VOLTAIRE TRA DISPOTISMO E REPUBBLICANESIMO: PARTE SECONDA.

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Il concetto di “libertà” resta sempre concatenato a quello di “legge” all’interno del pensiero volterriano. La libertà dell’individuo e del cittadino trae giustificazione, riconoscimento ma anche limite e restrizione nella legge del sovrano (o della repubblica). Il governo lato sensu secondo Voltaire può essere, dunque, spiegato con l’epiteto de “il governo della legge”. La legge deve, per messo dei suoi stessi contenuti, trarre ispirazione e legittimazione dai precetti della morale universale, ovvero dal deismo. Questo implica una reciprocità assoluta tra legge naturale e legge dello Stato. Il fondamento legislativo deve sì ispirarsi ai principi deisti ma anche costituirsi, sul piano della legiferazione, di una fisionomia laica, perché il dogmatismo religioso non può assolutamente trovare applicazione sulla realtà della res publica.

La legge deve essere universalmente riconosciuta da tutti. Voltaire comprende benissimo  come l’eguaglianza tra gli uomini possa essere solo di carattere naturale e non politico. Ecco perché il suo egualitarismo rimane (solo) marcatamente di carattere civile. Il fatto che tutti rispondano alle medesime leggi all’interno di un paese, garantisce l’uguaglianza di tutti i cittadini nei riguardi delle medesime. Ma non solo. Il pari trattamento dinanzi alla legge e l’identico riconoscimento giuridico degli stessi diritti ad ogni membro della società permette, secondo l’illuminista, la proliferazione di un sentimento di appartenenza alla nazione e di sentita e percepita eguaglianza tra tutti i citoyens. In Voltaire l’uomo è libero in quanto liberamente vive in un contesto socio-politico nel quale si identifica pienamente nei contenuti delle leggi emanate e si riconosce eguale ai suoi concittadini in seno ai diritti ed ai doveri riconosciutogli.

È attorno alla questione della rappresentanza politica e sul ruolo dei parlamenti che l’attivismo politico di Voltaire torna a manifestarsi forte ed irruente. Ciò che preme al philosophe è l’unità del potere politico, rispecchiato nella sovranità della legge del sovrano. Una legge universalmente apprezzata da tutti i cittadini ed in grado di promuovere una salda unità nazionale contro la dispersione e la deframmentazione del potere politico ad opera dei parlamenti francesi (il più criticato ed osteggiato da tutto il parti philosophique, con la sola eccezione di Diderot, fu quello di Parigi). L’avversione di Voltaire per gli organi parlamentari non è solo dettata da motivazioni concettuali – quali l’indebolimento della centralità del potere politico –, ma giustificata anche da tutta una serie di riflessioni condivise in toto da quasi tutti i filosofi illuministi dell’epoca. Le politiche di ostruzionismo e di ritorsione, svolte anche in ambito giudiziario dai parlamenti francesi, fanno sì che agli occhi di Voltaire tali istituzioni assumano, a tutti gli effetti, le vesti dell’infâme. La riforma promossa da Voltaire, in appoggio al ministro Maupeou, riguarda una questione particolarmente delicata: lo sciogliere il conflitto d’interessi che inficia gli istituti rappresentavi francesi in tema di mansioni amministrative e giudiziarie. La riforma non vedrà mai la luce e dopo la caduta del ministero Maupeou, fin dall’instaurazione del nuovo dicastero conservatore di Turgot (1774), la situazione francese non subisce alcun radicale cambiamento, contribuendo tout court a spianare la strada alla Rivoluzione del 1789. Ed è proprio sul dibattito circa i parlamenti e le rappresentanze politiche che possiamo scorgere, ancora oggi, i punti di rottura e di discontinuità tra il voltairianisme e le posizioni politiche di Montesquieu e Rousseau.

Per quanto riguarda i punti di attrito culturale con Montesquieu – presenti anche nel Commentaire sur l’ésprit des lois, scritto da Voltaire nel 1777 – essi vertono, per lo più, su di un piano di carattere istituzionale. Sia Voltaire che Montesquieu apprezzano moltissimo la costituzione inglese ma, al contempo, ne evidenziano l’assoluta impossibilità di porla in essere all’interno della nazione francese. La legge appare ad entrami i filosofi come il parametro normativo di riferimento per garantire unità nazionale e coincidenza d’intenti e d’interessi per tutti i cittadini della nazione. Ma mentre il patriarche de Ferney teme il frazionamento del potere politico a causa dei vari corpi intermedi di cui la Francia si costituisce, per Montesquieu, la ricerca del balance of power, ovvero di quel salutare e sano equilibrio retto da una logica di pesi e contrappesi tra i principali poteri istituzionali di un paese, rappresenta la soluzione da adottare per impedire l’assolutismo monarchico. Dunque, se, da un lato, Montesquieu finisce con l’appoggiare i parlamenti e le varie forme corporative della società con l’intento d’impedire che il potere monarchico da solo possa esercitare tutti e tre le funzioni fondamentali della nazione – potere legislativo, esecutivo e giudiziario -, dall’altro lato, Voltaire, avvicinandosi moltissimo in questo frangente a Hobbes, pone come principale obiettivo l’unità del potere ed il governo della legge, prima ancora della libertà dell’individuo. Si tratta di una diversa “questione di priorità” ma, facendo attenzione, anche di una profonda differenza nella lettura sociologica della realtà socio-politica di riferimento.

Montesquieu, temendo la riproposizione in Francia di un leviatano hobbesiano ed osteggiando i dispotismi orientali, compone lo Spirito delle leggi (1748) per cogliere ed evidenziare non solo le radici e le provenienze sociologiche delle leggi di una nazione (i loro rapporti col clima o con i costumi o con le tradizioni di un popolo, ecc.), ma anche per promuovere politicamente una vera e propria riforma della monarchia francese. L’appoggio di Montesquieu ai parlamenti è da intendersi, dunque, come una forma di condanna rivolta all’assolutismo di Luigi XIV e, allo stesso tempo, come una difesa nei riguardi di un governo che fosse sì monarchico ma anche profondamente moderato e non esente da controlli e restrizioni.

La posizione di Voltaire – che, soprattutto ai nostri giorni, può apparire brutale rispetto a quella di Montesquieu – si fonda su di una lettura sociologica ancora più profonda. Ogni forma di organizzazione statale trae la propria legittimazione dal contesto sociale sul quale poi deve per forza di cose ergersi. Se pensiamo che Voltaire sia un teorico del dispotismo de facto, cadiamo in errore. Il dispotismo, ad ogni modo, è da intendersi “illuminato”. Ovvero legittimato dalla popolazione sulla base della condivisione della morale universale di cui il sovrano rappresenta il custode ed il garante istituzionale. La figura politica nei confronti della quale tutta la cittadinanza si rispecchia. Compreso nell’esercizio stesso dell’emanazione delle leggi. Anche perché, se tale reciprocità fosse assente, la società civile diverrebbe oggetto di un’imposizione illegittima. Pensare, quindi, che la libertà individuale venga soverchiata dal potere politico può trarre in inganno: la libertà del singolo, al contrario, acquisisce significato da quanto posto in essere dal sovrano. Questo perché, in Voltaire, la realtà sociale giustifica quella della res publica. Anche nei casi estremi, ovvero in quelle situazioni in cui il peuple si presenti poco colto e/o scarsamente illuminato e, di conseguenza, non in grado (culturalmente) di garantire l’instaurazione di un governo illuminato – monarchico o repubblicano  che sia -. In quel caso la popolazione verrebbe prima guidata e poi istruita – da un’autorità – filosoficamente e politicamente parlando – preparata.

Ecco perché, nonostante il fortissimo apprezzamento rivolto al parlamento inglese, Voltaire tende ad osteggiare il frazionamento del potere politico e a promuovere l’unità del medesimo; ciò che è presente in Inghilterra resta o inutile o inattuabile in Francia e la valutazione fatta sul peuple francese rimane ben lontana da quella rivolta al popolo inglese. E per quanto concerne Rousseau?

Sia Rousseau che Voltaire concordano sulla necessità d’impedire la parcellizzazione ed il decentramento capillare del potere esecutivo e legislativo, causato dalla presenza di tanti corpi istituzionali intermedi. Ma, mentre Rousseau ovvia a tale problema attraverso la formulazione della «volontà generale», la quale, costituendo l’unità dei cittadini, non solo permette l’abbattimento di tali impedimenti ed ostacoli politici ma consente anche alla popolazione di dotarsi della forma di governo a lei più consona e congeniale, Voltaire, dal canto suo, oppone a questa formulazione rousseauiana, descritta nel Contratto Sociale, un organo rappresentativo, d’ispirazione inglese, in grado di rappresentare l’unità della nazione. Ma il punto di distacco verte proprio sul tema della rappresentanza lato sensu. Voltaire non può accettare la riflessione di Rousseau circa la «volontà generale»… una “volontà” intesa come forma di partecipazione agli affari di Stato e alle decisioni politiche e che sia riconosciuta a favore di tutti i cittadini – partecipanti alla formulazione del contratto sociale – della nazione. Per Voltaire una delega rappresentativa resta assolutamente fondamentale in quanto, da lettore attento delle reali condizioni socio-culturali del peuple di Francia, si rende ben conto di come il popolo francese sia effettivamente ancora ben poco istruito ed illuminato. Ancora una volta, dunque, è il sentimento di pessimismo antropologico ad impedire a Voltaire di definire pienamente una concreta forma di Stato e di fargli apprezzare senza timori alcune riflessioni concernenti il repubblicanesimo e la mera democrazia. Un forte superamento a questi dubbi e perplessità lo riscontreremo soprattutto in Kant.

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Il pensiero politico di Voltaire resta particolarmente complesso persino ai nostri giorni. L’illuminista parigino formula molte riflessioni di natura politica ma non sviluppa mai pienamente un preciso sistema politico di riferimento attorno al quale un contesto sociale debba poi organizzarsi e trovare un assetto anche di natura istituzionale. L’attenzione di Voltaire è rivolta soprattutto alla realtà sociale entro la quale l’uomo – il citoyen – deve poi muoversi al fine di organizzare la propria esistenza e (soprattutto) la propria condotta civica. Se le conclusioni di carattere politico, cui giunge il patriarche de Ferney nel corso della vita, restano, in larga parte, tutte legittimate dai precetti morali ed etici della dottrina deista, inquadrare Voltaire all’interno di un preciso e definito percorso di analisi e di studio delle forme di governo e di Stato risulta, ancora ai nostri giorni, non esente da difficoltà.

Voltaire non è un teorico della moderna democrazia, ma, al contempo, alcune tematiche democratiche gli appartengono. Parla di “dispotismo illuminato” e di costituzionalismo monarchico ma, allo stesso tempo, non disdegna nemmeno molte tesi politiche concernenti il repubblicanesimo. Il voltairianisme, nella sua sfaccettatura prettamente politica, si presenta tutt’oggi come un’enorme concatenazione di riflessioni, di conclusioni e di idee – alcune alternative, altre conservatrici ed altre ancora reazionarie – che ci permettono di cogliere tanti singoli aspetti del “Voltaire politico” ma che non ci consentono, allo stesso tempo, di evincere un sistema concettuale che possa fare da riferimento universale per lo studio della res publica.

Nonostante resti tutt’oggi un argomento di delicato dibattito culturale ed accademico, vi è la diffusa e condivisa opinione di considerare Voltaire un esponente del contrattualismo politico. La differenza, in ogni caso, tra il patriarche de Ferney e altri teorici contrattualisti (come Hobbes o Rousseau) risiede soprattutto sul fatto che del “momento contrattualista” vero e proprio – ovvero di quella dinamica socio-politica che differenzia i lupi dai sudditi in Hobbes e il cittadino corrotto dal repubblicano virtuoso in RousseauVoltaire non fa mai menzione. Stando al pensiero dell’illuminista parigino, nel passaggio dallo stato di natura allo stato sociale, l’uomo per divenire citoyen deve, assieme agli altri suoi simili, rispecchiarsi nell’universale sovranità della legge. Legge che viene incarnata dal sovrano e che deve riflettere i contenuti della morale naturale, ovvero, quindi, i precetti del deismo. In Voltaire, dunque, è presente la consapevolezza di come per l’uomo sia necessario l’esistenza di un comando e di un potere superiore tale da permettere la stabilità di un’organizzazione sociale, la quale, per forza di cose, deve inevitabilmente instaurarsi ,data l’incapacità degli uomini di vivere pacificamente nel loro solo stato naturale. Il fatto è che le difficoltà di Voltaire di definire accuratamente una forma di Stato si rispecchiano nella “incapacità” dello stesso di assumere totalmente le vesti di un contrattualista de facto.

Voltaire è ben consapevole della diseguaglianza naturale esistente tra gli uomini e di come essa abbia poi trovato riscontro anche nella realtà sociale; da qui la sua impossibilità di accettare ogni tesi concernente l’egualitarismo sociale ed il suo ripiegare su quello più spiccatamente civile, sulla meritocrazia – anch’essa d’ispirazione inglese – e sull’eguaglianza di ciascun cittadino dinanzi alle leggi dello Stato. Nonostante le conclusioni di Voltaire sfocino appieno in un profondo pessimismo antropologico – il che lo avvicina, sotto alcuni punti di vista, alle posizioni hobbesiane –, la concezione di partenza dell’uomo sociale e dell’uomo colto nel proprio stato di natura sono profondamente diverse da quelle designate da Hobbes. Voltaire non considera gli uomini come lupi nello stato di natura ma, piuttosto, come individui dominati dall’amor proprio e da sentimenti di commiserazione e giustizia. La natura umana di per sé è, quindi, portatrice di quei valori fondanti la legittimazione dell’aggregazione sociale. In Voltaire non si registra la discontinuità tra i lupi ed i sudditi di Hobbes; l’uomo naturale “vive naturalmente in società” e questo, per il philosophe, non produce un’asimmetria ontologica tra realtà naturale e realtà sociale. Il contratto, dunque, trae giustificazione in Voltaire solo per l’incapacità dell’uomo di autoregolarsi sul piano della vita sociale e non perché portatore di uno stato naturale dedito all’egoismo o alla solitudine. La distanza con Hobbes è giustificata, in modo sostanziale, dal diverso approccio antropologico: per Voltaire gli uomini non sono lupi affamati e spronati solo dalla brama di potere. Al contrario, sono, fin dallo stato naturale, dei veri e propri esseri sociali veicolati all’interazione. Ma, nonostante l’assenza del conflitto – tipicamente hobbesiano – all’interno dello stato naturale, anche in Voltaire vi è la consapevolezza dell’incapacità dell’uomo non solo di autoregolarsi ma anche di porre in essere le sue qualità più virtuose. Ecco il perché della necessarietà della legge. Legge che, nelle prime formulazioni politiche di Voltaire, s’identifica con la figura del sovrano illuminato dalla lumiere della raison.

A partire dal 1740, Voltaire inizia ad intrattenere un’assidua e duratura corrispondenza letteraria con Federico II di Hohenzollern, meglio conosciuto in seguito con l’epiteto de “Il Grande”. Nonostante i numerosi tentativi da parte di Federico II di ottenere, fin da subito e definitivamente, la compagnia e la presenza in Prussia, a Postdam, dell’illustre filosofo di Parigi, Voltaire si trasferisce alla corte del sovrano solo nel 1749. Vi risiede, in qualità di ciambellano reale, fino al 1752. Il rapporto con Federico II è alquanto particolare e caratterizzato da veri e propri alti e bassi: i due si ammirano ma, a seguito di alcune particolari vicende, questa loro amicizia trova anche un ruvido momento di rottura e d’incomprensione, tanto che lo stesso Voltaire, colpevole di aver tentato di fuggire dalla Prussia, viene arrestato e trattenuto a forza per un po’ di tempo a Francoforte. Passano all’incirca dieci anni prima che i rapporti si riallaccino e tornino ad essere pacifici. Ad ogni modo, il legame avuto e condiviso con Federico II – paragonabile a quello intrattenuto tra Diderot e Caterina II di Russia – ci permette di analizzare e di porre ad esame tutta una serie d’importanti osservazioni politiche e filosofiche in seno al philosophe parigino. È, infatti, in quell’intervallo temporale che possiamo cogliere tutte le tesi volterriane formulate nei riguardi del dispotismo illuminato e del costituzionalismo monarchico. Tesi che lo stesso Voltaire ha da tempo ereditato e fatto proprie. Fin dalla sua giovane esperienza inglese.

Alla base della concezione volterriana del potere vi è una visione contrattualistica. Nonostante l’illuminista francese finisca col discostarsi notevolmente da pensatori del calibro di Thomas Hobbes, il contratto sociale, anche in Voltaire, rimane sempre il compromesso socio-politico per merito del quale l’autorità (sia essa un sovrano o un parlamento sullo stile di quello inglese) trae legittimazione nel governare e nell’emanare gli atti di legge. Ma quelli che per Hobbes continuano a rimanere sempre e comunque dei sudditi, per Voltaire essi acquisiscono, invece, i connotati di moderni citoyens. In realtà, soprattutto dopo la presa di coscienza dell’esistenza del «male nel Mondo» e dell’impossibilità di giungere al «migliore dei Mondi possibili» (cfr. Il Candido), la visione antropologica tra Hobbes e Voltaire non differenzia in modo profondo: se il filosofo inglese ha modo di cogliere una profonda asimmetria tra la morale e l’etica dell’uomo – una asimmetria che si rispecchia nella disparità tra lo stato di natura e quello sociale dell’essere umano -, Voltaire resta sempre combattuto tra un profondo pessimismo storico (giustificato dalle barbarie e dalle violenze fanatiche commesse dagli individui in nome, per lo più, di deviate credenze religiose) ed uno speranzoso ottimismo antropologico (perché chiara rimane sempre in lui la convinzione che un progresso umano, se attuabile, debba per forza passare da un risveglio della ragione). Ma il paradigma concettuale è profondamente diverso tra i due filosofi: per Hobbes l’autorità deve elevarsi ed imporre il proprio comando… e questo senza che vi sia la necessità che per tale attuazione venga posto in essere (o meno) un compromesso illuminato tra sovrano e sudditi. Voltaire, dal canto suo, ritiene opportuno che la morale naturale investa completamente la società: dalla formazione di una classe illuminata di cittadini si erige poi, per forza di cose, un apparato istituzionale legittimato da quei medesimi valori di cui il sovrano si deve far portavoce in ambito legislativo e dei quali la stessa cittadinanza possa riconoscere sempre la validità e la valenza. In Voltaire, dunque, la reciprocità tra cittadini e sovrano si fonda su di un rapporto triadico del tipo Stato-società-cittadinanza, dove la qualità politica ed istituzionale della res publica è consequenziale a quanto ottenuto e posto in essere, prima, sul piano della realtà sociale.

Il dispotismo illuminato del patriarche de Ferney è giustificato sulla base di tale presupposto concettuale, ma assume anche un altro significato particolare. Voltaire ha modo più volte di rendersi conto di quanto inizialmente possa essere problematico e difficile illuminare le menti del peuple. Proprio a causa di ciò, far sì che un siffatto incarico pedagogico e di avanguardia culturale venga svolto da un sovrano che sia guidato dalla filosofia ed illuminato dalla raison, gli appare essere una soluzione più che apprezzabile. La logica politica del “re guidato ed istruito dalla figura del filosofo” non è certamente nuova ma è il pragmatismo e la duttilità dei valori deisti a rendere, in parte, tale osservazione particolarmente degna di attenzione per quei tempi. Nel caso in cui la nazione possa contare già su di una classe di cittadini colti e dotati di coscienza critica, sia la nascita dell’apparato di governo sia il ruolo ad esso riconosciuto in ambito (soprattutto) legislativo si fonda di conseguenza su di una profonda rispondenza tra cittadini ed autorità: ogni legge è la diretta conseguenza della salvaguardia e della condivisione dei precetti costituenti la morale naturale. Ciò garantisce una coincidenza di visione e d’interessi tra chi governa e chi viene governato. Se, invece, istruire le masse risulti essere impossibile, allora che esse intanto siano guidate da un sovrano illuminato e dotato di profonda capacità razionale. Ecco Voltaire!

Questa situazione socio-politica può apparire vicina alle teorie hobbesiane, ma per Voltaire l’esecuzione del potere politico non deve mai ridursi ad essere semplicemente coercitivo o restrittivo. Il deismo e, quindi, la filosofia hanno il dovere di essere il bagaglio valoriale attraverso il quale l’autorità deve, di volta in volta, prendere spunto al fine di mantenere l’ordine e promuovere il progresso. Ma è proprio su questo tema che si apre il dibattito circa il concetto di diritto, di legge e di rappresentanza in seno al voltairianisme. Qui si aprono le riflessioni che possono portarci a leggere Voltaire anche in un’ottica più marcatamente democratica. Trattasi, ad ogni modo, di una chiave di lettura che non descrive in modo definito il pensiero politico di Voltaire, ma che, ad ogni modo, si palesa alquanto utile per permetterci di comprendere anche tutte le difficoltà incontrate dall’illuminista di Parigi nel tentativo di riuscire a descrivere una chiara forma di organizzazione istituzionale.

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