L’INTELLETTO UMANO SECONDO TOMMASO: PARTE QUINTA.

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Un’altra critica mossa da Tommaso nei riguardi della riflessione averroista, investe la teoria del filosofo arabo secondo la quale l’idea di un intelletto possibile “molteplice”, ovvero da considerarsi individuale per ciascun essere umano, ci obbligherebbe, per forza di cose, a considerare lo stesso materiale. In sintesi: se, restando fedeli alla interpretazione di Aristotele, sosteniamo che l’intelletto possibile non sia informato dalla materia – ovvero sia “non misto” -, allora esso stesso deve essere unico e non molteplice, perché, altrimenti, deve inevitabilmente sottostare alla moltiplicazione dei corpi e della materia medesima.

D’Aquino, però, ribatte alle argomentazioni di Averroè affermando che se qualche forma è fatta per essere “partecipata” da altro, di modo che di questo “altro” possa trovarsi in “atto”, essa stessa allora può essere individuata dalla materia e può moltiplicarsi in rapporto alla medesima. Questo non implica il fatto che l’intelletto sia da ritenersi materiale. Sintetizzando il tutto:

l’intelletto è potenza dell’anima che è atto del corpo

in molti corpi abbiamo molte anime

in molte anime risiedono molti intelletti

A tal riguardo, Tommaso si sofferma a riflettere attorno al concetto di “pensato” – ovvero, l’oggetto dell’intendere -. Se consideriamo il pensato come una specie immateriale presente nell’intelletto, allora dobbiamo abbandonare l’aristotelismo ed abbracciare le argomentazioni platoniche. Se, al contrario, per “pensato” intendiamo la natura e la quiddità della cosa lato sensu, allora dobbiamo “rivolgerci” alla immanenza aristotelica.

Finché l’essenza della particolarità resta nel sensibile, essa è pensata in “potenza”. È necessario che attraverso i sensi – ovvero attraverso una esperienza sensibile – il “fantasma” giunga all’intelletto agente, così da consentire allo stesso di astrarlo e di metterlo poi a disposizione dell’intelletto possibile. Soltanto così l’essenza può venire pensata in “atto”. È proprio attorno a tale dinamica che, nuovamente, Tommaso torna a focalizzare la propria attenzione!

Tutto ciò che si rapporta all’intelletto possibile non lo fa nelle vesti di ciò che viene pensato ma, al contrario, nelle vesti di ciò mediante il quale l’intelletto pensa. Come abbiamo già avuto modo di vedere, infatti, l’intelletto non è mai in “atto” prima dell’intendere ma – solo e soltanto! – quando pensa in “atto” l’intellegibile. È proprio questo “mediante” ad essere il succo dell’intero disquisire: il pensato è unico ma “mediante” qualcosa è pensato da ciascuno di noi in modo diverso, ovvero attraverso una specie differente di intellegibili. L’esempio che possiamo sfruttare è quella del maestro e dell’allievo: per entrambi, infatti, la scienza sulla “cosa saputa” resta la stessa pur non mostrandosi uguale nei riguardi degli intellegibili mediante i quali i due intendono.

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L’INTELLETTO UMANO SECONDO TOMMASO: PARTE QUARTA.

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Tommaso tratta poi anche il delicato tema del rapporto tra intelletto “agente” ed intelletto “possibile”. Secondo il filosofo domenicano, considerare l’intelletto agente come separato – alla stregua di un Avicenna o dello stesso Averroè – non comporta alcun grave inconveniente filosofico: si tratta di una riflessione che non pregiudica la individualità dell’intelletto possibile – concetto questo, invece, indiscutibile per Tommaso ed Alberto Magno -. Questo nonostante Aristotele consideri, invero, l’intelletto agente come “un qualcosa che è presente nell’anima e che, al pari della luce, svolge una importante funzione di illuminazione”. L’intelletto agente, infatti, “illumina” il “fantasma”, ovvero l’immagine percepita, trasformando il medesimo in un concetto… questo è poi ricevuto dall’intelletto possibile che – pensandolo – lo pensa in “atto”. Discorso diverso, al contrario, proprio per l’intelletto possibile che non può essere considerato “unico” nel senso di “unico per tutta l’umanità”.

Se quanto sostenuto da Averroè fosse vero, allora dovremmo accettare il fatto che l’intelletto non si unisca a noi come forma. L’uomo, dunque, al fine di intendere, o vede l’intelletto unirsi a lui come “motore” – ma abbiamo già visto, nel precedente articolo, come questa dinamica non permetta di ascrivere l’intendere all’uomo – o accetta l’idea di essere egli stesso intelletto. Dovremmo però accettare come implicazione la non esistenza di uomini “singolarmente intesi” ma, bensì, fra loro tutti uguali. In breve: se l’intelletto non si unisce al corpo come forma, non è possibile alcuna tipologia di diversificazione conoscitiva… quando, invece, è proprio la conoscenza che, in quanto individuale, tende a distinguerci come esseri umani.

Quindi se l’uomo è intelletto – l’uomo è “principalmente” intelletto ma non “solo” intelletto, sostiene Aristotele – e se l’intelletto è unico, allora gli uomini sono tutti uguali tra di loro e tutte le volte che essi intendono – allo stesso tempo – lo stesso oggetto, prende vita una sola ed unica operazione intellettiva – è la soluzione offerta da Averroè circa la convergenza degli Universali -. Se non esiste alcuna differenziazione tra gli uomini, alcuna diversificazione può comunicare con l’operazione intellettiva. Ma questo non è possibile! Proprio restando fedeli alle parole di Aristotele!

I fantasmi, infatti, sono i preamboli dell’intendere, ovvero, affinché si possa pensare in “atto” un concetto, è necessario che prima l’intelletto agente abbia illuminato quanto percepito. E le manifestazioni esperite durante una percezione si differenziano da individuo ad individuo. Quindi è inevitabile che anche la conoscenza sia soggetta ad una possibile e legittima diversità da uomo a uomo. Dobbiamo, infatti, ricordare che l’intelletto è sì in “atto” ma mai prima di intendere, bensì solo quando pensa in “atto” l’intellegibile stesso. In sintesi: Averroè non ha compreso la profondità della funzione svolta dall’intelletto agente ed il delicato ruolo di “ponte” – tra noi e l’intelletto – svolto dai fantasmi.

Tommaso sottolinea anche come l’idea averroista contrasti con un’altra critica che, ingiustamente, viene rivolta ad Aristotele. Lo stagirita, infatti, viene accusato di sostenere la eterna esistenza degli uomini. Ebbene, una tale invettiva, oltre che fondata su di una errata interpretazione delle riflessioni aristoteliche, cozza, inevitabilmente, con la posizione dello stesso Averroè, quella cioè di considerare unico e separato l’intelletto possibile. Procediamo con chiarezza.

Se l’uomo fosse sempre esistito, allora dovremmo accettare l’idea che mai è esistito un “primo uomo pensante”. Quindi gli intellegibili non sarebbero mai stati acquisiti dall’intelletto possibile a partire dai fantasmi di qualcuno, ma, al contrario, sarebbero sempre stati eterni. Perciò, l’intelletto agente non “serve” per far passare in “atto” (intellegibile) quello che, fino ad allora, si trovava in “potenza” (fantasma). Averroè, quindi, è nuovamente in errore: una sostanza separata deve essere “intellegibile per sé stessa”, ovvero in grado di intendere da sola la propria essenza e non di intendere sé medesima dopo il nostro intendere e grazie alla ricezione dei fantasmi.

L’intelletto possibile possiede da sempre la specie degli intellegibili – abbiamo, infatti, visto come non sia l’anima a contenere la specie degli intellegibili bensì l’intelletto, in quanto solo l’intelletto si trova in “potenza” rispetto agli intellegibili – e, attraverso gli stessi, si collega ai fantasmi che sono in noi. Questo è ciò che legittima il passaggio dalla “potenza” all'”atto” dell’intendere.

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