LA LEGGENDA DEL DEMONE ALAVAKA.

Il gigantesco demone Alavaka viveva nei pressi della città di Alavi. La sua dimora era un gigantesco albero di banyanAlavaka era un antico demone, dotato di grande potere e dal carattere feroce e presuntuoso. Era temuto soprattutto per la sua arma. Un’arma tanto antica quanto divina. Si trattava di una veste dal bianco colore in grado di arrecare danno e sofferenza ovunque essa andasse poggiandosi. Se Alavaka l’avesse fatta sventolare in aria, alcuna goccia di pioggia avrebbe più benedetto la terra per almeno dodici anni. Se Alavaka l’avesse lasciata cadere al suolo, tutte le piante sarebbero morte ed alcuna forma di vita sarebbe comparsa per molto tempo. Se Alavaka l’avesse gettata in mare, lo stesso si sarebbe subito prosciugato. Se Alavaka l’avesse lanciata contro una montagna, quest’ultima si sarebbe subito erosa e spezzata in due.

Il demone, nel corso della sua esistenza, mai aveva portato rispetto ad alcuno. Neanche agli asceti. Nemmeno ai propri genitori. Tanto era  vivo tra la gente il timore della sua ferocia e della sua collera, che il re Vessavana concesse al demone il diritto di uccidere e mangiare chiunque avesse finito con il farsi coprire a mezzogiorno dall’ombra del grande albero di banyan. Accadde però che, un giorno, lo stesso re, di ritorno da una battuta di caccia, si mise a riposare proprio sotto la dimora del demone. Alavaka decise di risparmiare la vita al sovrano solo in cambio di un patto: per ogni dì al di là da venire, alla creatura demoniaca dovevano essere consegnati, come pietanza, un essere vivente ed una pentola di riso. Ritornato a palazzo, Vessavana incaricò le proprie guardie di far sì che tutti i giorni venisse consegnato ad Alavaka, assieme a del riso, uno tra i tanti demoni tenuti prigionieri nelle segrete del castello, così che il patto potesse dirsi rispettato. Quando non vi furono più prigionieri da consegnare, il re ordinò che gioielli e tesori venissero depositati, in bella vista, lungo la strada. Colui che li avrebbe raccolti, sarebbe stato arrestato e consegnato al demone assieme sempre ad una pentola di riso. Ben presto, però, nessuno osò più raccogliere quelle ricchezze.

A questo punto il re ordinò che i propri sudditi rinunciassero ai loro stessi figli. Uno alla volta, sarebbero stati consegnati al demone per placare la sua ira e per far sì che il patto, stretto tempo addietro, non venisse infranto. Quando nel regno non restarono più bambini, Vessavana si vide costretto a consegnare il suo stesso figlio. Ma prima che il principe finisse nelle mani di Alavaka, fece la propria comparsa il Buddha.

Quella sera stessa, infatti, il Buddha si recò da solo nella dimora del demone per ammonirlo della propria ferocia. Alavaka stava tenendo parte ad un incontro con altri demoni. Fu il guardiano Gadrabha ad avvisare Alavaka della visita del Buddha. Fu allora che tra i due prese vita il seguente dialogo:

Alavaka: “Oh, Siddhārtha Gautama, quale è il miglior tesoro di questo mondo? Quale è la pratica che porta la vera felicità? Quale è il gusto più delizioso e quale tipo di sostentamento è il più nobile?”

Buddha: In questo mondo, Alavaka, avere fiducia nelle Tre Gemme è il miglior tesoro. Solo la pratica delle Dieci Azioni meritorie può portare la vera felicità. Dire la verità è il gusto più delizioso. E la conoscenza che porta benefici nel presente è il nutrimento più nobile.”

Ascoltando le risposte pacate e gentili del Buddha, l’anima di Alavaka poté, infine, placarsi e raggiungere l’Illuminazione. La mattina seguente, il demone provò vergogna nel vedergli consegnato, dinanzi al Buddha, il figlio del re. Per allievare il suo imbarazzo, Alavaka consegnò il principe nelle mani del suo ospite. Il giovane divenne così allievo del Buddha. Prese il nome di Hatthalavaka e dedicò la propria esistenza alla pratica del sangaha dhamma.

Questo fu il modo mediante il quale il Buddha riuscì a domare e sottomettere il feroce demone Alavaka. Il popolo di Alavi e tutte le vittime della bestia furono così liberate dal circolo delle rinascite.

Note:

  • sangaha dhamma vuol dire “aiuto che rivolgo al prossimo”. Questo “aiutare” avviene per mezzo di quattro nobili virtù: il donare all’altro (dona), l’usare un linguaggio piacevole e delicato (piyavasa), l’essere benevoli e misericordiosi (attacariya) e l’essere equi ed imparziali (samanahattata);
  • le “Tre Gemme del Buddismo” sono: buddhadharmasangha. Esse rappresentano rispettivamente “colui che è illuminato”, l’insegnamento e la comunità;

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.