REPUBBLICA, LIBRO II: PRODUTTORI E GUERRIERI.

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Nelle pagine del secondo libro della RepubblicaSocrate inizia a tessere le fondamenta dello Stato ideale. Riprendendo la conversazione con Glaucone circa il tema della Giustizia, il maestro comincia a porre in essere alcune argomentazioni di carattere profondamente politico e sociale, come quella della produzione e della divisione del lavoro. Il secondo libro termina con l’esposizione di alcune tematiche concernenti il ruolo e l’importanza da ascrivere alla classe dei guerrieri; la stessa, del resto, diviene il pretesto platonico per avviare e legittimare le feroci critiche all’arte e, in special modo, alla poesia. Sono questi argomenti che impegneranno moltissimo gli interlocutori all’interno del terzo libro.

Il secondo libro riprende con il dialogo tra SocrateGlaucone. Fulcro dell’intero argomentare è sempre il tema della Giustizia e della differenza che sussiste tra il vivere rettamente ed il condurre un’esistenza nelle vesti di una persona ingiusta. Glaucone – riallacciandosi, in parte, alle riflessioni di Trasimaco – sostiene come sia fondamentale ragionare non tanto in riferimento alla differenza tra Giustizia ed Ingiustizia quanto, piuttosto, circa le diverse dinamiche relative alla nascita di entrambe. Glaucone afferma che mentre l’Ingiustizia è una componente ontologica dello stato di natura dell’uomo, la Giustizia, dal canto suo, è un deterrente artificiale predisposto dagli uomini stessi al fine di riuscire a convivere pacificamente gli uni con gli altri. La riflessione è particolarmente profonda. Forse anche più diretta e cinica di quella di TrasimacoGlaucone, infatti, è convinto di come ogni uomo prediliga essere ingiusto rispetto al proprio prossimo piuttosto che onesto e rispettoso. Questo perché ognuno di noi preferisce imporre un torto piuttosto che subirlo. Da ciò deriva anche la convinzione che, eticamente parlando, l’ingiusto sia più felice di un uomo giusto e retto, in quanto al riparo da soprusi ed abusi. Chiunque, quindi, è per natura predisposto al vizio ed è soltanto per evitare guerre intestine che si è reso necessario istituire un ordinamento fondato sulle leggi.

E in ciò si potrebbe scorgere una grande prova del fatto che nessuno è giusto di propria volontà, ma solo per forza, non perché ritenga la giustizia vantaggiosa di per sé; infatti ognuno, quando ritiene di poter commettere ingiustizia, la commette.

L’argomentare di Glaucone si arricchisce anche di altre osservazioni. L’uomo giusto, ad esempio, è “difficilmente definibile”. Chi è giusto, infatti, non può “darlo ad intendere o a dimostrare” in quanto sa bene che un simile comportamento gli permetterà in seguito di ricevere doni e riconoscimenti… “conseguenze” di un agire che mal si prestano all’esser giusto per propria volontà o di propria natura. Dunque, il dubbio persiste. Si tratta di un individuo giusto perché predisposto alla Giustizia strincto sensu o perché interessato ai vantaggi che dalla suddetta possono seguire? Liberare da tali apparenze un uomo ritenuto essere “giusto” ed ascrivere al medesimo solo la Giustizia restano un qualcosa di concettualmente molto difficile.

Anche Adimanto sostiene come l’esser giusto debba venire considerato come un qualcosa che si desidera perseguire solo e soltanto sulla base dei vantaggi che dallo stesso possono poi originarsi:

I padri e i precettori dicono dunque e raccomandano ai figli che bisogna osservare la giustizia. Ma non apprezzano la giustizia come tale, bensì i riconoscimenti che ne derivano: grazie alla reputazione di giustizia intendono far proprie le magistrature dello Stato, i matrimoni illustri e tutti i vantaggi che Glaucone ha passato in rassegna poco fa e che derivano all’uomo giusto dalla sua buona fama.

Non è un caso se a questo punto Platone, per bocca proprio di Adimanto, sposti l’attenzione su Dei e Poesia, affermando come anche le divinità e gli stessi poeti siano più inclini a venerare il furbo e l’ingiusto che il retto infelice. Questa argomentazione, da una parte, permette a Platone di avviare una profonda riflessione circa l’arte. Riflessione che si svilupperà, soprattutto, nelle pagine del terzo libro. Dall’altra parte, l’intero argomentare sprona Socrate a prendere nuovamente la parola e a sostenere come per poter definire la Giustizia sia necessario teorizzare la nascita, la formazione e la crescita di uno Stato giusto. In sintesi: dalla nascita di uno Stato è possibile cogliere e definire la nascita tanto della Giustizia quanto della Ingiustizia. Il punto di vista di Socrate diviene, quindi, il presupposto per avviare le argomentazioni socio-politiche della repubblica platonica. La prima tesi avanzata concerne la necessità della divisione del lavoro all’interno di una organizzazione statale; la seconda, invece, si riferisce al dover istituire una classe di guerrieri al fine di garantire e tutelare la difesa delle risorse e dei confini.

Platone afferma come sia fondamentale che la comunità, al fine di dirsi “organizzata”, vada sviluppandosi per mezzo di una divisione del lavoro tra i suoi consociati. La prima “classe” è quella dei produttori, dato che diviene fin da subito necessario garantire la produzione dei beni di sussistenza. Quando lo Stato è a livello elementare – da un punto di vista strutturale ed organizzativo -, la produzione è rivolta ad un numero ristretto di beni. Quelli di sussistenza, per l’appunto. La crescita demografica comporta in seguito un incremento delle richieste. Secondo Platone la divisione del lavoro deve essere intesa sotto due punti di vista. Tra loro complementari. In primis, ognuno deve svolgere una specifica funzione. Una ed una soltanto. In secundis, ognuno deve svolgere il compito che gli è assegnato… ed il compito assegnato è tale perché congeniale alle caratteristiche possedute dal soggetto in questione. Si tratta di una riflessione che verrà approfondita più avanti, quando Platone comparerà la divisione sociale, che sussiste tra i cittadini, alla divisione esistente tra le tre sezioni che formano l’anima dell’uomo.

Verso la fine del secondo libro, Socrate introduce la classe dei guerrieri. Essi sono coloro che hanno il compito di difendere i confini e le risorse di uno Stato. Non devono avere altra funzione se non quella di obbedire ai comandi. Comandi che vengono elargiti dai “reggitori” – filosofi -. Comandi, dunque, che non hanno altro fine se non quello di perseguire il bene collettivo – solo i filosofi, infatti, hanno accesso alla conoscenza delle forme ideali, in quanto educati alla dialettica -. La riflessione sui guerrieri permette a Platone di avviare la propria feroce critica contro l’arte e, in special modo, contro la poesia tragica di rimando omerico. Come verrà poi ampiamente affermato nel terzo libro, i guerrieri devono essere educati alla musica e tenuti lontani dall’arroganza e dalla superbia di quei poeti che si ritagliano il diritto di manipolare la realtà a proprio piacimento. Visioni distorte su eroi e Dei, infatti, possono convincere i guerrieri a lottare per il proprio interesse e tornaconto, a scapito, dunque, del perseguimento dell’interesse pubblico.

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VERSO LE COSTITUZIONI ARISTOTELICHE.

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Una delle tematiche su cui Aristotele verte gran parte della propria attenzione in riferimento alla polis, è la divisione del lavoro – argomento su cui già lo stesso Platone si era ampiamente espresso all’interno della Repubblica -. Più che divisione del lavoro, Aristotele affronta soprattutto la questione inerente la produzione e la distribuzione delle risorse, evidenziando come queste due dinamiche finiscano con il subire deviate evoluzioni, a seguito della crescita demografica di una comunità. All’inizio, infatti, quando l’organizzazione e la struttura cittadina si trovano ad un livello elementare, la produzione e la distribuzione delle risorse riescono a raggiungere un perfetto e reciproco equilibrio. Suddetto è garantito dalla formula secondo cui vengono prodotti e messi a disposizione, solo e soltanto, i beni necessari alla salvaguardia e sopravvivenza di tutti i consociati. È la stessa necessità di soddisfare i bisogni essenziali e naturali a far sì, quindi, che l’intero impianto produttivo e commerciale diventi in grado di auto-regolarsi dinanzi ad uno specifico ed invalicabile limite. E si tratta di un limite intrinseco alla produzione e alla distribuzione stessa, dato che viene prodotto solo il necessario e solo il necessario viene distribuito per soddisfare tale necessarietà.

Problematiche profonde, di tipo strutturale e valoriale, vengono ad originarsi a seguito delle esplosioni demografiche cui, molto spesso, le comunità umane sono soggette. Da una parte, infatti, la produzione viene incrementata. E non solo per compensare l’aumento delle necessità essenziali, ma anche perché, assieme alla crescita numerica dei consociati, si assiste ad un incremento dei desideri, degli interessi e delle richieste individualistiche. Dall’altra parte, gli scambi tendono a farsi più ampi, da un punto di vista spaziale, e il denaro finisce con il divenire l’elemento chiave tanto della produzione quanto della distribuzione. Aristotele è assolutamente convinto nel ritenere la presenza del denaro un male pericolosissimo per la salvaguardia dell’equilibrio socio-economico di una città. La moneta, infatti, diviene il motivo per il quale sia l’attività produttiva che quella commerciale vengono poste in essere – la ricerca del guadagno – e non rappresenta alcun limite – dato che non esiste limite al guadagno -, motivo per cui si tende a produrre molto di più di quanto sia necessario e per il solo scopo di vendere per ottenere profitti sempre più crescenti. La critica aristotelica al denaro è talmente forte e profonda, da veicolare lo stesso filosofo a condannare la stessa retribuzione lavorativa. Per Aristotele, infatti, è assolutamente inconcepibile che le attività manuali, le quali dovrebbero essere assegnate ai servi di modo da permettere ai cittadini di partecipare al logos e alla vita politica della comunità, diventino oggetto di un contratto che preveda il versamento di un salario sulla base del numero di unità di lavoro prodotto – del resto, Aristotele crede fermamente nella società schiavista -.

La aristé politeia è la migliore forma di costituzione perseguibile dall’uomo. Da essa Aristotele deriva tre forme corrette e, successivamente, tre forme deviate – quest’ultime si originano quando il detentore o i detentori del potere esercitano il medesimo per fini privati e/o egoistici -. La tripartizione delle forme di governo verte attorno ad un principio particolarmente immediato da cogliere e comprendere. Le costituzioni, infatti, si differenziano in base al numero di persone che detengono l’autorità statale:

Monarchia → Tirannide

Aristocrazia → Oligarchia

Politeia → Democrazia

Monarchia e governo aristocratico sono costituzioni ottime ma – e qui sorge la problematica – a patto che il corpo sociale vada costituendosi di politici abili e virtuosi. In sintesi, si tratta dello stesso problema che già Platone aveva evidenziato in ambito politico; trovare, infatti, individui in possesso di una tale fisionomia etica e professionale è particolarmente difficile – ricordiamo che Platone andava sostenendo come il vero politico non avesse nemmeno bisogno di leggi scritte per governare, data la sua capacità di attingere alla conoscenza, di mediare e di professare politica. La monarchia è ottima, quando è possibile fare affidamento ad un “politico regale”, ma, in sua assenza, diviene la forma di governo più detestabile e pericolosa -. Sul versante democratico, dobbiamo, invece, sviluppare la profonda riflessione che Aristotele elabora in seno al corpo civico e alla sua stessa composizione.

Affinché una democrazia funzioni, diviene fondamentale curare – letteralmente – l’accesso al corpo civico. Innanzitutto – e questo, sulla base di quanto già sostenuto in precedenza, non dovrebbe stupire -, dallo stesso devono essere immediatamente esclusi sia i servi che i barbari – considerati sullo stesso piano dal filosofo -. Inoltre, anche tutti coloro che svolgono attività sì importanti ma non “nobili”, come i contadini, devono essere preclusi dall’accesso alla res publica. Infine, le attività che i cittadini aventi diritto andranno poi svolgendo all’interno della polis, devono venire redistribuite sulla base di una lettura prettamente anagrafica dei suddetti: ai giovani si dovranno assegnare incarichi militari, alle persone in età adulta mansioni di governo, mentre agli anziani ruoli di tipo sacerdotale.

Infine, cerchiamo di comprendere il perché la categoria dei commercianti – ceto medio – goda di profondo rispetto in Aristotele. In realtà, si tratta di ricordare quanto già sostenuto in ambito etico. Il commerciante, infatti, incarna perfettamente la “medietà”… quella stessa “medietà” che abbiamo visto essere funzionale in ambito di “desiderio razionale”. Ovvero, è un cittadino eticamente virtuoso perché il proprio desiderio viene filtrato dalla ragione e dalla intelligenza pratica, al fine di poter comprendere se il suddetto sia o meno un interesse perseguibile. Il commerciante non fa mai “il passo più lungo della gamba”. Non si abbandona a desideri irrealizzabili. Deve sempre esser sicuro che quanto va bramando sia raggiungibile. Altrimenti non agisce. Quindi, eticamente parlando – e teniamo sempre bene a mente cosa sia l’etica in Aristotele -, è un uomo che vive secondo virtù.

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RICCHEZZA E POVERTÀ.

Da quanto è stato detto risulta evidente che in una nazione libera dove non è permesso tenere schiavi, la ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di poveri laboriosi: oltre al fatto che essi costituiscono una riserva inesauribile di uomini per le flotte e gli eserciti, senza di loro non ci sarebbe nessun piacere al mondo e nessun prodotto di alcun paese avrebbe valore. Per garantire la felicità a una nazione e la tranquillità alla gente anche in circostanze sfavorevoli, è necessario che un gran numero di persone sia ignorante e povero. La conoscenza allarga e moltiplica i nostri desideri e quanto meno cose un uomo desidera, tanto più facilmente si può provvedere alle sue necessità. Perciò il benessere e la felicità di ogni stato e di ogni regno richiedono che le conoscenze di un lavoratore povero siano ristrette nei limiti del suo lavoro e non travalichino mai (almeno per quanto riguarda le cose concrete) il confine di ciò che interessa la sua occupazione. Quante più cose del mondo e di ciò che è estraneo al proprio lavoro o impiego conosce un pastore, un aratore o qualsiasi altro contadino, tanto meno sarà adatto a sopportare le fatiche e le durezze del proprio lavoro con gioia e soddisfazione.

Bernard De Mandeville, The fable of bees, or Private Vices, Publick Benefits (1714).

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