IDEA PER UNA STORIA UNIVERSALE: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE TERZA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE QUARTA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE QUINTA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: CONCLUSIONE.

Articolo correlato: KANT E L’ILLUMINISMO.

Articolo correlato: IDEA PER UNA STORIA UNIVERSALE: PARTE PRIMA.

Riprendiamo da dove avevamo lasciato e concludiamo la riflessione in questione, esponendo le restanti quattro tesi kantiane:

  • SESTA TESI – «Questo problema è insieme il più difficile e quello che verrà risolto più tardi dal genere umano.»: l’uomo, secondo Kant, desidera vedere salvaguardata la propria libertà ma, essendo anche mosso da impulsi ed istinti egoistici, non evita di ledere quella altrui per conseguire ulteriori vantaggi personali. Non potendo contemplare la figura di un leviatano hobbesiano – data la trascendentalità del diritto pubblico -, il filosofo tedesco si interroga circa la possibilità di fare affidamento ad un “garante istituzionale” – un “padrone” – che riesca a tutelare le libertà di tutti; dinamica non semplice – per ammissione dello stesso Kant -, data la necessarietà che anche lo stesso non sia viziato da egoismo e/o da interessi individualistici. La conclusione, cui perviene il filosofo, si limita a definire la fisionomia – forse utopica – di cui deve costituirsi tale figura: «[…] a tal fine vengono richiesti giusti concetti circa la natura di una possibile costituzione, grande esperienza ottenuta attraverso molti corsi del mondo e, oltre a tutto ciò, una buona volontà preparata al suo accoglimento; ma questi tre elementi potranno trovarsi uniti molto difficilmente e, quando ciò accada, solo molto tardi, dopo molti tentativi falliti.»;
  • SETTIMA TESI – «Il problema della instaurazione di una costituzione civile perfetta dipende dal problema di un rapporto esterno fra Stati secondo leggi e non può essere risolto senza quest’ultimo.»: si tratta dell’evoluzione – in una chiave di lettura sovra-nazionale – della quarta tesi. La “insocievole socievolezza” può essere intesa anche a livello prettamente “statale” – focalizzando cioè l’attenzione sul concetto di “popolo” e non più di singolo cittadino -, permettendoci cioè di interpretare l’antagonismo in riferimento ai rapporti internazionali. Esattamente come avviene all’interno dei singoli contesti sociali, anche in questa dimensione è la Natura che pone delle ben definite disposizioni per il perseguimento di un preciso fine: il far comprendere la gravità della guerra, della miseria, ecc., di modo da spronare così le istituzioni a formare accordi di pace e di reciproca collaborazione. Kant parla di «federazione di popoli» (Foedus Amphictyonum). Appare particolarmente interessante la riflessione formulata in riferimento al selvaggio rousseauiano:

Prima che questo passo (cioè l’unione degli Stati) sia compiuto, e cioè quasi solo a metà della sua formazione, la natura umana sopporta i mali più duri sotto l’apparenza ingannatrice di un benessere esteriore; e Rousseau non aveva dunque torto a preferire lo stato dei selvaggi, se solo non si considera quest’ultimo stadio a cui il nostro genere deve ancora sollevarsi. Noi siamo, per mezzo di arte e scienza, acculturati in alto grado. Siamo civilizzati, sino all’eccesso, in ogni forma di cortesia e decoro sociale. Ma per ritenerci moralizzati ci manca ancora molto. Infatti l’idea della moralità appartiene anch’essa alla cultura […]. Sinché però gli Stati impiegano tutte le forze nelle loro egoistiche e violente mire espansive, e ostacolano così, incessantemente, la lenta fatica dell’interna educazione dell’atteggiamento di pensiero dei loro cittadini, e anzi tolgono a quest’ultimi ogni sostegno a tal fine, non c’è da attendersi nulla di questo; perché per ciò è necessario un lungo esercizio interno di ogni corpo comune nell’educazione dei suoi cittadini. […] Il genere umano rimarrà certo in questa condizione sino a che, nel modo che ho detto, non si sarà tratto fuori dall’assetto caotico dei suoi rapporti fra Stati.

  • OTTAVA TESI – «Si può considerare la storia del genere umano, in grande, come il compimento di un piano nascosto della natura volto ad instaurare una perfetta costituzione statale interna e, a questo fine, anche esterna, in quanto unica condizione nella quale la natura possa completamente sviluppare nell’umanità tutte le sue disposizioni.»: come afferma lo stesso Kant: «Si tratta solo di vedere se l’esperienza riveli qualcosa di un tale andamento del disegno della natura. Io dico: qualche piccola cosa […].» Lo sviluppo della libertà civile assume le vesti di un moto lento ma inarrestabile; limitare la stessa significa, afferma il filosofo, indebolire lo Stato sia da un punto di vista economico e politico sia in riferimento ai rapporti internazionali. Tale consapevolezza, sottolinea Kant, porterà inevitabilmente gli Stati stessi a promuovere sempre più forme “genuine” di libertà – come quella religiosa, ad esempio -, tali da permettere a ciascuno di esercitare il proprio diritto – nel rispetto di leggi illuminate (e progressiste) – e di evitare di ledere gli interessi altrui:

Sebbene questo corpo statale consista ora solo di un abbozzo molto primitivo, tuttavia comincia già per così dire a destarsi un sentimento in tutte le sue membra,, ognuna delle quali è interessata alla conservazione dell’intero; e questo dà la speranza che, dopo più rivoluzioni nella trasformazione, infine, possa un giorno essere realizzato ciò che la natura ha per scopo supremo, cioè un universale assetto cosmopolitico […].

  • NONA TESI – «Un tentativo filosofico di elaborare la storia universale del mondo secondo un piano della natura che tenda alla perfetta unificazione civile nel genere umano deve essere considerato possibile e anzi tale da promuovere questo scopo naturale.»: la tesi finale serve, più che altro, a Kant per giustificare l’intento (quasi pedagogico) dell’elaborazione del testo medesimo:

[…] deve tuttavia condurre chiunque, in modo naturale, a chiedersi come i nostri tardi discendenti inizieranno a raccogliere il fardello di storia che noi vorremmo lasciare loro dopo qualche secolo. Senza dubbio essi valuteranno le ere più antiche, i cui documenti dovranno essere per loro da tempo scomparsi, solo dal punto di vista di ciò che li interessa, vale a dire per ciò che popoli e governi hanno fatto di buono o di cattivo da un punto di vista cosmopolitico.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.

IDEA PER UNA STORIA UNIVERSALE: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE PRIMA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE SECONDA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE TERZA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE QUARTA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: PARTE QUINTA.

Articolo correlato: KANT E LA PACE PERPETUA: CONCLUSIONE.

Articolo correlato: KANT E L’ILLUMINISMO.

Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico è uno scritto politico del 1784. Si sviluppa lungo nove tesi. Trattasi di un altro testo di particolare importanza all’interno della filosofia kantiana. L’intento dell’opera è quello di riuscire a scorgere un filo conduttore che leghi, in modo indissolubile, lo “scopo privato del singolo” allo “scopo generale della Natura”; Kant, in pratica, s’interroga circa l’esistenza di una meta ultima – comunemente condivisa dall’intera umanità – tale da giustificare e avvolgere ogni chiave di lettura individualistica:

Qui per il filosofo non c’è altra via d’uscita, dato che non può presupporre negli uomini e nel loro gioco su grande scale alcun razionale scopo proprio, che quella di tentare se in questo assurdo andamento delle cose umane possa scoprire uno scopo della natura, grazie a cui sia comunque possibile, di creature che si comportano senza un proprio piano, una storia secondo un determinato piano della natura.

Anche per questo elaborato, una esposizione schematica delle tesi trattate può essere particolarmente intuitiva e di facile assimilazione. Vediamo intanto le prime cinque tesi esposte:

  • PRIMA TESI – «Tutte le disposizione naturali di una creatura sono destinate a dispiegarsi un giorno in modo completo e conforme al fine.»Kant afferma che: «Un organo che non sia utilizzato, un’organizzazione che non raggiunga il suo fine, è una contraddizione nella dottrina  teleologica della natura.» In sintesi: se tale assioma venisse meno, la Natura non sarebbe allora più regolata da leggi e – conseguentemente – la «sconfortante accidentalità» guiderebbe le azioni degli uomini al posto della ragione;
  • SECONDA TESI – «Nell’uomo (in quanto unica creatura razionale sulla Terra) quelle disposizioni naturali che sono finalizzate all’uso della sua ragione si sviluppano completamente nel genere, non nell’individuo.»: l’argomentazione è alquanto “logica”: la ragione si sviluppa e progredisce in termini “generazionali” e necessità di tutti i miglioramenti ed i tentativi che ogni singolo componente la specie umana è in grado di offrirle durante la breve vita terrena concessagli;
  • TERZA TESI – «La natura ha voluto che l’uomo traesse interamente da se stesso tutto ciò che va oltre l’organizzazione meccanica della sua esistenza animale e che non partecipasse di alcuna altra felicità o perfezione se non quella che egli si fosse procurato, libero dall’istinto, da se stesso, per mezzo della propria ragione.»: si tratta di una riflessione molto “figlia dei Lumi” e che evidenzia, nuovamente, l’ottimismo antropologico kantiano. Il progresso umano, così come la capacità dell’uomo di apprendere, migliorarsi e progredire – sotto ogni forma ed in ogni arte e scienza – è il puro risultato dell’uso illuminato dell’intelletto e non dell’istinto;
  • QUARTA TESI – «Il mezzo di cui la natura si serve per portare a compimento lo sviluppo di tutte le sue disposizioni è il loro antagonismo nella società, in quanto esso divenga infine la causa di un ordine legittimo.»: forse la tesi più controversa – almeno a prima vista -. Con il termine “antagonismo” Kant indica quella che chiama «insocievole socievolezza». L’espressione contiene due elementi – che oserei considerare – tanto dicotomici quanto contigui. Il filosofo sostiene che l’uomo, in quanto animale sociale, sia spronato a formare società coi propri simili ma che, nel momento stesso dell’instaurazione della medesima, tenda anche a volersi ritagliare al suo interno degli spazi privati ove potersi isolare del tutto – tale desiderio è da ricondursi, più che altro, alla proliferazione degli interessi personali e particolaristici -. Tale contrasto, insito nella sociabilità umana, è ciò che sprona l’uomo a migliorarsi per elevarsi e/o distinguersi dai propri simili. In riferimento a questa argomentazione, leggere Kant affermare «Si rendano dunque grazie alla natura per l’intrattabilità, per la vanità suscitatrice di invidiosa rivalità, per l’invincibile brama di ricchezze o di dominio!» fa riflettere molto su alcune tematiche mandevilliane. Ciò che l’illuminista pare voler sottolineare è l’esistenza di un preciso punto d’incontro tra l’uomo e la Natura: «L’uomo vuole concordia; ma la natura conosce meglio ciò che è buono per il suo genere: essa vuole discordia.» La passività a cui l’uomo desidera pervenire contrasta con l’attività, impostagli dalla Natura, a tentare sempre e dovunque di migliorarsi e perfezionarsi. Arte, scienza, cultura e via discorrendo sono, dunque, frutti della “insocievolezza”. Questo fornisce l’input per il progresso dell’intero genere umano;
  • QUINTA TESI – «Il massimo problema per il genere umano, alla cui soluzione la natura lo costringe, è il raggiungimento di una società civile che faccia valere universalmente il diritto.»: la società kantiana è una società costituita civilmente – attorno cioè al riconoscimento universale del diritto pubblico -. Una società civile, sostiene Kant, è l’organizzazione sociale che possiede il più elevato grado di libertà – e, quindi, un diffuso antagonismo tra i suoi componenti, per quanto visto poc’anzi – e, nello stesso tempo, la più rigorosa forma di controllo per suddetta libertà – perché la libertà individuale non deve ledere quella dei “consoci”, ovvero degli altri cittadini. Non per niente, all’interno di tale società è, ovviamente, contemplato il ricorso alla pena -. Una simile organizzazione sociale è lo scopo ultimo della Natura, perché in essa le stesse disposizioni naturali troverebbero attuazione – l’insocievole socievolezza di cui prima -.

Ricordati di votare l’articolo, se vuoi, utilizzando il tasto rate this all’inizio del post.