LA COMPRENSIONE ITALICA.

#romanhailon

Vi è una frase di Allen che mi ha sempre particolarmente colpito. Più che una frase si tratta di una vera e propria constatazione storica. Tanto storica quanto profondamente culturale. Una riflessione secondo la quale i tedeschi non furono trascinati, durante gli anni Trenta del Novecento, all’antisemitismo perché semplicemente nazisti per loro stessa natura, quanto piuttosto perché condotti, in prima battuta, al nazismo vero e proprio. Da lì, quindi, l’adesione (anche) alle ideologie razziali ed antisemite finì con il palesarsi quasi consequenziale; divennero, quindi, antisemiti perché nazisti e non nazisti perché antisemiti.

Leggo in giro, bazzicando per la Rete, argomentazioni – o presunte tali – del tipo “quanto compiuto da Luca Traini a Macerata è comprensibile ma ingiustificabile”. Argomentazioni che finiscono poi con il dare vita a riflessioni condite da un apparente quanto mistificante politically correct. Perché, del resto, continua a restare una caratteristica imprescindibile di molti individui la straordinaria capacità di lanciare prima il sasso e di nascondere immediatamente dopo la mano. Beh… non è comprensibile. Non è assolutamente comprensibile. Né, tanto meno, umanamente comprensibile.

Non stiamo parlando di un cittadino illuminato che, nel pieno rispetto di una pura e meritevole concezione della responsabilità civica, decide di ergersi al di sopra delle leggi per apportare un vantaggio alla propria comunità. Parliamo di un nazista. Tutto qua. Parliamo di un soggetto che passa il tempo a fare il saluto romano. Di una persona che ama inquinare le proprie sinapsi, riempiendole di corbellerie degne del più tetro e triste panorama medievale mai esistito. E non m’interessa sapere se fosse o meno cambiato nel giro di questi ultimi anni a causa di questo o di quello.. nel 2018 l’ignoranza non è più solo una colpa ma, bensì, anche una libera scelta di vita. O si inizia a tirare una riga imponendo, anche con la forza, un innalzamento intellettuale del corpo sociale o tanto vale tornare al tanto decantato ventennio.

Luca Traini non è un cittadino. E, nonostante possa apparire una sentenza forte – tale da farmi meritare l’etichettatura di radical chic… anch’essa (stranamente) particolarmente in voga (guarda caso!) proprio all’interno della Rete -, resta una considerazione assolutamente apodittica. Chi inneggia al ventennio fascista, esattamente come chi inneggia a qualsivoglia forma di potere dittatoriale, non può considerarsi un cittadino. Di conseguenza, le azioni che un tale individuo potrà mai porre in essere, risulteranno sempre palesarsi come l’effetto viziato e deprecabile di una forma abissale di deviazione culturale, le cui radici sono molto più profonde rispetto a quelle che giustificano quanto poi compiuto. È dannatamente grave permettere ad una persona deviata di impugnare una pistola e di sentirsi in diritto di compiere una strage. Ma è un vero e proprio suicidio nazionale il permettere ad un apologeta del razzismo di esistere come entità sociale formata e definita. Sono cancri che devono essere estirpati con la forza. Naturale che servirebbe una buona politica… elemento culturale e tecnocratico che in Italia manca da decenni.

Non è comprensibile quanto compiuto, perché non può essere degno di comprensione l’esistenza stessa di un uomo che crede nel fascismo. Non è comprensibile quanto compiuto, perché la stessa agnizione, da parte del simpatico balilla, del fenomeno dell’immigrazione – la that clause alla base della credenza per quanto commesso – è viziata: non è colta in termini umani, ma filtrata, manipolata ed adeguata alla necessità della rispondenza a precise pratiche ideologiche. Esattamente come gli ebrei apparivano essere il freno alla crescita economica della Germania, i niggers sono il problema dell’arretratezza italiana. Si tratta solo e soltanto dell’ennesima pratica politica tramite la quale l’odio ed il disagio sociale vengono incanalati verso precise capri espiatori, liberando così le istituzioni da qualsivoglia forma di responsabilità.

Non riesco nemmeno a comprendere come alcune riflessioni possano venire argomentate, svolgendo delle comparazioni tra quanto accaduto alla povera Pamela Mastropietro e quanto commesso dal gagliardo figlio della lupa. Perché? Perché ragionare per comparazioni? A quale scopo? Forse al fine di giustificare o di trovare un nesso logico tra questi due reati penali? Reati penali che restano assolutamente distinti. E ripeto, distinti. Perché l’attacco terroristico di Luca Traini trae forza e legittimazione solo dalle pratiche naziste. Solo e soltanto da quelle. Oppure devo essere costretto a credere che non si conoscano, per davvero, i dati oggettivi inerenti al numero di casi di femminicidio provocati da uomini dalla pelle bianca e dalla italica nazionalità? Devo davvero credere che il gesto folle del fascistello di Macerata sia stato dettato dal desiderio di giustizia per la povera Pamela – che, fra le altre cose, in quanto tossicodipendente forse anche profondamente aliena a realtà come Casa Pound e magari (ripeto, magari) più prossima a strutture quali i centri sociali -? O magari spronato da una umana e razionale consapevolezza per quanto grave e disagevole, anche da un punto di vista sociale, si presenti oggi il problema dell’immigrazione all’interno del nostro Paese? Oppure ha sparato a persone di colore perché semplicemente le sue vittime erano persone di colore e, in quanto persone di colore, altro non apparivano ai suoi occhi come lo stereotipo del male, portato nel Bel Paese, dai flussi migratori?!? Non mi pare che in tutti gli altri casi di femminicidio si sia assistito alla pomposa dichiarazione di pseudo politicanti, mostratosi poi lieti e fieri di aver telefonato ai cari della vittima per portar loro il proprio conforto morale. Che la politica si prenda le proprie responsabilità e la finisca di veicolare l’attenzione e la frustrazione della cittadinanza verso tematiche dal sì evidente impatto sociale ma anche dal mediatico interesse elettorale – a tal proposito, a breve torneranno in voga anche i terremotati -.

Sarebbe stupido affermare che l’immigrazione non sia un problema. Sarebbe da stolti non sostenere come questa altro non sia che un flusso umano voluto, pilotato e del tutto necessario al conseguimento di precise politiche nazionali e sovranazionali – dal finanziamento ai caporalati all’abbassamento della mano d’opera e via discorrendo -. Sarebbe da imbecilli il far finta di non vedere, diffuso tra il corpo sociale, quella forte sensazione di intolleranza rivolta nei confronti della classe politica, a causa di come il sopracitato fenomeno viene dalla stessa gestito ed affrontato. Dalle ruspe – mai viste in alcuna regione leghista – di Salvini alle esternazioni opportunistiche della “Presidenta” Boldrini, passando poi per le affermazioni di altre nobili avanguardie culturali – vedi SavianoMeloni e compagnia cantante -.

A Marzo saremo nuovamente chiamati alle urne e sono certo che ancora una volta avremo il Governo che, in quanto popolo, ci meritiamo di ricevere.

#romanhailoff

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WILLIAM S. ALLEN – COME SI DIVENTA NAZISTI.

Una delle funzioni della costante attività dei nazisti era di dimostrare ai thalburghesi che essi credevano realmente nelle idee che predicavano.

Il titolo originale dell’opera di William Sheridan Allen (1932-2013) è The Nazi Seizure of Power. The experience of a single german town 1922-145 e risale al 1965. Ma l’edizione definitiva, rivista e corretta, è datata 1984. L’opera è un resoconto dettagliato ed analitico delle vicissitudini storiche avvenute, tra gli anni venti e trenta, in Germania; nello specifico nella cittadina di Thalburg – città puramente inventata dall’autore e da identificarsi, invece, con quella attuale di Nordheim -. Tutta l’opera è una raccolta veritiera di accurate testimonianze circa il progredire del nazionalsocialismo a scapito dell’allora Repubblica di Weimar. Assumendo le sembianze di un vero e proprio diario storico e storiografico, profondamente accurato e minuzioso, in questo testo vengono riportate tutte le esperienze e le circostanze che hanno caratterizzato la vita socio-politica della cittadinanza e dei partiti tedeschi, in special modo, fino alla salita al cancellierato da parte di Hitler (1933).

Il testo di Allen, oltre che essere un perfetto resoconto di assoluta completezza, affronta anche temi di natura sociologica particolarmente delicati e rilevanti, per meglio comprendere come una qualsiasi organizzazione sociale possa, nel giro di qualche decennio, assumere una nuova fisionomia politica e/o rigettare quella precedentemente condivisa in toto dalla maggioranza della collettività. Si tratta di un’opera profondamente illuminante sul piano dell’analisi della realtà sociale lato sensu proprio perché ci permette di cogliere le dinamiche politiche tramite le quali un nuovo bagaglio valoriale di riferimento – in questo caso la filosofia nazista – possa sostituirsi de facto a quello vigente, mutando, di conseguenza, sia i parametri guida (morali ed etici) della realtà di tutti i giorni di ogni singolo cittadino sia le attitudini pragmatiche tramite le quali il singolo individuo si pone nei confronti della res publica e delle questioni d’interesse collettivo.

I thalburghesi furono trascinati all’antisemitismo perché erano stati trascinati al nazismo; non viceversa.

Non solo Allen focalizza la propria attenzione sulla spettacolarizzazione della politica nazista, sulle marce, sulle feste, sulla “dinamicità” e sul “vigore” fisico dei membri costituenti il partito e la HJ – l’acronimo sta ad indicare l’allora Hitler Jugend, ovvero la Gioventù hitleriana -. Anzi. Allen evidenzia, soprattutto, come i parametri fondanti la socializzazione e la formazione della realtà oggettiva siano stati completamente rivisti e plasmati dal partito nazionalsocialista durante quegli anni. Il tutto, in special modo, attraverso l’attuazione e la messa in essere di tre dinamiche politiche: l’immobilità sociale – cioè il divieto, da una parte, di aggregarsi pubblicamente e l’obbligo, dall’altra parte, di farlo in concomitanza con le cerimonie naziste -, la “impermeabilità comunicativa” tra gli strati costituenti la realtà lavorativa – pratica questa già ampiamente sperimentata dal corporativismo fascista – e la contestualizzazione ex novo dell’impianto valoriale in seno ai processi di socializzazione. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che l’opera in questione fornisce a tutti noi una chiave di lettura e d’interpretazione storica assolutamente rivoluzionaria; anche perché profondamente attuale per i nostri tempi.

Il processo di socializzazione, rivolto al riconoscimento dei valori del nazionalsocialismo, trova la propria forza di legittimazione, secondo Allen, sia sul piano della socializzazione primaria – nelle vesti cioè dell’educazione “nuova” impartita ai ragazzi ed ai membri della HJ – sia sulla sostituzione, operata da essa stessa, ai danni delle socializzazioni già precedentemente poste in essere – si tratta cioè di negare e rigettare i valori assimilati in precedenza, che vengono ora mistificati per far spazio ai precetti della dottrina nazista -. Ma non è solo sul versante della “produzione del proselitismo” che dobbiamo focalizzare la nostra attenzione. All’interno della sua opera, Allen ci fornisce molte documentazioni relative ai dubbi, alle rimostranze ed alle resistenze rivolte nei riguardi della pratica nazista da parte di una grande, grandissima fetta della cittadinanza. E questo ostruzionismo rappresenta, in realtà, una dinamica sociologica di estrema importanza. Sta a testimoniare che tutto ciò che viene impartito in seno ai processi di socializzazione, per essere “puro”, “veritiero” e legittimamente giustificato, non può fondarsi né sull’imposizione coercitiva né su di un’educazione impartita in modo deviato e fazioso; proprio perché si tratta, nella maggior parte dei casi, di socializzazioni secondarie è doveroso che si vengano a creare, al contrario, dei genuini rapporti di affettività tra il valore in sé – oggetto del processo di socializzazione – ed il referente umano – l’agente socializzatore medesimo -. La non accettazione e la non comprensione del nazionalsocialismo, da parte di una grande percentuale della cittadinanza tedesca, si sono originate proprio sulla base di questa asimmetria sociale.

Invito chiunque a leggere quest’opera. Anche perché, come ho già precedentemente sostenuto, si tratta di un caso storico di assoluta – e, forse, preoccupante – attualità. Le derive politiche – in termini, propriamente, di valori ed ideali -, le difficoltà economiche e le fratture sociali, che possono colpire qualsivoglia nazione, a volte, originano dei mostri particolarmente temibili per l’intera umanità. E la cosa preoccupante è constatare come sia, molto spesso,  la stessa cittadinanza – ignara ed incapace d’interpretare, nel breve-medio periodo, l’evoluzione di uno specifico panorama politico – a legittimare tutto questo.

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