DIETRO OGNI GRANDE UOMO .. ..


.. .. c’è una donna che volge il proprio sguardo al cielo. Ma, forse, anche no. Probabilmente dovremmo, infatti, riformulare il tutto con l’espressione “ogni dietro piccolo uomo vi è una donna fatta a sua stessa dimensione” e, per carità, nel pieno rispetto del politically correct, la mia non è una mera allusione alla “mole volumetrica” dell’onorevole Brunetta, quanto, piuttosto, una semplice allegoria circa la reciproca – come dire – “pochezza” che culturamente (e politicamente) accomuna, in questo caso, il marito alla sua degna consorte.

Sarebbe già dannatamente grave il ricorrere all’utilizzo di un fake account per poter esprimere le proprie posizioni politiche. Per il semplice motivo dell’inutilità del fake account medesimo: di cosa avrebbe mai potuto aver paura la signora Tommasa Giovannoni Ottaviani? Ma passi pure l’uso di un account falso; del resto, oramai, esso è divenuto una componente antropologica dell’uomo virtuale. L’aspetto che culturalmente devasta, in effetti, è l’aver sviluppato la brillante idea di utilizzare uno pseudonimo molto vicino ad un determinato politico – Di Maio -, con la conseguenza di spacciarsi pure per esponente e portavoce di un ben definito movimento: il M5S, per l’appunto. Un anno e mezzo di commenti, posttweets, diffusi sotto una falsa e tendenziosa identità, per criticare l’operato dell’Esecutivo. Il tutto mentre l’ignaro onorevole Brunetta continuava imperterrito a porsi ed ergersi a sacro custode della Costituzione, del diritto di voto, della rappresentanza politica, della democrazia e via discorrendo. Senza contare poi i soldi pubblici spesi per l’avvio di un’interrogazione contro proprio quel “cyber fango” mediatico, a causa del quale alcuni esponenti del Governo si erano mostrati indispettiti ed infastiditi – più che altro perché desiderosi di cercare di capire chi fosse, in realtà, siffatta Beatrice Di Maio -. Ma vi sono due aspetti profondamente sconcertanti in questo ennesimo capitolo buio legato alla comunicazione politica nostrana.

Primo: la tempistica. Ebbene sì, ancora una volta la tempistica ha finito con l’enfatizzare la gravità della situazione; il mistero, difatti, è stato svelato poco dopo l’ennesima denuncia esposta dalla Presidentessa Boldrini circa le offesse e violenze verbali mossele contro, all’interno del Web. Ma se il medesimo è usato direttamente, nello stesso identico modo – perché, parliamoci chiaro, le intenzioni sono le stesse: è solo la semantica che cambia, e nemmeno sempre -, da uomini e/o donne che ricoprono posizioni mediatiche o politiche o di pubblico interesse, ci dovremmo davvero meravigliare se il comune cittadino medio decidesse poi di accedere ad Internet per assegnare epiteti ad una carica istituzionale? Ho già espresso più volte la necessità d’interrogarci circa il livello qualitiativo che, sia in termini di contenuti che di mera comunicazione, il Web è in grado di fornire e, al contempo, di costituirsi. Sarebbe davvero il caso di comprendere se ad un tanto incremento della democraticità sia andato di pari passo anche un innalzamento, di pari valore, della cultura media (o pro-capite) di un Paese. Ma resta questa una battaglia persa già in partenza.

Secondo: le motivazioni avanzate dalla stessa Ottaviani. La signora ha, difatti, affermato che <<quel che ho espresso sono io, Bea era il mio impegno civile>>. Arrivati a questo punto, la logica c’impone di prendere come buona e veritiera una delle tre seguenti opzioni:

  • Prima opzione: potremmo accettare allora che l’impegno civile di una persona – e, quindi, i suoi sforzi alla sociabilità ed al perseguimento di interessi collettivi -, sia, in primis, misurabile e, in secundis, conseguibile solo e soltanto attraverso la piattaforma virtuale;
  • Seconda opzione: non solo si è concretamente impegnati civilmente solo accedendo aprioristicamente alla Rete ma, per di più, è necessario che, una volta avuto l’accesso ad Internet, ci si adoperi al più presto per la creazione di una identità falsa, tendenziosa e che possa generare una reale impossibilità di contradditorio – dato che Beatrice Di Maio è persona fisicamente non esistente -;
  • Terza opzione: finendo di ragionare per assurdo – vedi le due opzioni di cui sopra -, potremmo barbaramente, ma giustamente, etichettare il tutto con la tanto virtuale ed amata dicitura epic fail.

Ma vi è di più. La pubblica gaffe della signora Ottaviani porta alla luce ancora una volta due dei vizi più manifesti del fare politica e/o mera comunicazione attraverso il Web. Non solo si è per l’ennesima volta constatato quanto sia difficile giudicare qualitativamente il filtraggio di un’informazione resa pubblica su di un vettore virtuale ma, addirittura, sì è assodato come il proselitismo, che essa stessa genera, possa essere a volte mistificante o, peggio ancora, fondato sul nulla – proprio perché giustificato da un qualcosa che all’origine si rivela essere, per l’appunto, fake -; tant’è che molti dei “grillini”, che hanno appoggiato e condiviso le idee esposte dalla signora Ottaviani, non hanno tardato ad affermare di essersi sentiti come profondamente traditi. Ed il danno è duplice. Perché se, da una parte, la notizia strincto sensu è accolta solo sulla base di una precisa percezione mediatica e non sul contenuto della stessa – secondo una logica del tipo “approvo quello che dici perché fai parte del mio movimento politico” -, dall’altra parte, il rifiuto della medesima testimonia davvero come la notizia stessa fosse stata fatta propria solo per motivi prettamente percettivi – “pensavo fossi del mio movimento, non m’interessa più ciò che hai esternato” -.

Come da consuetudine, vi lascio un articolo per la verifica delle fonti e/o delle citazioni. Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

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