(TIK)TOK: LA MORTE BUSSA SUL MONITOR.


“Libertà” è consapevolezza e coscienza critica. Perché è per merito di queste due attitudini comportamentali che risulta possibile coltivarla e, nel tempo, potenziarla nelle sue proprie infinite sfaccettature – e rivendicazioni -. “Libertà”, quindi, non è il termine con il quale indicare una becera app multimediale o un banale sns. Anche qualora (tutte) le potenzialità di tali piattaforme fossero indirizzate verso fini cognitivi e/o di genuino intrattenimento (video)ludico, slogans alla stregua di Internet vi renderà liberi altro non fanno che impoverire ciò che siamo e – in special modo – ciò che potremmo effettivamente “produrre” in termini di creatività razionale e critica.

Per quanto mi riguarda, il problema, purtroppo, resta sempre quello. Sono molto “sartoriano” in merito. Se non vi è una predisposizione apriorica da parte degli utenti, tali piattaforme, difficilmente, spronano a comportamenti genuini. In questo risiede l’impossibilità da parte della Rete di rivestire in toto un vero e proprio ruolo di educatore (morale) delle masse. Tant’è che sia la distanza tra gli users – fittizia in termini virtuali ma mostruosamente tangibile dal punto di vista reale -, sia la velocità con la quale le informazioni vengono condivise, sia la mancanza a priori di una sana responsabilità civica, portano sempre a ragionare sul “dopo” e mai sul “prima”.

Ebbene sì perché è fin troppo facile oggi parlare di genitori assenti, svogliati e/o addirittura menefreghisti nel controllare ciò che i propri figli compiono ogni qualvolta accendono il computer o il cellulare. Davvero ritenete possibile, nel momento storico che stiamo attraversando in cui tutto è informazione e sharings e niente – veramente quasi più niente! – è spiritualità, scindere sociabilità e progresso multimediale? No – purtroppo? -. La multimedialità è diventata una componente onnipresente della convivenza e dei rapporti interrelazionali. Dunque, è necessario monitorarla e gestirla – con norme e leggi -. Ma non è sufficiente.

Perché la generation divide è a tratti ed in taluni contesti insanabile e numerosi contesti familiari sono del tutto incapaci di tenere il passo con le iperboliche crescite che il progresso tecnologico, in ambito di comunicazione, compie giorno dopo giorno. Davvero pensate che i genitori sappiano come funzionano le stories su instagram o quante porcate si possano trovare su TikTok? Dovrebbero? Certo! Ma non è facile ed è dannatamente ipocrita e riduttivo risolvere l’intera problematica in questo modo.

Anche perché, dall’altra parte, ovvero dal lato di chi carica il materiale virtuale, chi c’é? Gente stupida. Ingenua. Persone normalissime che vogliono soltanto svagarsi, farsi due risate o condividere – perché no? – una innocua bravata. Ma anche idioti e delinquenti. Se una – presunta, ipotetica… definitela come vi pare – influencer non si sente pizzicare il cervello alla sola idea di postare sui socials – nello specifico TikTok – un video pericoloso e dal forte contenuto emulativo, allora possiamo stare a ragionare di genitori e piattaforme tutto il giorno. La battaglia sarà sempre persa.

Quando vi dicono che Internet è la nuova agorà, che grazie alla Rete abbiamo una vera e sana democrazia orizzontale e che, quindi, una tale libertà deve essere resa accessibile a tutti perché tutti hanno il diritto di fare e dire ciò che trovano di proprio gradimento, ricordatevi che dall’altra parte vi è una infinita schiera di imbecilli cronici, totalmente incapaci di riflettere sul perché la banana meriti di essere sbucciata prima di venire mangiata.

Riposa in pace, piccola Antonella.

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