Il concetto di peccato, ad esempio, viene inevitabilmente associato al peccato originale, alla colpa e alla punizione, che non hanno posto nella maggior parte degli insegnamenti orientali. Il Buddhismo, in particolare, ricerca la causa di fondo e del peccato e della sofferenza e scopre che questa consiste nel credere in un “sé”, o ego, come centro dell’esistenza. Questa credenza non è causata dal male innato dell’esistenza. Poiché sperimentiamo la totalità della vita da questo punto di vista falsamente centralizzato non possiamo conoscere il mondo come realmente è. Questo si intende affermare quando si dice che il mondo è irreale. Il rimedio consiste nel vedere al di là dell’illusione, nel raggiungere una conoscenza profonda della vacuità, assenza di ciò che è falso. Inseparabile dalla vacuità è la luminosità, presenza di ciò che è reale, il terreno di base sul quale il corso della vita si sviluppa.
C. Trungpa, F. Fremantle, Il libro tibetano dei morti – La grande liberazione nell’udire nel bardo (1975).
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