Ma non potrebbe Dio parlare per il tramite dell’anima o sollecitare un’azione per mezzo della nostra stessa mano? Non è forse hybris da parte della teologia il porre limiti all’onnipotenza di Dio, sicché la morte debba sempre sopraggiungere in modi che non inficino la sua metafora radicale? Perché il suicidio non è negazione di Dio o della religione, ma delle pretese che la teologia avanza sulla morte e sul modo giusto di entrarvi. Il suicidio dà il benservito alla teologia dimostrando che non si ha paura delle sue armi più antiche: l’aldilà e il giudizio universale.
Hillman affronta il tema della morte attraverso un’analisi (profondamente) umana e spirituale dell’atto suicidario. Già in questo risulta possibile notare un approccio epistemologico profondamente alternativo; dinanzi alle “classiche” letture di stampo medico, religioso, sociologico, giuridico et similia del suicidio in sé e per sé, la domanda che ci viene presentata è se l’atto suicidario possa mai venire concepito non più come un ripudio alla Vita ma, al contrario, come un vero e proprio “ingresso” ed abbraccio all’Esistenza. Segue da tutto ciò una consequenziale rilettura tanto del concetto di Dio quanto di quello di Anima. Una rilettura che deve, necessariamente, venire “svuotata” da tutte quante le posizioni dogmatiche e accademiche che, fino ad oggi, molto spesso, hanno finito con l’estraniare i due sopracitati concetti dalla dimensione della spiritualità strincto sensu.
Se, per davvero, potessimo “ritagliarci il diritto” di concepire l’atto suicidario come una chiara e manifesta volontà di ingresso alla Vita, in quale modo Dio e l’Anima dovrebbero venire “riletti” e “riassorbiti” entro le nostre coscienze? Quali diverrebbero allora i ruoli da assegnare alla Religione o alla Sociologia o allo stesso Diritto in seno alla individuale e libera volontà di morire?
È importante capire se è vero oppure no che l’unica persona in grado di comprendere e di esprimere con parole la propria vita e la propria morte sia il soggetto stesso.
L’opera di Hillman, oltre a fornire un punto di vista profondamente alternativo a quelli che, da intere decadi, vanno accompagnando l’analisi tanto dell’atto suicidario quanto delle motivazioni legittimanti e giustificanti il medesimo, sprona il lettore ad interrogativi profondi nei riguardi della Vita, di Dio e dell’Anima. Si tratta di un’opera in grado di testimoniare la necessarietà di svelare una luminosa indagine e ricerca spirituale in seno al suicidio strincto sensu. Un’opera che risulta essere in grado di offrire una lettura umana dell’atto suicidario, soprattutto per coloro che, loro malgrado, indirettamente, hanno vissuto sulla propria pelle eventi simili.
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