L’APPERCEZIONE IN JAMES.


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L’empirismo radicale non può scindere la propria indagine epistemologica: di ciascuna percezione ne devono essere esperite sia il that (il “dato/causa efficiente”) che il what (la “cosa”). E questo indipendentemente dal fatto che la capacità percettiva del conoscente si mostri essere più o meno fallace – questione questa che non tocca, minimamente, l’interesse del filosofo americano, conscio e ben consapevole, tra le altre cose, dell’esistenza di una tale e possibile fallacia -. Facciamo un esempio, particolarmente immediato da comprendere.

Mi trovo seduto dentro ad un treno, guardo fuori dal finestrino e noto come l’altro treno, di fianco al mio, si stia muovendo. Non mi rendo però conto del fatto che il treno in movimento sia in realtà il mio e non l’altro – che è tutt’ora fermo sui binari -. Ma a James non interessa l’errore di valutazione in sé, quanto piuttosto il ritenere “esistente altrove la sede della causalità reale”:

Così dovunque si trovi la sede della causalità reale, in quanto definitivamente conosciuta come vera (nei processi nervosi, se volete, che causano le nostre sensazioni di attività, come anche i movimenti che queste sembrano innescare), una filosofia dell’esperienza pura non può considerare la causazione reale come una natura della cosa diversa da quella che anche nelle nostre esperienze più erronee appare essere all’opera. Quello che appare è esattamente ciò che intendiamo per essere all’opera, anche se in seguito possiamo venire a sapere che l’essere all’opera non era esattamente lì.

Quello che conta, dunque, è l’appercezione. O meglio, il risultato delle appercezioni originatesi dalle esperienze di ogni singolo knower. Anche perché «un avanzamento nella verità» dipende proprio da come le vecchie esperienze riescano a legarsi alle appercezioni suscitate da quelle nuove (e future):

Se una nuova esperienza, concettuale o sensibile, contraddice troppo smaccatamente il nostro precedente sistema di credenze, in novantanove casi su cento è trattata come falsa. Solo quando le esperienze più vecchie e quelle più nuove sono abbastanza congruenti da appercepirsi e modificarsi reciprocamente, ne consegue effettivamente quello che trattiamo come un avanzamento nella verità.

Tanto per rimarcare, nuovamente, l’intenso flusso di connessioni e relazioni esistenti tra le esperienze ed i loro associati.

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