COSCIENZA ED ESPERIENZA PURA.


L’empirismo (“radicale”) di William James (1842-1910) ha come suoi capisaldi concettuali la (ri)definizione sia del termine “coscienza” che del termine “esperienza”.

La coscienza per James non designa un’entità. Quanto, piuttosto, una funzione strincto sensu – e questo già sottolinea, molto chiaramente, il carattere pragmatico di tutta la filosofia jamesiana -. Se “coscienza” significa “funzione”, allora i pensieri – ovvero le cogitationes – non sono fatti di alcuna sostanza e/o qualità distinta da quella di cui sono costituiti gli oggetti materiali (e sensibili). I pensieri svolgono una funzione nell’esperienza; essi stessi vengono “invocati” proprio per permettere loro di assolvere a siffatta funzione: il “conoscere”. Riassumendo il tutto, quindi: la coscienza esiste ed è necessaria al fine di permetterci di comprendere il Mondo sensibile.

La prima difesa alzata dallo psicologo (e filosofo) statunitense è rivolta contro le teorizzazioni neokantiane. Secondo tali filosofi, il vero senso e scopo del conoscere altro non è che individuare e comprendere le relazioni esistenti tra le “porzioni di esperienza pura” percepite dagli individui. Dove la “esperienza pura” è la sostanza primigenia, assoluta e di cui ogni sostanza si compone. Le relazioni, che legano le porzioni di tale esperienza, fanno parte e costituiscono la stessa. Sono composte da un “conoscente” – o knower – e dall’oggetto conosciuto. I neokantiani sostengono che la coscienza sia del tutto impersonale. L’io – il self nella semantica jamesiana – e le stesse attività, poste in essere dal medesimo, appartengono al contenuto della coscienza. Questo significa che l’io autocosciente o l’io «cosciente di esprimere una propria volizione» possieda una coscienza i cui contenuti «non sono senza testimone» – visto che ogni attività della stessa verte, per l’appunto, sul contenuto della medesima -. Inoltre, la coscienza si palesa ai neokantiani anche come atemporale: essa si limita ad essere una “osservatrice” degli accadimenti temporali. Se la sua funzione è il conoscere lato sensu, allora essa è e sarà sempre rivolta alla «consapevolezza del contenuto» e alla «venuta alla luce dello stesso.» Questa struttura dualistica “soggetto/oggetto” del conoscere fa sì che la coscienza diventi un vera e propria “necessità epistemologica”. La posizione di James, ovviamente, finisce col discostarsi notevolmente da quella teorizzata dalla corrente di pensiero neokantiana.

Alla struttura dualistica “soggetto/oggetto”, James contrappone quella “soggettivo/oggettivo”: ciascuna porzione di “esperienza pura” «fa la parte di una cosa conosciuta, di uno stato mentale, della coscienza» e, al contempo, «fa la parte di una cosa conosciuta, di un contenuto oggettivo.» In breve, quindi, finisce col figurare sia come “pensiero” che come “cosa”. Come giustificare un simile dualismo? Prendiamo in considerazione un esempio molto banale.

Immaginiamo di fissare un oggetto comune, come una stanza. La domanda, di cui sopra, può essere riproposta in questo modo: “Come può questa stanza presentarsi, nello stesso momento, in due luoghi diversi – ovvero nella mia mente, come cogitatio (elemento soggettivo), e nel Mondo sensibile, come oggetto (elemento oggettivo) -?”. La retorica di James si dimostra essere particolarmente intuitiva a tal proposito: esattamente come un singolo punto può appartenere a due linee, quando di entrambe ne rappresenta l’intersezione, anche una porzione di esperienza pura può essere sia soggettiva che oggettiva se si costituisce di associati diversi in grado di connetterla ad un insieme comune. James desidera sottolineare come ogni singola porzione di esperienza possa godere d’infinite relazioni, tramite le quali possiamo interpretare e valutare il contenuto della stessa in modo sempre diverso e differente, a seconda proprio del tipo di associati verso i quali la orientiamo. La simultaneità, che legittima il dualismo “soggettivo/oggettivo”, si fonda sulle teorizzazioni jamesiane dei concetti di thatterminus:

  • il that è l’esperienza intesa come il “contenuto ultimo” verso cui si rivolge il knower, ovvero si tratta della concatenazione di tutti gli stati d’animo e di tutte le sensazioni che giustificano e caratterizzano l’osservare del “conoscente”;
  • il terminus, invece, racchiude la storia dell’oggetto conosciuto – la stanza – e si costituisce di tutti i fattori che, sino ad oggi, hanno reso tale l’oggetto stesso – arredamento, tappezzeria, ecc. – (terminus ad quem),  con un occhio di riguardo anche per le (eventuali) trasformazioni future (terminus a quo).

Si tratta, dunque, di una distinzione tra operazioni mentali ed operazioni più marcatamente fisiche:

In quanto stanza, l’esperienza ha occupato quello spazio e ha mantenuto quell’ambiente circostante […]. In quanto vostro campo di coscienza potrebbe non essere mai esistita fino ad ora. In quanto stanza l’attenzione continuerà a scoprirvi infiniti nuovi dettagli. In quanto semplicemente vostro stato mentale, pochi particolari nuovi emergeranno davanti all’occhio dell’attenzione. In quanto stanza ci vorrà un terremoto, o una squadra di uomini, e ad ogni modo un certo lasso di tempo per distruggerla. Come vostro stato soggettivo, basteranno il chiudere gli occhi, o un subitaneo gioco della fantasia. Nel mondo reale, il fuoco la consumerà. Nella vostra mente, potete lasciare che il fuoco danzi su di essa senza che ci siano conseguenze. In quanto oggetto esterno, dovete pagare un affitto per abitarvi. In quanto contenuto mentale, potete occuparla gratis per tutto il tempo che vi pare.

Possiamo, quindi, affermare che il contenuto di una porzione di esperienza pura, se “seguito” lungo una “direzione fisica”, farà sì che il knower relazioni sempre lo stesso con altri associati del Mondo esterno (e sensibile); se “seguito”, invece, da una “direzione mentale”, nel caso in cui il contenuto stesso venga trattato al pari di una cosa reale e della quale si abbia esperienza, farà sì che verità e falsità siano indistricabilmente legate da un reciproco e vorticoso legame dicotomico.

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