IL DUALISMO JAMESIANO.


Articolo correlato: COSCIENZA ED ESPERIENZA PURA.

Definita la “coscienza”, il passo successivo, per James, è il tentare di dividere – concettualmente e filosoficamente – il “percepito” dal “pensato”. Questo obiettivo ci porta a comprendere il dualismo jamesiano.

All’interno di ogni esperienza – sia essa fisica o prettamente mentale – la struttura dualistica “soggettivo/oggettivo” continua a persistere. Quindi, ciascuna esperienza – citando proprio lo psicologo statunitense – «tende ad essere contata due volte». Indipendentemente dal tipo di esperienza, la stessa si scinde (sempre) in coscienza e contenuto: «Preso da un lato è tutta coscienza, dall’altro tutto contenuto.» Riprendiamo, adesso, l’esempio della stanza che avevamo già trattato nel precedente articolo.

Tutto quanto il fulcro dell’indagine epistemologica deve vertere sull’individuare il tipo di relazioni che l’esperienza medesima sviluppa coi propri associati. Di quest’ultimi, alcuni saranno “congruenti”. Facciamo un esempio: io osservo questa stanza ed essa mi ricorda una casa di cui ho esperienza, il che mi permette di collocarla in una città che conosco molto bene e via discorrendo. In questo modo, il contenuto dell’esperienza “osservo questa stanza” è ancorato al Mondo sensibile (esterno). Possiamo, quindi, seguire una direzione epistemologica che ci permette di definire la suddetta stanza come reale. Ma vi sono anche associati “incongruenti” – ovvero, per semplificare il tutto, tutte le case e/o le città ad essa non ricollegabili -. In questo caso, la “giustificazione” della stanza avviene solo su di un piano mentale. Ma quello che dobbiamo sottolineare è che sono proprio le relazioni strincto sensu con questi associati a permetterci di “contare” la medesima due volte. Essa è, difatti, ora Gedanke (“pensiero”), ora Gedachtes (“pensato”), ovvero è sia “il pensiero di un oggetto” sia “l’oggetto a cui si pensa”. In questo consiste il dualismo jamesiano.

Quindi, ricapitolando:

  • se un’esperienza è soggettiva, allora essa stessa “rappresenta”;
  • se un’esperienza è oggettiva, allora essa stessa è “rappresentata”.

Ma è necessario prestare attenzione ad una ben precisa premessa filosofica:

Allo stato puro, o in isolamento, non c’è scissione interna tra coscienza e ciò di cui si ha coscienza. La sua soggettività e oggettività sono attributi solamente funzionali, che si producono solo quando l’esperienza è presa, cioè descritta due volte; ossia quando viene considerata, relativamente ai suoi due differenti contesti, da una nuova esperienza retrospettiva, di cui tutto quel complesso passato ora forma il nuovo contenuto.

Per James l’esperienza pura è «il campo immediato del presente.» Essa stessa, in quel preciso momento, è semplice presenza e/o esistenza; solo virtualmente è oggetto o soggetto. Nell’immediato si mostra come un mero that. Valido. Certo. E sul quale è possibile agire. In questo consiste il suo presentarsi come “verità pratica”.

L’obiezione, che potrebbe essere mossa contro il filosofo americano, arrivati a questo punto, potrebbe trovare giustificazione in una domanda del tipo: “Se una porzione di esperienza pura può essere contata due volte – ora come oggetto, ora come soggetto -, come possono i suoi stessi attributi differire?”. Ad esempio: “Come può, in quanto oggetto, occupare uno spazio ma, in quanto soggetto, non possedere né spazio né luogo alcuno?”. Affidiamoci, nuovamente, proprio alle parole di James:

Però, che in base a questo si argomenti che l’esperienza interiore è assolutamente inestesa mi sembra poco meno che assurdo. I due mondi sono differenti, non per la presenza o l’assenza dell’estensione, ma per le relazioni dell’estensione che si trova in entrambi i mondi.

Per comprendere quanto appena sostenuto, poniamo in essere un ragionamento banale. Il fuoco è caldo. Ora immaginiamo di vivere uno stato mentale che coincida con un’immagine vivida: come, ad esempio, il “sentirsi caldo” – hotness -. Nonostante la “coincidenza” con la realtà fisica – “mi sento caldo proprio come il fuoco che brucia” – non dirò mai che il mio stato mentale sia “caldo”. Ma è, indubbio, che la corrispondenza con il Mondo sensibile – “io so che il fuoco dà calore” – faccia sì che anche il contenuto del mio stato mentale assuma una precisa dimensione. Si tratta quindi di notare la contrapposizione tra esperienze che hanno una natura prettamente energica – “il fuoco brucia” – ed esperienze che testimoniano sé stesse in un modo più “predicativo” – “mi sento caldo” –. Questo ci permette di comprendere – filosoficamente parlando – come le esperienze reali siano separate da quelle mentali – un fuoco mentale non brucerà mai, ovviamente – ma anche di notare come possano essere ricondotte ad un insieme comune (il that).

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