LA CAPACITÀ D’ASTRAZIONE NEL RAPPORTO DIALOGICO.

La capacità di astrazione è una delle componenti fondanti il rapporto dialogico tra esseri umani. O, tutt’al più, lo è stata in passato, prima della diffusione di alcuni particolari mass media come la televisione, in primis, ed il Webin secundis. Essa ha fatto sì che il sistema valoriale di riferimento per ciascun individuo non sia mai coinciso, né aprioristicamente né successivamente, con la percezione visiva e sensoriale del Mondo sensibile: durante un contatto diretto e/o un rapporto interrelazionale, la comprensione e metabolizzazione dei vari contenuti espressi e manifestati avviene tramite dinamiche riconducibili ad una individualistica astrazione cognitiva. Un’astrazione cognitiva che può mentalmente trovare il proprio senso e significato anche nella elaborazione di una semplice immagine di riferimento – un esempio può essere quello di un dialogo concernente la Pace e nei riguardi della quale venga poi associata, da un singolo interlocutore, la mera immagine di una colomba -, ma che, al contempo, impone un discernimento analitico ben preciso, tale da promuovere una definita capacità di agnizione. Sviluppo intellettivo questo che era fortemente limitato nelle epoche antiche e preistoriche, nelle quali, per l’appunto, la coincidenza tra il “parlare” ed il “percepire” tramite i sensi era quasi praticamente totale: la limitatezza della stessa semantica – ridotta a poche parole chiave come “acqua”, “cibo”, “pioggia”, “fuoco” et similia – ne era e ne resta tutt’oggi una chiara testimonianza. Lo sviluppo cognitivo dell’homo sapiens, dunque, proviene anche dalla incessante volontà di originare e diffondere sempre più articolati e profondi rapporti dialogici caratterizzati da questa componente intellettiva. Ovviamente non solo il mero “dialogare” coi propri simili ha consentito siffatta crescita gnoseologica: anche l’elaborazione e la diffusione della comunicazione scritta ha promosso e sollecitato il ricorso alla capacità di astrazione, in un perenne tentativo nel tempo di comprendere quanto via via pubblicato e letto. Compiendo un “balzo tecnologico” in avanti, è possibile sostenere come né la stampa né la radio, sebbene mezzi di comunicazione di massa, abbiano posto in essere negli anni vincoli o restrizioni ad una tale metodologia di crescita all’apprendimento ed alla formazione culturale del singolo soggetto. I problemi, infatti, si sono originati solo a seguito della nascita e diffusione della televisione. Per poi essere stati ingigantiti, esponenzialmente, dall’uso (irresponsabile) della Rete.

La televisione ha finito col sostituire “il parlare per capire” col “vedere per capire”, divenendo una vera e propria caratteristica antropologica del moderno essere umano. Per non dire – espressione che, in effetti, sarebbe anche più consona e corretta – antropogenetica. L’immagine ha reso inutile quel processo di astrazione per mezzo del quale la mente umana, durante una lettura o una conversazione, ha sempre tentato di elaborare il contenuto dell’oggettualità del processo di comunicazione medesimo. Diviene, dunque, più che sufficiente il mero vedere per comprendere; il dramma è che la comprensione assume così una fisionomia deviata e mistificata perché legittimata, solo e soltanto, dall’esistenza dell’immagine stessa e non da un processo di elaborazione intellettiva, frutto dell’intelligenza del singolo essere umano. È una dinamica questa che oramai, in primis, ha finito col causare quella perdita quasi totale di coscienza critica che oggi caratterizza de facto il cittadino medio. Altra conseguenza, dai risvolti più pragmatici e tecnici, è la proliferazione di forme di opinioni “etero-dirette”: si finisce, molto spesso, col giudicare sulla base di quanto visto e/o di quanto diffuso e/o di quanto filtrato – con tutte le procedure di framing del caso – dal mezzo di comunicazione medesimo; considerando poi l’incessante richiesta di promozione di sondaggi pubblici, di direttismi politici et similia, il danno, che si potrebbe registrare – uso il condizionale per ovvie ragioni di rispetto reverenziale – sul piano della res publica, potrebbe essere particolarmente preoccupante. In termini anche di responsabilità civile. Altro aspetto da non sottovalutare è la dipendenza della televisione nei riguardi dell’immagine strincto sensu: una dipendenza dai connotati assolutamente ontologici, considerando che, in assenza di quest’ultima, la comunicazione televisiva non potrebbe minimamente esistere. Dalla televisione si è passati poi alla virtualità. E la situazione potrebbe persino peggiorare in termini prettamente qualitativi, oltre che quantitativi.

Il Web, affidandosi all’auto-comunicazione di massa, permette una diffusione più immediata e velocizzata della stessa informazione audio-visiva. Gli aspetti da non sottovalutare restano, ad ogni modo, per lo più due. In primis, teniamo sempre bene a mente che stiamo parlando di piattaforme virtuali. Questo significa che l’informazione per essere recepita, compresa, diffusa e via discorrendo, necessita assolutamente che vi sia stata a priori una trasposizione virtuale dell’io sociale del singolo individuo; in assenza di login – e quindi dell’accesso alla realtà virtuale medesima – ogni azione viene letteralmente impedita e preclusa. Da questo si origina il secondo elemento di analisi: “Chi accede alla Rete e per quale motivo l’accesso viene effettuato?”. Considerando che il Web è un mass media successivo alla diffusione della televisione, viene da chiedersi se coloro che vi accedono, siano spronati o meno ad utilizzare tale vettore d’informazione per fini qualitativamente superiori rispetto a quelli fatti propri nel modo di porsi nei confronti della tv o se, per l’appunto, la struttura antropogenetica dell’homo videns faccia loro inevitabilmente da guida comportamentale (anche) per la navigazione online. Considerando, al giorno d’oggi, il forte regresso culturale del cittadino medio – regresso che vado chiamando da tempo “radicalizzazione del cittadino a bassa razionalità” -, personalmente, il quadro valoriale attuale e futuro mi appaiono come profondamente preoccupanti.

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GIOVANNI SARTORI – HOMO VIDENS.

Lo ridico: le potenzialità di Internet sono pressoché infinite, e tanto nel male come nel bene. Sono e saranno positive quando l’utente userà lo strumento per acquisire informazioni e conoscenze, e cioè quando sarà ispirato da genuini interessi intellettuali, dalla voglia di sapere e capire. Ma il grosso degli utenti di Internet non è, e prevedo che nemmeno sarà, di questo tipo. [.. .. ..] Si dirà che in questo non c’è niente di male. Sì; ma non c’è nemmeno niente di bene. E tanto meno nessun progresso. Anzi.

Homo videns di Giovanni Sartori resta, senza alcuna ombra di dubbio, un’opera illuminante e profondamente moderna. La modernità politica di questo saggio continua ad essere rappresentata dal fatto che l’illustre politologo nostrano già aveva ampiamente colto ed intuito il degrado e la decadenza culturale cui la popolazione italiana – e mondiale – sarebbe stata da lì a poco “colpita” a seguito di un utilizzo irresponsabile dei mass media. Le riflessioni sartoriane partono e si sviluppano da un’accusa molto forte rivolta nei confronti della televisione, rea – a detta dell’autore – di aver privato gli esseri umani della propria capacità d’astrazione, minando così de facto la genuinità culturale e comunicativa dei rapporti e delle interazioni dialogiche. L’analisi politica di Sartori – rivolta al “capire attraverso l’immagine ed il mero vedere”, a danno cioè della capacità di elaborazione e di discernimento razionale del singolo individuo – evidenzia come il legame interrelazionale tra persone si fondi, oramai, su di un rapporto di framing (molto spesso) unidirezionale; dove la notizia, già “impacchettata e preparata”, viene poi diffusa e condivisa, tra i vari soggetti costituenti un particolare contesto sociale, con la sola necessità che essa stessa venga recepita e non (obbligatoriamente) verificata e/o confutata. Sartori conia, a tal riguardo, il concetto di “antropogenetica”: l’homo videns viene considerato come lo step successivo, in tema di evoluzione, dell’homo sapiens. Un passaggio evoluzionistico, ad ogni modo, dai connotati particolarmente negativi e nel quale “il capire attraverso il vedere” ha finito col divenire un vero e proprio elemento antropologico costituente la natura stessa dell’essere umano; il tutto tanto per ribadire ed evidenziare, ancora una volta, l’onnipresenza e la perenne ingerenza svolta dalla televisione nella vita di ogni singolo cittadino.

Ma la riflessione sartoriana non si esaurisce solo nell’analisi del ruolo socio-politico della televisione e dell’ingerenza, da essa esercitata, nella vita di tutti i giorni di ogni singolo essere umano. Internet, l’opinione pubblica, i sondaggi e lo stesso “direttismo politico” divengono oggetto di profonde ed attente confutazioni da parte del politologo. Il Web – con il funesto orizzonte del negropontismo, tanto osteggiato da Sartori – viene presentato come essere il vettore multimediale in procinto di sostituire, in ambito comunicativo, la televisione; con la preoccupazione – non nascosta ma, anzi, chiaramente manifestata – che in esso vi accederanno in massa soggetti già precedentemente “svuotati” dal “mero vedere televisivo”. Le stesse critiche rivolte ai sondaggi, all’opinione pubblica lato sensu e, soprattutto, alle pratiche politiche, legittimanti l’aumento della richiesta di democrazia diretta a scapito di quella rappresentativa, sono tutte finalizzate a portare alla luce una preoccupazione molto profonda e radicata nella mente dell’autore: se le persone non sono acculturate e non sfruttano i vettori multimediali per acculturarsi, come potrebbe mai essere solo ipotizzabile giustificare e legittimare un incremento del direttismo politico e/o dare una valenza giuridica all’espressione popolare?

E questo è il processo che viene atrofizzato quando l’homo sapiens viene soppiantato dall’homo videns. In quest’ultimo il linguaggio concettuale (astratto) è sostituito da un linguaggio percettivo (concreto) che è infinitamente più povero: più povero non soltanto di parole (nel numero di parole) ma soprattutto di ricchezza di significato, di capacità connotativa.

Il tema sartoriano si dimostra essere di un’attuabilità impressionante. Viviamo una fase comunicativa totalmente permeata dallo “spazio pubblico mediatizzato”, con l’ascesa sempre più forte e massiccia del Web 2.0. (e 3.0). Interrogarsi se, effettivamente, questi vettori siano utilizzati in modo “pulito” e “giusto”, considerando il grande peso che oramai essi ricoprono in ambito di divulgazione dell’informazione lato sensu – in seno, soprattutto, alle tematiche concernenti la res publica -, appare, oggi più che mai, come un dovere civile. Un dovere ed una responsabilità che ogni singolo cittadino deve far propria.

Sartori ci invita a riflettere attentamente sul concetto di democrazia diretta e di sovranità popolare, a dimostrazione di come in politica si debba sempre e comunque partire dall’analizzare attentamente il corpo sociale sul quale l’apparato istituzionale si erge. E di come sia assolutamente necessario che il medesimo si dimostri degno, culturalmente ed intellettualmente, di svolgere delle dirette ingerenze negli affari di Stato.

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