LA GIUSTIZIA COSMICA IN ERACLITO.

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Eraclito parla dell’esistenza di due forme di giustizia:

  • abbiamo, innanzitutto, una giustizia “naturale”, cosmica, universale, ecc. Essa “vale per tutti e regola tutto”;
  • segue poi una “giustizia” umana. Gli uomini, in quanto dotati di intelletto, possono essere portati a comprendere il “logos universale” e, quindi, a discernere con correttezza la realtà e, di conseguenza, ad adattarvicisi.

Come avevo già avuto modo di anticipare nel precedente articolo, le riflessioni di Eraclito radicalizzano ancora di più la trattazione circa il tema della Giustizia.

In primo luogo, la prima tesi non implica di per sé che la seconda – proprio per quanto la stessa va affermando – sia ad essa concatenata. In sintesi: se esiste una legge cosmica “che vale per tutti e che tutto regola”, non è però detto che gli uomini – a differenza degli animali, ad esempio – siano obbligati – da chissà quale forza – a rispettarla. Riducendo ancora di più l’intero disquisire: mediante l’intelletto l’uomo può riuscire a comprendere l’essenza del sopracitato “logos universale”… ma questo non significa che poi ne rispetterà i precetti. In poche parole, l’incompatibilità tra le due tesi è dovuta al fatto che, mentre la prima è prescrittiva, la seconda è, invece, descrittiva. In pratica, si tratta della difficoltà a rendere compatibili l’essere con il dover essere – ovvero il riuscire a trovare un equilibrio tra legge naturale e legge umana –. Un tema dannatamente moderno.

In secondo luogo, se esiste suddetta legge universale “che vale per tutti e che tutto regola”, essa, di per sé, altro non può essere che necessaria. Ma se è necessaria, allora ogni sua singola manifestazione sarà “necessariamente giusta”. Che senso potrebbe mai avere allora il riflettere attorno al tema di “giusto”, “sbagliato”, “ingiusto” et similia? Tutto ciò che avviene è giusto per la semplice ragione che deve essere necessariamente giusto in quanto accaduto – ovvero in quanto manifestazione della legge cosmica –.

La distanza tra EraclitoSolone – ed Esiodo – è tutta qui. Il problema non è quello di riuscire a trovare argomentazioni che possano garantire di affermare che la giustizia esiste e che l’ingiustizia sarà, sempre e comunque, sanzionata. Per Eraclito, al contrario, tutto è giusto. Indipendentemente dal giudizio degli uomini. Il parlare di ingiustizia è, di per sé, assolutamente inutile e privo di senso ed interesse alcuno.

Il problema, ad ogni modo, rimane.

Quale senso attribuire allora alla politica? Come gestire i comportamenti umani? Se il giudizio dell’uomo non conta – filosoficamente parlando -, possiamo affermare che la realtà può palesarsi a noi (anche) in modo differente da come l’avremmo creduta e/o attesa… ma, ad ogni modo, anche se la comprendiamo come diretta manifestazione della legge cosmica, come risolvere i conflitti che possono sorgere, in ogni momento, al suo interno?

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DAI FISICI IONICI ALLA SCUOLA PITAGORICA: UN BREVE EXCURSUS.

Svolgiamo adesso un breve excursus in riferimento alla filosofia classica antica (dal VII sec. a.C. in poi). Ma, prima di tutto, occorre porre in essere una doverosa premessa.

Il problema principale risiede nella difficoltà dell’individuazione e dell’attendibilità delle fonti. Il perché di tutto ciò è particolarmente semplice: molti di questi filosofi o non hanno scritto niente (vedi Socrate) o le loro opere sono giunte sino ai nostri giorni in modo discontinuo e frammentato. Dunque? È inevitabile affidarsi a fonti indirette. Le stesse possono presentarsi come “dossografiche” – altro non sono che vaste raccolte di opinioni e credenze perdurate nel tempo; dòxa vuol dire proprio “credenza” in greco – oppure consistono in quanto (ri)proposto, in seno a determinate argomentazioni, da pensatori successivi – lo stesso Aristotele, ad esempio, pone la propria attenzione su spunti e riflessioni appartenute a filosofi precedenti, quando si accinge ad argomentare determinate questioni -. In quest’ultimo caso, ad ogni modo, la riproposizione di argomentazioni precedenti resta pur sempre strumentale all’interesse epistemologico del filosofo di turno, il quale, per l’appunto, “sfrutta” quanto sostenuto in precedenza per poi sviluppare il proprio punto di vista; motivo più che valido per continuare a considerare queste fonti come assolutamente indirette.

  • Talete: fondatore della Scuola Ionica e “primo filosofo” a filosofare circa la necessarietà di individuare il “principio primo delle cose”. L’iter epistemologico di Talete verte sul punto fermo niente si origina e niente si distrugge, evidenziando, in tal modo, l’importanza dell’esistenza nella realtà di un definito “equilibrio” – dinamica concettuale che investirà buonissima parte dei pensatori successivi -. Il principio di tutte le cose è l’acqua. Ciò che consente a Talete di giungere ad una tale affermazione altro non è che l’esperienza empirica: l’acqua, infatti, è la sostanza nutritiva di ogni essere vivente;
  • Anassimene: anch’egli individua in un qualcosa di unico e definito il principio primo di ogni cosa. Si tratta dell’aria, la quale, grazie alla capacità di condensazione e refrigerazione, permette la formazione di tutti gli altri stati naturali – dalla formazione delle nubi al nascere del fuoco -. Le particolarità sensibili, quindi, si originano per mezzo delle caratteristiche dell’aria, evidenziando in tal modo come sia un qualcosa di “qualitativo” a determinare l’essenza stessa della realtà. Anche in questo caso l’esperienza empirica svolge un ruolo fondamentale nell’argomentazione di Anassimene, dato che l’aria viene vista come quanto di più essenziale esista per la vita di tutte le creature – essa è ciò che permette la respirazione, dopotutto -;
  • Anassimandro: con Anassimandro abbiamo un primo punto di rottura. Il principio primo viene individuato in un qualcosa di “illimitato” – àpeiron – che si trova in uno stato di infinito movimento, tale che dallo stesso vengono a separarsi e ad originarsi i quattro contrari (caldo, secco, umido freddo). Ogni particolarità è finita e limitata, oltre che destinata alla “dissoluzione” – ovvero a venire riassorbita dal perpetuo movimento stesso -. L’àpeiron di Anassimandro avvolge l’intero Universo: esso possiede una forma sferica, con al centro la Terra – a cui viene assegnata una “insolita” struttura cilindrica -;
  • Eraclito: qui la riflessione circa l’individuazione e comprensione di un vero e proprio “logos cosmico”, in grado di porre in equilibrio l’intero Universo, inizia ad assumere una rilevanza senza pari. Così come la considerazione rivolta nei riguardi dello stesso filosofare: la filosofia, infatti, viene vista da Eraclito come l’unica disciplina in grado di permettere all’individuo la comprensione di sé medesimo e, di conseguenza, l’agnizione di un assoluto che, alieno dai vari particolarismi, determina il tutto, ponendolo sotto un equilibrio divino e perfetto. Sia Eraclito che Cràtilo volgono poi la propria attenzione sul principio filosofico denominato pánta rheî, ovvero il concetto stando al quale “tutto scorre e tutto diviene”. Il cosiddetto “eterno divenire” rappresenta quel definito movimento eterno, tramite il quale i contrari vengono ad originarsi, a porsi in contrasto gli uni con gli altri e, nuovamente, ad originarsi. Si tratta, ad ogni modo, di un qualcosa permeato, intrinsecamente, da un armonioso equilibrio, in quanto dal fuoco tutto si origina e al fuoco tutto fa ritorno – motivo per il quale lo stesso Aristotele finirà poi con il considerare Eraclito alla stregua degli altri fisici ionici, data la individuazione di un definito principio primo di tutte le cose (il fuoco, per l’appunto) -. Il fuoco, quindi, allegoricamente incarna il monismo eracliteo. L’idea dell’uno che è tutto. Il suddetto logos, per l’appunto. Una frase che viene attribuita ad Eraclito è la seguente: phýsis krýptesthai philèi, ovvero “la Natura ama nascondersi”. Da un punto di vista prettamente epistemologico, questa frase può promuovere due distinte modalità di “accesso” allo studio delle particolarità sensibili. Dato che la Natura ama nascondersi, lo studioso può essere spronato a porsi nei suoi stessi confronti in modo diretto ed invasivo, qualora intenda, per davvero, carpirne ogni segreto. Altrimenti, l’invito del filosofo è proprio l’esatto opposto: affinché essa non si chiuda ulteriormente in sé stessa, può essere consigliabile mantenere una certa distanza, per poi introdurvisi con pacatezza e rispetto. Una riflessione ulteriore può essere svolta anche nei riguardi del verbo greco krýptesthai. Lo stesso, infatti, assume anche il significato di “far morire”, “far scomparire” et similia. Può darsi che Eraclito, anticipando alcune posizioni epicuree, abbia desiderato evidenziare la ineluttabilità della morte, in quanto componente intrinseca ed indissolubile della Natura… un motivo più che valido per non temerla e/o disprezzarla;
  • Pitagora: nei riguardi della scuola pitagorica possiamo fare menzione di alcuni interessanti aspetti strutturali. Ad esempio, la dieta vegetariana, imposta agli adepti a causa dell’idea condivisa circa la metempsicosi (o “trasmigrazione dell’anima”). Oppure, il vincolo del silenzio, a cui tutti quanti gli iscritti erano tenuti, di modo da non diffondere, al di fuori delle mura della scuola, le argomentazioni trattate durante le lezioni – un imperativo che porta a considerare la suddetta scuola alla stregua di una vera e propria setta (riservata a pochi) -. Oppure ancora, la suddivisione interna della medesima, al cui interno al vertice più alto – occupato dai “matematici” – fanno eco i semplici ascoltatori – chiamati “acusmatici” -. L’equilibrio cosmico, secondo Pitagora, si fonda sull’armonioso bilanciamento dei numeri della matematica. In particolar modo dei primi quattro numeri (1, 2, 3 e 4). Gli stessi in cui si organizzano gli accordi musicali (4/3, 3/2 e 2/1). Si tratta, quindi, di un equilibrio musicale, nel quale l’essenza algebrica fa sì che lo stesso sia “limitato all’uno” – in quanto l’uno è, di per sé, il limite al numero successivo – e “soggetto al molteplice” – dato che l’uno permette al numero di aumentare all’infinito -. Inoltre, i primi quattro numeri sono perfetti in quanto, in geometria, permettono il passaggio dal punto (1) alla linea (2), poi dalla linea alla superficie (3) e, infine, dalla superficie  al solido (4). Essi formano anche la decade – 1+2+3+4=10 – e non è un caso se l’Universo pitagorico vada formandosi di dieci astri.

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