LO ZEN COME SUPERAMENTO DELLA LOGICA.

Dobbiamo prendere consapevolezza di un fatto. Lo Zen può apparire tanto illogico quanto paradossale. Non nel senso che esso sia privo di significato. Al contrario. Più che altro significa che per coglierlo e cercare di comprenderlo diviene necessario abbandonare ogni forma di sillogismo e di interpretazione logica della realtà. Attenzione. Non si tratta di negare la logica. Come già sostenuto più volte, lo Zen non è negazione. Mai. Si tratta, piuttosto, di un andare oltre la logica. Un “andare oltre” che implica uno scrutare ed un osservare la realtà non più tramite gli occhi della ragione e/o dell’intelletto. È necessario acquistare un nuovo punto di vista. Un nuovo “occhio sul Mondo”. Una affermazione zen, quindi, è illogica e paradossale non perché priva di senso ma perché, per coglierne il senso, è necessario abbandonare la logica. In questo consiste la unicità dello Zen e la difficoltà di trovare e cogliere dello stesso l’essenza.

Se lo Zen si “colloca” al di là di ogni interpretazione logica e/o sistemica e/o intellettiva, cosa ci comunica, una volta che viene percepito e raggiunto? Anche in questo caso, si tratta di dover fare i conti con una consapevolezza nuova, che porta a rivoluzionare il modo in cui interpretiamo ed osserviamo la realtà. Lo Zen, infatti, evidenzia come sia necessario dotarsi di un nuovo punto di vista per soddisfare e comprendere le proprie personali esigenze spirituali più profonde. Proprio perché le stesse non possono divenire oggetto di una lettura di tipo logico-razionale. La Vita non può, dunque, ridursi ad una interpretazione esclusivamente di tipo logico, razionale e/o matematico.

Se, dunque, lo Zen si trova oltre la logica, il paradigma di determinazione e di non contraddizione aristotelica del tipo A=A diviene, tutto d’un tratto, confutabile e non più esente da dubbi o perplessità. Scavalcare e travalicare questo modus operandi di decodificare la realtà porta, inevitabilmente, con sé una implicazione profonda e rivoluzionaria. Le parole non hanno significato. Lo hanno se si integrano alla logica ed assieme alla medesima permettono l’agnizione della realtà. Ma, nel momento in cui l’essenza della stessa non si riduce più ad una lettura razionale, allora le parole e la logica hanno fallito il proprio scopo e risultano inutili. Parole e logica perdono così ogni forma di dominio nei nostri riguardi. “A=A” si integra con “A=non A”, proprio come A mani vuote io vado, e la vanga è portata dalle mie mani!. Non si tratta di una negazione. Né di una mera contingenza filosofica. Il nuovo punto di vista trascende l’oggetto stesso dell’osservazione. Trascendere ciò che si osserva significa non ridurne l’essenza ad una mera proposizione o spiegazione logica. Significa risalire alla sua più pura essenza, dove vige armonia e quiete. L’illuminazione consiste nel  riuscire a cogliere tale aspetto.

Forse l’unico vero paradosso dello Zen è quello di essere semplice. Talmente semplice da essere  – paradossalmente! – così difficile da venire scorto e compreso. Perché problematico può essere per ciascuno di noi estraniarsi ed alienarsi dall’interpretare logicamente e razionalmente ciò che si sviluppa all’interno della realtà nella quale viviamo. La semplicità consiste nel ritenere che A sia A e che, allo stesso tempo, A sia non A. Fermarsi alla prima formula significa affidarsi alla logica e – probabilmente – al buon senso. Accettare – e comprendere assieme alla prima – la seconda implica, al contrario, l’aver scorto lo Zen. Ed è innegabile che questo obbliga l’individuo a leggere con un altro “occhio” il Mondo attorno a lui. Nello Zen, quindi, tutto acquista vita. Anche ciò che la logica e la ragione ci obbliga a considerare come aporia. Ecco perché lo Zen è sempre riconoscimento, vita e creazione. Non vi sono, infatti, astrazioni. Non si tratta di ridurre il tutto ad un mero filosofeggiare. Lo Zen è pratico. Talmente pratico e diretto da non poter essere spiegato a parole. Talmente pratico e diretto da non poter essere oggetto di alcuna dialettica. Lo Zen ci mostra una vanga e con audacia afferma: “Sto tenendo una vanga, eppure non la sto tenendo”. Ecco l’andare oltre. Il satori.

Lo Zen è Vita. Semplicemente questo. Vita immediata, diretta e pura. Non filtrata. Non mediata. Non rappresentata. Non interpretata. Vita come quella di un uccello che vola o di un pesce che nuota. Nel momento stesso in cui ogni agire è finalizzato o imposto o calcolato o presunto, lo Zen sparisce. Anche l’etica, quindi, deve liberarsi da ogni riferimento logico ed attingere dall’interno di ciascuno di noi.

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GLI ANALITICI PRIMI ED I SILLOGISMI ASSERTORI.

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Dal De interpretatione l’attenzione sugli enunciati si sposta all’interno dei libri degli Analitici primi. Sono innanzitutto due le nozioni che Aristotele espone immediatamente. La prima è la definizione di “proposizione”; essa coincide con l’enunciato dichiarativo già preso in esame nell’altra opera. La seconda nozione, invece, investe il concetto di “termine”; secondo Aristotele esso è «ciò in cui la proposizione si risolve, cioè il predicato e ciò, di cui esso si predica, con l’aggiunta di “essere” o “non essere”» – dove tale verbo è qui da intendersi nelle vesti di copula e non, dunque, nel suo significato esistenziale -. Le modalità (anch’esse già menzionate in precedenza) del tipo è possibile che/è necessario che e le espressioni che indicano una “quantificazione” – ogni/qualche/qualcuno e via discorrendo – non sono dei componenti aggiuntivi della proposizioni ma delle modificazioni del verbo essere/non essere (ovvero della copula): ad esempio, nell’enunciato Ogni uomo è giusto, i termini aristotelici sono uomogiusto ai quali si “aggiunge” una copula – è – tale, in questo caso, da rendere l’enunciato stesso un universale affermativoAristotele utilizza molto spesso il verbo appartenere: se compariamo il precedente esempio Ogni uomo è giusto all’enunciato generico Ogni A è B, è possibile sostenere come quella copula indichi, per l’appunto, “appartenenza”:

Ogni A è B → B appartiene ad ogni AB si predica di ogni A

La definizione di “sillogismo” fornitaci da Aristotele negli Analitici primi è particolarmente generica:

Un sillogismo è un discorso nel quale, poste certe cose, qualcosa di diverso dalle cose poste risulta di necessità per il fatto che queste sono. Con “per il fatto che queste sono” intendo il risultare in virtù di queste, e con “risultare in virtù di queste” intendo che non ci sia bisogno di alcun termine esterno perché si generi la necessità.

In pratica:

  • un sillogismo permette di comprendere la necessità di raccogliere dati e/o informazioni per la individuazione ed esposizione di una conclusione;
  • la conclusione deve essere diversa dalle premesse, di modo da evitare “ragionamenti circolari”. In tal modo un sillogismo permette o di dimostrare un qualcosa o di rendere l’oggetto della discussione plausibile da un punto di vista dialettico;
  • non devono esserci premesse superflue né aggiuntive ma solo quelle essenzialmente necessarie al fine di dare una conclusione valida all’argomentazione;
  • le premesse possono essere vere o false. Aristotele, ad ogni modo, ritiene che se le premesse sono vere allora anche la conclusione sarà veritiera – in questo caso, quindi, il verbo “sono” nella definizione deve essere inteso nel suo significato intrinseco di “essere vere” -.

Passiamo adesso a prendere in considerazione il sillogismo “assertorio”. Si tratta di un sillogismo privo di proposizioni tipiche degli enunciati modali e finalizzato ad asserire direttamente un qualcosa o a confermare una dichiarazione. Aristotele individua tre diverse forme di sillogismo, ciascuna delle quali contiene due premesse e tre termini. Uno di questi termini viene chiamato “medio”; esso è comune ad entrambe le premesse e funge da collegamento tra gli altri due termini (chiamati “estremi”), i quali tornano nella conclusione nelle vesti di soggetto e predicato. Questa è la struttura aristotelica del sillogismo assertorio. Facciamo un esempio:

mortale appartiene ad ogni uomo → uomo appartiene ad ogni greco → mortale appartiene ad ogni greco

Se volessimo ragionare in riferimento al sopracitato legame tra “essere/non essere” e “appartenere” di poc’anzi:

ogni uomo è un mortale → ogni greco è un uomo → ogni greco è un mortale

Il termine “uomo” è il nostro medio, mentre “mortale” e “greco” sono rispettivamente predicato e soggetto della conclusione.

Un sillogismo assertorio è “perfetto” quando l’evidenza logica della conclusione è, per l’appunto, evidente e quando la stessa non richiede altro che le premesse assunte. Nel caso contrario, qualora cioè servissero premesse aggiuntive per far sì che l’evidenza logica si palesi, allora il sillogismo si dirà “imperfetto”. In sintesi: i sillogismi perfetti sono “evidentemente validi” mentre quelli imperfetti richiedono alcuni “passaggi supplementari”. Strettamente legato a quanto appena detto vi è la riflessione aristotelica circa la “conversione” e la “riduzione”. Iniziamo dalla prima.

La conversione è una inferenza dalla quale si deduce da una proposizione un’altra proposizione; quest’ultima ha gli stessi termini della proposizione “di origine” ma in posizione invertita. Lo schema d’inferenza aristotelico è il seguente:

  • AeB quindi BeA (dove e indica l’universale negativo): ogni A non è B → ogni B non è A;
  • AaB quindi BiA (dove a indica l’universale affermativo e i il particolare affermativo): ogni A è B → qualche B è A;
  • AiB quindi BiA (vedi sopra): qualche A è B → qualche B è A.

La “riduzione”, invece, consiste nel verificare l’evidenza di un sillogismo, ipotizzando che lo stesso non sia valido ma mostrando poi come una tale ipotesi implichi delle conseguenze impossibili. Procediamo con ordine. Prendiamo in considerazione il seguente sillogismo: MaP, MoS quindi PoS – dove  o indica il particolare negativo -, ovvero ogni A è P, qualche M non è S quindi qualche P non è S. Dobbiamo allora dimostrare che le due premesse – MaP, MoS – siano vere mentre la conclusione PoS falsa. Se PoS è falsa, deve essere vera la sua contraddittoria PaS – come visto negli enunciati dichiarativi -, ovvero ogni P è S. Ma se ogni P è S e se ogni M è P (prima premessa), allora ogni M è S. Ma MaS è incompatibile con la seconda premessa MoS, ovvero qualche M non è S. Abbiamo detto che le premesse devono essere prese per vere, quindi MaS è per forza di cose falsa mentre, quindi, la conclusione PoS è vera.

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TRA LOGICA E FISICA: LA CONTINGENZA.

In un senso lato, per “contingente”, in filosofia, s’intende indicare quel particolare stato di cose che può essere ed anche non essere. E non si tratta di una idiosincrasia ontologica. Nemmeno lontanamente. Praticamente, un evento A viene ritenuto essere contingente se può accadere ed anche non accadere. Ma dobbiamo subito prestare molta attenzione ad un eventuale errore concettuale. Un evento contingente non è equivalente ad un evento “possibile”. Uno stato di cose “possibili”, infatti, oltre che “essere”, può anche presentarsi come “necessario”; ma se è “necessario” non può più “non essere”.

In genere, in filosofia, si distingue tra contingenza logica e contingenza fisica. La prima risponde alle leggi della logica; la seconda sottosta alle leggi della Natura. Facciamo un esempio. Consideriamo un fiocco di neve. Un fiocco di neve è logicamente contingente, perché le leggi della logica non possono determinare se, effettivamente, esista o meno – dunque, il fiocco di neve può essere ed anche non essere ai suoi “occhi” -; al contempo, il medesimo fiocco non è fisicamente contingente, perché precise leggi fisiche mi spiegheranno il motivo per il quale, nel momento in cui l’acqua si è congelata, esso stesso ha finito con l’assumere quella forma – e nessun’altra -.

Inoltre il concetto di “contingenza” viene molto spesso utilizzato, in conformità alle leggi della Natura, per indicare la dipendenza di uno stato di cose da un altro. In breve: un evento A è contingente ad un evento B, quando il verificarsi di A dipende dal verificarsi di B.

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