza un vincolo di mandato i politicanti potrebbero tranquillamente tradire il programma elettorale che ci avevano proposto” trova una sua logica di fondo. Ma che tristezza, ad ogni modo! Che tristezza l’aver la consapevolezza di legittimare attori e situazioni politiche mistificanti e deviate ed a causa delle quali si dovrebbe, di volta in volta, spendere centinaia di milioni di contributi pubblici per indire un referendum nei confronti del cui contenuto – ed è questo il vero nocciolo di tutta la questione – la totale ignoranza della massa regna sovrana – o almeno per un buon 35-40% della popolazione -.

Che valore o che giudizio qualitativo dovremmo mai attribuire all’opinione pubblica? Perché il problema risiede tutto qui. Si sostiene, giustamente, che la democrazia diretta strincto sensu sia quanto di più virtuoso vi possa essere in uno Stato di Diritto, dato che legittima la diretta partecipazione ed ingerenza della cittadinanza nelle questioni politiche concernenti la res publica. Ed è questa una verità incontestabile. Ma almeno prendiamoci il disturbo di valutare l’argomento politico, sociale o economico nei riguardi del quale si richiede il giudizio popolare, e prestiamo anche attenzione al livello culturale della popolazione medesima. Perché è altrettanto incontestabile il fatto che niente di peggio vi possa essere, per la genuinità delle infrastrutture democratiche di un Paese, che quello di permettere a persone indottrinate, viziate o non informate dei fatti di disquisire su questioni di interesse nazionale; questioni nei riguardi delle quali le istituzioni devolvono, per inadempienza o incapacità,  il raggiungimento di un particolare risultato politico ad un mero consenso popolare – lasciando cioè il tutto nelle mani della massa -. Con buona pace per la responsabilità civile di entrambi gli attori chiamati in causa: classe politica e cittadinanza. Rappresentanza e direttismo sono due principi tecnicamente differenti in politologia. Forse, probabilmente, non è ancora chiaro il concetto che, in una moderna democrazia, la res publica si rispecchia nel suo stesso corpo sociale, legittimandolo e venendone legittimata al contempo: fintanto che esso non sarà composto, per un buon 60-65% dei suoi componenti, da cittadini illuminati e dotati di capacità critica – una criticità che sia indipendente da appartenenze politiche et similia – pochissimi traguardi potranno mai essere raggiunti. Ma sto divagando troppo.

Ora il referendum del prossimo Dicembre verte direttamente sulla modifica sostanziale del nostro quadro istituzionale. Riguarda la Costituzione. E la Carta Costituzionale appartiene a tutti i cittadini. Quindi, anche in termini di purezza politica, benvenuta sia la partecipazione popolare a tale discussione. Peccato che ci siamo ritrovati nuovamente, per l’ennesima volta, a vivere questa occasione in un panorama di totale delirio, comunicativo e politico, tutto targato made in Italy. Un po’ come già accaduto in seno alla famosa Devolution, qualche anno fa. Focalizziamo, per un attimo, la nostra attenzione su ambo gli attori sociali chiamati all’azione da mesi nei riguardi di questo appuntamento storico. Partiamo dal versante istituzionale.

Come si può personalizzare politicamente un referendum? Comprendo benissimo tutti i discorsi che possono essere fatti in riferimento alla spettacolarizzazione della politica o al ridurre la profondità della politologia stessa ad una mera percezione mediatica, ma un’indizione referendaria, che verte sulla modifica della Carta Costituzionale, come può limitarsi ad una o meno appartenenza politica nei riguardi di una singola e specifica legislatura? Ma badate bene: questo “provincialismo politico” – dai connotati molto, ma molto italiani – non trova motivo di essere esclusivamente sul versante dell’Esecutivo. Come può un invito, rivolto dal piano istituzionale alla cittadinanza, per l’approvazione o meno di una modifica all’impianto costituzionale, limitarsi a divenire un mero voto di fiducia al Governo in pectore? Cosa dovrebbero mai rappresentarmi i renzexit? Si è chiamati per disquisire sul contenuto del ddl, svolgendo analisi comparative tra i pro ed i contro tenendo in mano la Costituzione, o è solo un’occasione per rimaner fedeli a ciò che viene espresso dal proprio schieramento politico di appartenenza, comportandosi poi di conseguenza? Se è un giudizio politico dai connotati elettorali quello che viene chiesto alla popolazione, perché indire il referendum? Certo, lo s’indice perché è la Costituzione stessa che lo impone, ma l’opportunità di elevare il dibattito, approfittando anche della partecipazione popolare, dove va a finire? Ovvio che se poi si è pure costretti a dover sorbire vaccate politiche – mi si passi il termine, per cortesia – del tipo <<questa riforma aiuterà a combattere il terrorismo>>, allora tutto questo disquisire diviene davvero fine a sé stesso.

Quanti tra i cittadini indignati e/o giustizialisti, o quanti tra coloro che approvano e difendono questa riforma, hanno mai letto la nostra Costituzione? Quanti sanno cosa sia la navetta parlamentare? O cosa rappresenti un regolamento parlamentare? Si cita oggi l’art. 70, la Resistenza o – immancabilmente – l’eredità lasciateci dai nostri Padri costituenti, ma quanti sgranerebbero gli occhi dinanzi a nomi come LabriolaLa Pira – tanto per citarne due -? Quanti voteranno a favore o osteggeranno tale riforma solo per una logica di fedeltà al giudizio espresso dalla propria forza politica di riferimento? Eppure è un voto questo che dovrebbe essere svincolato in toto da ogni forma di mero proselitismo.

L’unica verità è che per l’ennesima volta le istituzioni hanno ridotto l’intera comunicazione ad una mera retorica elettorale, riducendo il tutto ad un banale voto di approvazione o di diniego nei confronti dell’attuale legislatura. In pochi, forse pochissimi, hanno tentato di divulgare giuste informazioni, diffondendo una chiara conoscenza dei contenuti della riforma, di modo da permettere così al cittadino di votare in piena autonomia e con profonda cognizione di causa. Nessuno ha voluto elevare la qualità del dibattito. In pochi ne sarebbero, del resto, stati in grado. Gli schieramenti si sono formati sulla base di memescreenshotslikes sparsi sul Web. Lo status quo ringrazia. Ancora una volta.

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LETTURA DEL FLUSSO ELETTORALE: IL REFERENDUM SULLE TRIVELLE.

Ad una settimana esatta dal referendum abrogativo sulle concessioni per l’estrazione dei gas naturali e del petrolio nel Mar Mediterraneo, è il momento di cercare di capire – anche se è estremamente difficoltoso – come si è comportato e che fisionomia ha assunto il flusso elettorale in questa situazione di voto.

Mi sono affidato alla lettura di tre sondaggi, curati rispettivamente da IpsosDemosSWG. Partiamo dal primo. Il sondaggio Ipsos è stato pubblicato sul Corriere della sera; sono state intervistate circa 9.000 persone nell’intervallo temporale intercorso tra il 27 Marzo scorso ed il 7 Aprile. Per Forza Italia ha deciso di votare circa il 29% degli aventi diritto; comportamento analogo anche per la Lega Nord, il 30%. Un’affluenza del 23% per gli elettori del PD, mentre per coloro che si erano definiti durante l’intervista “di sinistra” l’affluenza è stata del 36%. Il M5S è stato il movimento che ha portato il quantitativo maggiore di persone alle urne: circa il 49%. Una nota a parte merita la menzione fatta in seno all’ingerenza esercitata sull’elettorato dal vettore d’informazione scelto: risulta che l’astensionismo sia stato del 72% per tutti coloro che si sono informati tramite la televisione, mentre nel caso di Internet la non affluenza si abbassa al 66%, onde a testimoniare una maggiore recepibilità delle informazioni per mezzo della piattaforma virtuale.

Sondaggio referendum #03

Tendenze simili, ma con lievi riscontri empirici differenti, per quanto concerne il sondaggio Demos pubblicato su La Repubblica. Il campione qui è stato di circa 1.000 intervistati. Secondo l’istituto, per il M5S ha votato circa il 46% degli intervistati, mentre per PDForza ItaliaLega Nord l’affluenza è più o meno simile a quella registrata da Ipsos (rispettivamente di circa 27%, 26% e 28%). Solo 1/3 degli elettori di Fratelli d’Italia si è recato alle urne. Per l’area elettorale più marcatamente di sinistra (SELSinistra Italiana e l’area “anti-renziana” del PD), l’affluenza si attesta sul 44%.

Sondaggio referendum #01

Per il sondaggio di SWG, pubblicato su Il Messaggero, alle urne si è recato il 41% circa degli elettori del M5S, il 33% di quelli di Forza Italia, il 26% di quelli della Lega Nord ed il 30% di quelli del PD. Interessante lo spunto relativo alla fascia d’età: più aumenta l’anzianità e più si abbassa la partecipazione alle urne – si passa dal 41% di affluenza degli studenti al 37% di coloro che hanno un’età compresa tra i 55 ed i 64 anni -.

Sondaggio referendum #02

Possiamo considerarli come dati attendibili, ma tenete sempre conto del fatto che la statistica campionaria e quella inferenziale sono particolarmente complesse. Per giunta ci troviamo dinanzi ad un referendum ed una lettura certa del flusso elettorale, in una situazione come questa, è molto difficile e non esente né da errori né da approssimazioni.

Vi lascio i links degli articoli delle tre testate giornalistiche di cui sopra, nel caso voleste approfondire quanto appena discusso.

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QUORUM NON RAGGIUNTO: FRENATA DEL “DIRETTISMO” POLITICO.

Si è fermata attorno al 32% circa l’affluenza alle urne per questo (tanto discusso) referendum abrogativo, inerente le concessioni per l’estrazione del petrolio e dei gas naturali nel Mar Mediterraneo. Come da dettato costituzionale, per convalidare il voto espresso – favorevole o contrario – era obbligatoriamente necessario che si esprimesse il 50 + 1 degli aventi diritto. Ora è e sarà tempo di dichiarazioni; come quella del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dichiaratosi ovviamene soddisfatto, durante la conferenza stampa convocata a Palazzo Chigi, per la vittoria del no:

Ha vinto chi lavora sulle piattaforme. […] Gli sconfitti non sono i cittadini che sono andati a votare: chi vota non perde mai. Massimo rispetto per chi va a votare. Ma gli sconfitti sono quei pochi, pochissimi consiglieri regionali e qualche presidente di regione che ha voluto cavalcare un referendum per esigenze personali politiche.

Una cosa resta, comunque, certa – almeno dal mio punto di vista -: siamo un popolo che fatica moltissimo a comprendere il significato della democrazia diretta. E giungo a questa conclusione sulla base di due mie personali argomentazioni – non esenti, per carità, da critica alcuna -.

In primis: manca nel panorama politico italiano – e mi rivolgo soprattutto a quel background culturale che dovrebbe fare da riferimento sia per chi è chiamato a governare sia per chi è chiamato a votare – quel profondo spirito di convivenza pacifica e democratica che dovrebbe essere alla base del corretto funzionamento di un qualsivoglia Stato di Diritto. Sul lato dell’elettorato attivo, si scorgono, fin da subito, all’interno del Web, epiteti, offese e, addirittura, minacce espresse e lanciate reciprocamente tra tutti coloro che sono stati coinvolti – forse troppo sentimentalmente – dalla questione dibattuta. Possiamo riformulare i soliti ragionamenti espressi fino all’infinito: le piattaforme virtuali prediligono, molto spesso, lo slang, la distanza fisica e l’anonimia tra gli interlocutori possono mistificare il linguaggio ed i contenuti stessi della comunicazione, e così discorrendo. Tutti ragionamenti pienamente validi e meritevoli sempre d’esser menzionati, ma resta il fatto che una gran fetta del “popolo della Rete” abbia quasi immediatamente evidenziato – quasi fosse una cartina tornasole – il reale livello di spirito democratico e responsabilità civica diffusa nel nostro paese.

Come se non bastasse, le nostre avanguardie culturali di riferimento, ovvero i partiti politici, i movimenti, i leader, ecc., fomentano l’odio, esasperano gli animi e si rendono complici della “pochezza” culturale che negli ultimi anni sta dilagando e viziando la nostra logica comunicativa. Tanto per fare un esempio, il twitt del “renziano” Ernesto Carbone – con tanto di hashtag #ciaone -, oltre che fuori luogo per motivi anche di natura etica – l’irridere la sconfitta di un’espressione di voto all’interno di un referendum popolare è oltremodo assurdo -, evidenzia numerose e preoccupanti lacune riguardo al non saper nemmeno gestire la comunicazione politica strincto sensu.

Twitt #01

In secundis, il referendum abrogativo continua di per sé ad essere uno strumento democratico politicamente e tecnicamente difficile non solo da (saper) esercitare, ma anche da saper leggere ed interpretare. In termini di “purismo politico” saremmo stati – nel caso fossimo tutti cittadini illuminati dalla ragione e dal senso critico – tutti soddisfatti se il no – resto fermo al referendum sulle trivelle – si fosse raggiunto attraverso una vittoria concreta dei voti espressi come contrari e non per merito del non mero raggiungimento del quorum richiesto dalla legge. Il problema resta proprio il rapporto tra affluenza e quorum medesimo. Molti, moltissimi dei cittadini che, recandosi alle urne, avrebbero optato per il no, hanno logicamente deciso di non andarci proprio per non permettere alla soglia di alzarsi.

In politica vigono da secoli i tatticismi e gli accorgimenti strategici; resta questa una componente antropologica dell’essere un cittadino. Ma è, in parte, proprio su questa questione che si apre poi un problema di incapacità di lettura e d’interpretazione della democrazia diretta: non è possibile – o, ad ogni modo, è particolarmente arduo riuscire a farlo – leggere con chiarezza il flusso elettorale. Quanti dei cittadini che non si sono recati alle urne non si sono effettivamente recati per il semplice fatto di non voler, così facendo, favorire il quorum? Quanti, invece, erano disinformati, impediti e/o semplicemente disinteressati? Quanto pesa il mero astensionismo o quanto, in termini percentuali, la non affluenza può assumere, in termini politici, un significato di apprezzamento o di diniego nei confronti dell’intero sistema governativo? Questa è sociologia della comunicazione. Questa è comunicazione politica. Non l’hashtag “twittato” in maniera infantile.

Ma una lettura critica e analitica deve esser posta in essere anche sull’altro versante. Questo referendum era sconosciuto ai molti e stava passando in sordina. Negarlo sarebbe un’aporia. Se non fosse scoppiato il caso politico della ex ministra Guidi sarebbe rimasto un tema dal (solo) connotato ambientalista. Lo si è reso, invece, politico e lo si è, volutamente ed esplicitamente, plasmato di una valenza  molto più  marcata: un’occasione per attaccare a chiara voce l’operato dell’Esecutivo. E non c’è assolutamente niente di male o di sbagliato in tutto questo. Anzi: è democraticamente apprezzabile che una infrastruttura come il referendum – dedita a legittimare la partecipazione del popolo alle questioni politiche concernenti la res publica – venga utilizzata (anche) per manifestare lo stato d’animo della popolazione a chi governa e a chi prende decisioni. Ma la lettura, allora, anche in questo caso, deve essere oggettiva e approfondita. Quante persone sono state – azzarderei quasi a dire – improvvisamente attratte da questo referendum solo a seguito del caso Guidi? Quante hanno deciso di partecipare e/o di votare solo sulla base delle proprie appartenenze politiche o – nel caso estremo – nel rispetto di un proprio e personale “indottrinamento politico”? Quanto ha pesato la coscienza critica del singolo individuo? Quanto, invece, le strategie dei partiti e dei movimenti di appartenenza?

Risulta doveroso, oramai, dare un definitiva conclusione a questo modo provinciale di porsi nei riguardi della politica e di fare comunicazione politica. La democrazia diretta, ovvero la possibilità di esercitare direttamente una personale ingerenza sulle questioni concernenti la res publica, necessità di un profondo senso di responsabilità. Di responsabilità civica.

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SALUTO A CASALEGGIO: IL GURU DELLA DEMOCRAZIA DA WEB.

Con la morte di Casaleggio se ne va un interprete sui generis della comunicazione politica. Soprattutto di quella italiana. In special modo, di quella italiana, sottolineo. Esattamente come espresso dal Presidente Della Repubblica Mattarella, il quale non ha tardato ad evidenziare la caratura politica alternativa assunta da Casaleggio sul piano, soprattutto, della mera comunicazione e del mero linguaggio politico. Niente di più distante e lontano dall’oramai secolarizzato “politichese” italiano. Niente di più lontano e distaccato dalla storicizzata retorica politica dei politicanti nostrani.

Ad ogni modo, ritengo sia particolarmente opportuno mantenere sempre un certo distacco, anche emotivo – soprattutto emotivo, direi -, quando si è chiamati, con coscienza critica, a formulare riflessioni e conclusioni oggettive circa l’operato di personaggi dal forte impatto mediatico e pubblico. E questo è uno di quei casi. Indubbiamente.

Sostenere che Casaleggio sia stato un innovatore della comunicazione politica e della sociologia della comunicazione, mi appare, sotto molti aspetti, un azzardo. Un azzardo dettato, probabilmente, anche dai più sinceri sentimenti. L’innovazione della tanto apprezzata e citata “democrazia orizzontale” – o “partecipativa” o “partecipata” – risiede nel Web. Anzi, per la precisione, risiede nel Web 2.0. L’autocomunicazione di massa, la segmentazione dell’elettorato attivo, la proliferazione dei valori post-materialisti e tutti gli altri fattori e parametri, caratterizzanti e legittimanti lo sviluppo esponenziale del moderno “direttismo politico” – soprattutto, dell’incessante richiesta di un sempre maggiore “direttismo politico” -, sono le diverse variabili che non solo hanno rivoluzionato le agende politiche moderne – pensiamo alle tematiche ed alle campagne animaliste -, ma hanno anche finito col rimodellare la fisionomia ed il ruolo stesso del cittadino moderno. Un cittadino divenuto ora vettore di ricezione e di condivisione dei valori concernenti (anche) la res publica; il tutto per mezzo delle piattaforme multimediali medesime, messe alla personale ed individuale disposizione di ogni singolo componente la società.

Il concetto di “spazio pubblico mediatizzato” trova fondamento presso gli studi effettuati in sociologia della comunicazione circa il ruolo e l’introduzione della televisione nella vita politica di una qualsiasi organizzazione sociale. Gran parte delle riflessioni svolte in materia hanno portato alla definizione del cosiddetto “cittadino a bassa razionalità”, ovvero di un individuo non particolarmente propenso all’acculturazione ma, al contempo, “mediaticamente” re-indirizzabile all’apprendimento ed alla ricezione degli avvenimenti di pubblico interesse, proprio per merito delle programmazioni televisive. Programmazioni fondate su di un circuito dialettico chiuso tra mass media ed ascoltatore: un vero e proprio framing.

Ebbene, tralasciando i giudizi e le conclusioni di stampo etico o morale cui ciascuno di noi può giungere in seno al valore sociale da attribuire alla Rete – ampiamente intesa -, è indubbio che la velocità dell’assimilazione, della condivisione e dell’elaborazione dei contenuti virtuali susciti oggi un sentimento di più marcata partecipazione alla res publica nella cittadinanza: da questo deriva il parallelismo tra Web ed agorà greca. Un parallelismo molto caro a Casaleggio. Ma non solo a lui. Una grande fetta della moderna ricerca epistemologica (di stampo sia sociologico che politologico) ha veicolato la propria attenzione proprio sull’ingerenza ed inferenza esercitata dalla Rete nei riguardi della realtà sociale. Lo stesso Rodotà – ora vicino, ora lontano al “movimento dei pentastellati” – ha trattato, da giurista, tale similitudine in più occasioni, giungendo persino a porsi alcune rilevanti domande come la necessarietà o meno di equiparare l’accesso stesso ad Internet al livello di un vero e proprio diritto di natura, dato che tale accesso consente la libera ed individuale espressione del pensiero. Libertà, questa, di assoluta inviolabilità e di imprescindibile importanza presso tutti gli Stati di Diritto.

Casaleggio, piuttosto, spetta dunque l’oggettivo merito di aver colto tale sfaccettatura e di aver intuito – e questo indipendentemente dal fatto che sia stato un bene od un male – come il piano della res publica potesse tornare ad attirare le attenzioni dei cittadini, semplicemente spostando quel medesimo piano comunicativo dalla televisione – di cui il M5S si è indubbiamente servito in seno alla spettacolarizzazione della politica; basti pensare ai vaffa days – alla Rete. Con Casaleggio si è raggiunto, quindi, quello che attualmente è, in campo internazionale, lo step ultimo della comunicazione politica: quella virtuale. Una comunicazione fondata non più sul rapporto “comizio-piazza” o “televisione-ascoltatore”, ma, bensì, giustificata sulla bilaterale reciprocità “utente-Web“.

Resta da capire se, effettivamente, questa tanto discussa “democrazia orizzontale” possa essere davvero un sinonimo di crescita e di sviluppo culturale e cognitivo per le masse cittadine sparse lungo il globo. La possibilità per ciascuna persona di “loggarsi” ed esprimere in piena libertà il proprio punto di vista o la propria opinione in riferimento alle più svariate tematiche discusse e dibattute, è, concettualmente parlando, un forte, fortissimo inno allo spirito più puro dei valori democratici. Ma la questione sulla quale è doveroso poi disquisire, facendo anche un passo indietro rispetto a cotanto iniziale clamore, verte sulla valutazione, prettamente qualitativa, che deve esser poi assegnata sia alla mera (o anche indiretta) partecipazione mediatica sia alla condivisione delle idee, espresse e diffuse tramite la Rete. Perché ogni volta che l’attenzione verte su tematiche concernenti la res publica, è necessario dotarsi di una forte criticità e di un profondo senso di responsabilità civica per definire se quanto diffuso o esplicitato possa essere un bene od un male per l’intero assetto sociale di riferimento. Le considerazioni non discostano molto da quelle molto spesso già formulate in seno sia ai comuni – e classici – organi di democrazia diretta – come il referendum – sia nei riguardi dell’opinione pubblica. Queste posizioni – avrei quasi l’ardore di definirle “sartoriane” – si legittimano su di un semplice ragionamento di fondo: “quanto sono preparate o acculturate sull’argomento trattato – o sull’argomento nei confronti del quale sono invitate ad esercitare direttamente i propri diritti politici – le persone chiamate ad esprimere la propria opinione o il proprio consenso?”

È, quindi, fondamentale anche cercare di capire come le informazioni vengano diffuse nel Web, come le avanguardie culturali – partiti, movimenti, associazioni et similia – gestiscano la Rete per la diffusione di tali contenuti e, soprattutto, quale possa mai essere il backgorund culturale di appartenenza dell’utente interessato, oltre alle motivazioni che lo spronano ad accedere alla Rete per utilizzare le piattaforme mediatiche ivi locate. Perché molti fattori – tipicamente virtuali o, comunque, che possono risultare essere potenziati in ambito multimediale -, come l’anonimia o la semplice distanza fisica esistente tra gli interlocutori, potrebbero – il condizionale è d’obbligo – pre-indirizzare e/o mistificare il nostro senso critico e la nostra capacità oggettiva di giudizio. Se il Web è un’agorà allora è un’agorà particolarmente affollata e, in talune circostanze, questo può rendere anche molto arduo e problematico il cogliere spiragli di critica costruttiva e/o di responsabile partecipazione.

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