L’EMPIRISMO DI BERKELEY: IL CONCETTO DI DISTANZA.


L’opera intitolata An essay towards a new theory of vision (1709) è il vero e proprio “trampolino” di lancio, per iniziare a comprendere l’empirismo – e l’idealismo – di George Berkeley (1685-1753). Tutto l’intento gnoseologico dell’opera può essere classificato in tre punti fondamentali:

  1. descrivere, innanzitutto, in che modo la distanza, la grandezza e la posizione degli oggetti sensibili vengano percepiti per mezzo della vista;
  2. cogliere, in seguito, la differenza esistente tra le idee della vista e del tatto;
  3. accorgersi, infine, se esista o meno un’idea che sia comune ad entrambi i sensi di cui sopra.

Tutta la trattazione berkelyana si sviluppa lungo questo “tragitto” epistemologico. Il che, tutto sommato, ci facilita l’esposizione e l’argomentazione dei temi trattati. Procediamo, dunque, con linearità.

Berkeley sviluppa la sua teorizzazione, partendo da due premesse scientifiche e filosofiche ben precise. In primis, la distanza lato sensu non può esser colta di per sé. Nella terminologia berkelyana, essa è una linea perpendicolarmente rivolta all’occhio del percipiente ed in grado di volgere, nei riguardi dello stesso, la proiezione di un punto locato sullo sfondo. In secundis, la stima, compiuta dal percipiente sulla distanza (presunta o effettiva) di un oggetto sensibile, si giustifica e si fonda sull’esperienza strincto sensu, piuttosto che sulla mera capacità sensoriale:

[…] quando percepisco un grande numero di oggetti intermedi, come case, campi, fiumi e simili, dei quali ho avuto esperienza che occupino uno spazio considerevole, io da ciò formo un giudizio o una conclusione che l’oggetto che vedo oltre essi è a una grande distanza. E ancora, se un oggetto, che a una distanza breve ho provato produrre un’apparenza vigorosa e ampia, appare incerto e piccolo io istantaneamente concludo che esso sia lontano: e questo, è evidente, è il risultato dell’esperienza; senza la quale, dalla incertezza e dalla piccolezza non avrei inferito niente circa la distanza degli oggetti.

Ma come può l’idea della distanza fondarsi sull’esperienza? Prendiamo in considerazione un vissuto psichico come una sensazione o un sentimento – si consideri il termine “vissuto” nel significato di sensazione -. La rabbia, ad esempio. Secondo il filosofo inglese, essa è un’idea invisibile alla vista ma, al contempo, percepibile tramite la stessa, grazie, ad esempio, alla visione delle espressioni facciali, assunte (per l’appunto) dall’individuo adirato. Berkeley sostiene che è la nostra esperienza a farci comprendere se il rossore nel viso di quell’individuo stia testimoniando o meno della rabbia. O qualunque altro tipo di sentimento. La percezione dell’espressione facciale ci fornisce, conseguentemente, anche l’idea della distanza dall’alter ego. Quindi, affinché un’idea (la rabbia) possa venire utilizzata per spiegarne un’altra (la distanza), sarà sempre necessario che essa stessa sia stata prima percepita . Tornando al nostro esempio: se non avessimo percepito il rossore nel viso di quell’individuo, non avremmo mai potuto coglierne l’idea mentale (la rabbia), che in quel momento gli dominava animo e corpo, e non avremmo potuto definire la distanza che ci separa da lui.

La distanza è, dunque, impercettibile, ma percepibile dalla vista; essa entra nella mente del percipiente tramite qualche altra idea che è, al contrario, direttamente percepita durante l’atto stesso di visione:

[…] la distanza è nella sua propria natura impercettibile, e tuttavia è percepita dalla vista. Quindi può esservi solo un altro caso: che essa sia condotta nella visione tramite qualche altra idea che è di per sé immediatamente percepita nell’atto della visione.

Resta, quindi, da capire quali siano le idee che permettano al logos della distanza di entrare nella mente del percipiente. Ed è qui che inizia a svilupparsi l’empirismo berkelyano. Il tema affrontato dal filosofo inglese verte sul movimento rotatorio delle pupille: un aumento ed una riduzione della distanza, che intercorre tra gli occhi e l’oggetto sensibile, implica de facto una conseguente e definita rotazione delle medesime:

[…] la mente ha trovato, per mezzo di un’esperienza costante, che le differenti sensazioni corrispondenti alle differenti disposizioni degli occhi sono accompagnate ognuna da un grado differente di distanza nell’oggetto, allora essa ha formato una connessione abituale o consuetudinaria fra quei due generi di idee, così che non appena la mente percepisce la sensazione che sorge dalla differente rotazione che essa dà agli occhi, al fine di portare le pupille più vicine o più lontane, essa percepisce anche la differente idea di distanza che è solita essere connessa con quella sensazione […].

In breve, quindi:

l’idea della distanza non è percepita in sé stessa, ma, bensì, per mezzo di qualche altra idea, immediatamente percepita durante la visione

questa idea muta con il mutare stesso dei gradi di distanza esistente tra gli occhi del percipiente e l’oggetto sensibile.

l’idea della distanza dipende dall’esperienza sensibile che si origina dalla rotazione delle pupille; questa è, difatti, una esperienza immediatamente percepita e connessa con il mutare dei gradi differenti di distanza.

Le conseguenze di tutta quanta la disquisizione possono essere riassunte in tre punti:

  1. tutto si legittima sulla base dell’esperienza sensibile. Se non avvertissimo la sensazione rotatoria degli occhi, non potremmo sviluppare dei giudizi in seno alla distanza;
  2. più avviciniamo l’oggetto sensibile ai nostri occhi, maggiore la visione dello stesso ci apparirà essere confusa. Sorge, dunque, una connessione di questo tipo: maggiore confusione/minore distanza e minore confusione/maggiore distanza. Questa «apparenza confusa» altro non è che il mezzo tramite il quale la mente giudica la distanza;
  3. non è possibile impedire il sorgere di questa «apparenza confusa», neanche qualora tendessimo gli occhi.

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