COME INTELLETTUALIZZARE UNA ESPERIENZA PURA?


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Per James l’esperienza pura è un that: un puro, unico ed indivisibile dato. Che, nella sua “immediatezza”, può essere percepito solo da coloro che sono impossibilitati – o impediti e/o limitati – a comprenderne le distinte e chiare manifestazioni (what). Si tratta, ad esempio, del caso di un neonato, il quale vive perennemente di esperienze che, ai suoi occhi, appaiono sempre essere pure ed assolute. L’esperienza pura, quindi, può venire intesa come “puro sentimento” o “pura sensazione”. Successivamente, la stessa tende ad arricchirsi di associati, di aggettivi, ecc., che altro non fanno che “intellettualizzarla”.

Certe sensazioni si fondono con certe idee, e altre sono inconciliabili. Certe qualità si compenetrano in un solo spazio, o se ne escludono a vicenda. Si aggregano persistentemente in gruppi che si muovono come unità, oppure si separano. I loro cambiamenti sono bruschi o discontinui; e i loro generi si assomigliano o differiscono; e, dato che fanno così, rientrano alternativamente in serie regolari o irregolari.

Come si costituisce il passaggio dall’esperienza pura all’esperienza intellettualizzata? James, a tal proposito, pone l’attenzione sia sulla soluzione filosofica proposta dai razionalisti sia su quella avanzata dai naturalisti:

  • per i razionalisti, intellettualizzare un’esperienza pura è un dovere teoretico ed epistemologico. Potremmo ridurre il tutto ad un’espressione del tipo “conoscere è il compito dell’uomo”. Da qui la necessarietà dell’elaborazione di un metodo di indagine gnoseologica;
  • al contrario, per i naturalisti è fondamentale estrarre conoscenza dal continuum del flusso puro dell’esperienza, di modo da entrare così in possesso di tutti quegli strumenti idonei per proteggersi dall’ambiente circostante: «se l’esperienza pura […] fosse stata sempre perfettamente salubre, la necessità di isolare o verbalizzare una qualunque delle sue parti non sarebbe mai sorta.»

Agli occhi di un empirista radicale, il Mondo sensibile si presenta come diviso in più parti, tutte connesse tra di loro, ora per mezzo di relazioni congiuntive, ora tramite rapporti disgiuntivi. Due parti disgiunte possono restare unite attorno alla condivisione di un “intermediario” comune; esattamente come tutta la realtà può andare costituendosi di elementi tra loro congiuntivi, che ci consentono di poter passare da una specifica porzione di realtà ad un’altra. Si tratta di una “unione concatenata”; un «determinante stare insieme.» E non una mera “confluenza totale” o “unione totalizzante” – tipici dei sistemi monisti -. Nella concatenazione che struttura il Mondo sensibile, tutto passa – per mezzo dell’esperienza – parzialmente o totalmente: sentimenti, idee, stati d’animo, sensazioni, ecc. E le esperienze, che attraversano ed originano tale confluenza, possono essere di varia natura: di contiguità, di vicinanza, di lontananza, di sovrapposizione, di somiglianza e via discorrendo. Dipende dal tipo di contenuto e dal tipo di relazione l’esperienza stessa si va costituendo nei riguardi delle altre esperienze. Ed il compito dell’empirismo radicale è proprio quello di cogliere sia i contenuti sia le relazioni esistenti tra le esperienze e gli associati – «Non è così che va affrontata la questione. Il fenomeno si offre, innanzitutto, come quello del conoscere le cose insieme, ed è in questi termini che bisogna trovare la sua soluzione, almeno in prima istanza.» -:

  • “relazioni congiuntive”: esse vengono “prese” esattamente come appaiono. Permettono di raggruppare elementi tra di loro simili; è proprio questa loro somiglianza che sancisce la relazione medesima. Ovviamente queste relazioni possono poi divenire oggetto di classificazione – sulla base proprio di ciò che promuovono per raggruppare gli elementi stessi -;
  • “relazioni accidentali” (where/when): coinvolgono l’esterno e l’interno dei termini costituenti le esperienze: «Il foglio di carta, ad esempio, può essere sopra o fuori dal tavolo, e in entrambi i casi la relazione coinvolge solo l’esterno dei suoi termini. Avendo un esterno, tutti e due contribuiscono alla relazione con questo. È esterno, ossia la natura interna del termine è irrilevante a riguardo. Qualunque libro, qualunque tavolo, può entrare nella relazione, la quale si crea pro hac vice, non per via della loro esistenza, ma grazie alla loro situazione fortuita.»

Approfondiamo un attimo il concetto della “confluenza jamesiana”, di cui sopra. Facciamo due esempi. O meglio: prendiamo in considerazione prima un’esperienza mentale e, in seguito, una diretta (fisica). Partiamo dalla prima.

Immaginiamo che ci venga chiesto di pensare alle tigri dell’India. Possiamo sostenere che il nostro pensiero si “dia a conoscere” grazie a delle concatenazioni mentali o a delle conseguenze motorie, che ci porterebbero ad esaurire lo stesso o nel nostro contesto ideale o in uno più prettamente fisico. Complicato? Beh, in realtà il ragionamento è abbastanza semplice. Se penso ad una tigre dell’India, questa mia esperienza mentale può esaurirsi nella mia stessa mente – “il mio pensiero si esaurisce nell’idea della tigre” – oppure può anche verificarsi il caso che essa stessa legittimi una vera e propria esperienza diretta – “conosco la tigre dell’India perché ho vissuto esperienze fisiche che mi hanno permesso di comprenderla” come, ad esempio, “ho fatto un viaggio in India e le ho viste dal vivo” -. Si tratta, quindi, di cogliere l’esistenza di un Mondo di connessioni che mi permettono di legare il “puntare” del mio pensiero verso oggetti sensibili veri e propri. Prendiamo, adesso, il caso di un’esperienza diretta.

Osservo un foglio di carta sopra ad un tavolo. In questo caso “materia” e “pensiero” sono, nell’immediatezza percettiva, la stessa identica cosa. Non abbiamo, come nel caso delle tigri dell’India, una “presenza-assenza” e nemmeno un “puntare” del nostro pensiero, ma, bensì, un «abbraccio circolare della carta col pensiero.» Come sostiene James: «Il foglio è nella mente, e la mente avvolge il foglio […]. Conoscere immediatamente, allora, o intuitivamente, significa che contenuto mentale e oggetto sono identici.»

In poche parole: è solo l’approccio epistemologico iniziale che cambia, ma è innegabile la persistenza del dualismo jamesiano. L’esperienza strincto sensu può essere riferita a due grandi sistemi di associazioni: il Mondo della mente e quello sensibile. Ma l’esperienza, che ciascuno di noi vive, è parte integrante di entrambi. Anzi. Per il filosofo americano, ne è il punto d’intersezione. Ecco in cosa consiste la sopracitata “confluenza”.

In questa maniera, James, partendo dal flusso dell’esperienza pura, dopo averla intellettualizzata, non solo riesce a procedere alla differenziazione, catalogazione ed isolamento degli astratti, ma anche a concepirne la loro (eventuale) combinazione. Questo sancisce il legame tra il flusso dell’esperienza pura e la percezione del Mondo sensibile. In mezzo vi è l’esperienza, che, “progredendo” – per interessi pragmatici -, consente un vero e proprio sviluppo intellettivo.

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