IL PARADOSSO MORALE IN MANDEVILLE.

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Riprendiamo adesso, per un momento, la distinzione tra piccola e grande società che abbiamo visto all’inizio dell’intera trattazione e cerchiamo di analizzarla più analiticamente dal punto di vista dell’agire morale. In una società piccola, l’agire virtuoso dei cittadini implica il bene pubblico ed è in esso stesso implicito. Secondo Mandeville, l’agire morale, all’interno di una società piccola e frugale, non si palesa essere conforme a criteri (per l’appunto) rigorosi più di quanto non lo sia in una grande società: la differenza è che in contesti piccoli il compiere azioni per l’interesse collettivo ed il controllo delle passioni private sono socialmente utili. Tutto qui. In una grande società, invece, l’interesse pubblico – come l’arricchimento della Nazione, ad esempio – è “indifferente” rispetto agli individui, dato che si afferma a seguito della combinazione delle loro azioni. Tutto questo genera un ulteriore dualismo.

Per comprendere se un’azione sia benefica o meno, è necessario coglierne le conseguenze. Mentre per decretare se un’azione sia moralmente virtuosa o meno, è necessario focalizzare la propria attenzione sui motivi legittimanti e giustificanti la stessa. Significa che, all’interno di società ampie e sviluppate, i criteri di valutazione morale divergono e si distinguono dai criteri di valutazione sociale. I criteri di valutazione morale si  concentrano sul giudizio espresso nei riguardi degli intenti; i criteri di valutazione sociale, invece, prendono in esame le conseguenze dell’agire medesimo. Nel momento stesso in cui comprendiamo come i suddetti criteri siano separati, possiamo cogliere il paradosso di Mandeville.

Essendo distinti, in primis, nessuna azione può ritenersi virtuosa per il solo fatto di promuovere il bene pubblico – i criteri, infatti, come appena detto, sono separati e non convergenti – e, in secundis, le azioni, che promuovono l’interesse collettivo, violano le regole della morale – il che significa che il bene della società si fonda, inevitabilmente, sui vizi dei singoli cittadini –. Ma occorre nuovamente prestare attenzione.

Il bene pubblico dipende dai vizi privati ma non nel senso che ogni azione umana debba essere intesa alla stregua di un vizio, ovvero come del tutto aliena da una scelta razionale tendente al bene. Come abbiamo già visto, secondo Mandeville, tendere razionalmente al bene è impossibile dato che si tratta di una falsa credenza, legittimata dall’egoismo naturale. Ma ciò non significa che non sussista distinzione alcuna tra virtù e vizio. Il fatto è che i motivi, che spingono l’uomo a compiere determinate azioni sulla base di suddetta distinzione, sono in realtà diversi da quelli che lo stesso crede che siano – proprio a causa della più volte citata “falsa credenza” -. In una grande società, la virtù non conduce al bene generale ma non perché ogni azione umana sia un vizio, bensì perché i comportamenti, che da tale agire virtuoso seguono, violano le regole della virtù stessa. L’implicazione allora è alquanto immediata.

La società non è il risultato di una scelta (razionale). Non segue da un’intenzione umana. E non deve e/o più giustificarsi in riferimento a principi morali. La cooperazione non è né impossibile né non vantaggiosa (apriori); ma è importante comprendere come essa si stabilisca tra individui che sono sì spronati alla socialità ma non veicolati da regole e/o scelte razionali.

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