R. E. Burton, Il ricordo di sé – Le tecniche della Quarta Via (1991).La sofferenza non necessaria è il risultato di una mente pigra; è molto più facile soffrire inutilmente che ricordare se stessi.
Non c’è motivo che alcuni studenti ricevano dei veri e propri shock, poiché non saprebbero distinguere la grande sofferenza da quella piccola. Non saprebbero come separarsi da uno shock intenso. Questo perché le nostre macchine hanno la tendenza a ingigantire ed esagerare la nostra sofferenza.
Col passare dei mesi e degli anni, si realizza finalmente che la nostra più grande sofferenza è, ironicamente, quella non necessaria. Siamo soggetti a soffrire inutilmente perché è difficile ricordare se stessi. Creando agitazione e problemi immaginari, si finisce per prendere seriamente molti eventi che non giustificano in nessun modo quel livello di preoccupazione. Shakespeare scrisse: “Ride delle cicatrici chi non ha mai provato una ferita.” Se un uomo lascia andare la propria sofferenza inutile si rende conto che i suoi obiettivi sono vuoti e che egli non esiste. Bisogna riempire questo vuoto con il ricordo di sé.
La sofferenza inutile è causa di gran parte dell’infelicità. Paura e risentimento possono protrarre per ore uno o due minuti di sofferenza. Spesso quello che si frappone tra voi e il ricordo di sé è la sofferenza inutile. Dovete sviluppare l’atteggiamento di opporvi alla paura con il ricordo di sé. Il senso di allarme che comincia a diffondersi dentro di voi quando non riuscite a ricordare voi stessi è proprio materiale per ricordare voi stessi.
Il dolore vero, sopportato con dignità e silenzio, non è un’emozione negativa.
[…] Gli aspetti negativi dentro di noi producono sofferenza che, se trasformata, produce a sua volta i centri superiori. Il modo migliore di lavorare con la sofferenza è quello di accettarla, non cercare di scrollarsela di dosso, ma lasciarle fare il suo corso. Forse uno degli aspetti più dolorosi della sofferenza è il desiderare che finisca, dal momento che accettandola, ci si eleva al di sopra di essa. La vita è piena di momenti spiacevoli che bisogna imparare a sopportare, con o senza il sistema. Ci vuole molto tempo per imparare a non fuggire di fronte alla sofferenza, per accettare quello che viene dalle forze superiori. Ovviamente, raddoppiare la propria sofferenza cercando di sfuggirla, è pura follia.
[…] Identificarsi è meccanico; separarsi è divino. Evitare l’autocommiserazione è per noi un modo grandioso di ricordare noi stessi.
[…] L’unica maniera di trasformare la sofferenza è accettarla. Accettandola, si riesce a sfuggirle. Evitare la sofferenza equivale a soffrire: è un grande segreto.
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