EDMUND BURKE: BELLO O SUBLIME?

Burke resta forse il miglior interprete per quanto concerne la definizione e spiegazione del “sublime” in ambito artistico. Stando al pensiero del filosofo di origine irlandese, con il termine “sublime” è da intendersi una particolare forma di diletto (delight), profondamente diversa e distinta dal mero piacere (pleasure). Il sublime, infatti, è contemplazione di un qualcosa che riesce, nello stesso tempo, a suscitare sentimenti di appagamento e di angoscia. Di per sé, è proprio la natura dell’oggetto percepito a provocare nel percipiente sensazioni di paura e smarrimento mentre, invece, è il fatto di stare osservando il fenomeno al sicuro e al riparo a suscitare piacere e sicurezza. Ammirare una tempesta significa lasciarsi ammaliare dalla potenza distruttrice della Natura. Una sensazione di smarrimento, di impotenza e tale da suscitare l’istinto di autoconservazione in ciascun individuo. Ma tutti questi sentimenti vengono, ad ogni modo, controbilanciati dal fatto di osservare la suddetta al riparo da pericoli – una consapevolezza psicologica che permette all’individuo di non divenire preda del terrore più assoluto -.

Burke, infatti, afferma come il coinvolgimento emotivo, originatosi a seguito della contemplazione di una particolarità “sublime”, si manifesti nella sensazione di “isolamento” dall’alter ego. A differenza, quindi, del “bello” che, stando sempre al pensiero del filosofo, sviluppa amore e socievolezza – torna il tema dell’identicità tra il “bello sentimentale” ed il “bello morale” tipico di Shaftesbury -, il sublime spinge il percipiente a perdersi, a smarrirsi, a divenire schiavo del suo stesso stupore, obbligandolo a comprendere la fugacità della propria vita. Tutti aspetti che, come è ben facile intuire, finiranno poi con il divenire il fondamento concettuale della corrente letteraria del Romanticismo.

Il tema dello “stupore” è, in effetti, particolarmente profondo all’interno delle argomentazioni di Burke. L’osservazione e la contemplazione di un qualcosa che si palesa essere sublime agli occhi di un individuo, fa sì che quest’ultimo diventi talmente schiavo del suo stesso stupore da non essere più in grado di volgere altrove la propria attenzione e concentrazione. Ma, in termini concreti, cosa è identificabile con la categoria “sublime”?

Secondo Burke una particolarità bella ed una particolarità sublime si differenziano non soltanto sulla base delle sensazioni e del tipo di coinvolgimento emotivo che sono in grado di ascrivere al percipiente. Anzi. Il fatto è che la sensazione esperita dipende (anche) da come la oggettualità stessa si presenta agli occhi dell’osservatore. Un oggetto sublime, infatti, è un qualcosa che mostra irregolarità e non ordine nel proprio modo di apparire e di manifestarsi esteticamente. È irregolare e non ordinato. È ruvido e non liscio. È scuro e non chiaro. Et similia. Una montagna. Una tempesta. Il buio della notte. Sono tutte oggettualità più che capaci di coinvolgere colui che le osserva in un turbine dilettevole di angoscianti sensazioni.

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