LA LEGGE DI HUME.

Si tratta di una riflessione filosofica particolarmente famosa, soprattutto per quanto riguarda le argomentazioni concernenti la moralità e l’etica. Possiamo considerare la suddetta legge come una vera e propria argomentazione concernente la metaetica, dato che focalizza l’attenzione su questioni prettamente linguistiche.

Ciò che effettivamente David Hume afferma, assume le vesti di una vera e propria critica, rivolta dal filosofo scozzese all’imperizia “dialogica” di alcuni filosofi. Hume, difatti, evidenzia l’importanza, in ambito comunicativo ed esplicativo, di cogliere la distinzione tra proposizioni descrittive – del tipo “A è” e/o “A non è” – e proposizioni più specificatamente prescrittive – del tipo “A deve essere” e/o “A non deve essere” -. La critica è indirizzata nei riguardi dell’assenza – diffusa all’interno di molti ragionamenti filosofici – di quel fondamentale passaggio logico che, in termini di comunicazione strincto sensu, deve sempre – a detta di Hume – sia legittimare la transizione da una descrizione ad una asserzione sia permettere all’interlocutore di turno di comprendere ogni step di quanto esposto e/o spiegato. Le parole del filosofo risultano essere alquanto esaustive:

In ogni sistema morale in cui finora mi sono imbattuto, ho sempre trovato che l’autore va avanti per un po’ ragionando nel modo più consueto, e afferma l’esistenza di un Dio, o fa delle osservazioni sulle cose umane; poi tutto a un tratto scopro con sorpresa che al posto delle abituali copule “è” o “non è” incontro solo proposizioni che sono collegate con un “deve” o un “non deve”; si tratta di un cambiamento impercettibile, ma che ha, tuttavia, la più grande importanza. Infatti, dato che questi “deve”, o “non deve, esprimono una nuova relazione o una nuova affermazione, è necessario che siano osservati e spiegati; e che allo stesso tempo si dia una ragione per ciò che sembra del tutto inconcepibile ovvero che questa nuova relazione possa costituire una deduzione da altre relazioni da essa completamente differenti.

Possiamo, dunque, ben intuire come la “legge di Hume” abbia poi finito con il riguardare la metaetica. Campo d’interesse della stessa, infatti, è evidenziare la complessità del linguaggio all’interno dei rapporti comunicativi. Uno dei precetti fondanti la metaetica è la convinzione di come una (eventuale) incomprensione dialogica sia da imputare – molto spesso – non tanto alla difficoltà di discernere gli oggetti dell’argomentare stesso quanto, piuttosto, alla non reciproca e piena comprensione del linguaggio medesimo da parte degli interlocutori coinvolti nella conversazione.

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CENNI DI MORALE TEORETICA: LINGUAGGIO.

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Con il termine “Metaetica” si suole indicare la cosiddetta Filosofia Linguistica, una corrente di pensiero stando alla quale la difficoltà della comprensione di un particolare concetto non risiede tanto nella complessità dell’argomentazione stessa quanto, piuttosto, nell’impossibilità per gli interlocutori di poter usufruire di una reciproca e piena comprensione terminologica. Il problema, dunque, risiede all’interno del rapporto dialogico. Anzi, trattandosi di una impasse linguistica, finisce con l’inficiarne proprio la struttura.

È alquanto immediato comprendere come il linguaggio ordinario si vada costituendo di termini prettamente concernenti il tema della moralità. Aggettivi come “giusto”, “buono”, “sbagliato” e via discorrendo, veicolano – intenzionalmente o meno – la finalità del discorso (anche) verso un giudizio di tipo morale. L’assenza di suddetti termini, molto spesso, viene soppesata da un particolare e ben preciso modus espositivo: basti pensare, ad esempio, ad una interiezione o ad una esclamazione del tipo “Comportati bene!”. Si parla, infatti, di “multifunzionalità” del linguaggio morale.

La differenziazione terminologica basilare è quella tra “termini assiologici” – ovvero fondati sulla distinzione tra “buono” e “cattivo” – e “termini deontici” – ovvero basati sulla distinzione tra “giusto” e “sbagliato” -.

I termini assiologici sono finalizzati ad esprimere una vera e propria valutazione. Sia essa di gradimento che di diniego. La valutazione è diffusa indipendentemente dal fatto che l’altro interlocutore conosca – o desideri conoscere – l’oggetto dell’argomentare stesso. Ad esempio, una frase del tipo “Ho comprato un nuovo scaldabagno modello XYZ e vedessi che meraviglia di prodotto!!!”, evidenzia apprezzamento, anche qualora il soggetto a cui mi rivolgo non conosca quell’oggetto e/o non sia minimamente interessato a questo genere di conversazione. L’aspetto valutativo non preclude od oblitera quello descrittivo. Anzi. Si potrebbe verificare anche il caso in cui il mio interlocutore – o perché incuriosito o perché intenzionato a comprare anch’egli uno scaldabagno nuovo – finisca con il chiedermi informazioni e delucidazioni più approfondite ed analitiche sull’oggetto.

Il ragionamento può essere invertito per quanto concerne i termini deontici. In questo caso, infatti, il discorso morale è finalizzato alla descrizione di un comando, di un divieto et similia. Un’espressione del tipo “Non calpestare l’erba!” implica come, prima di tutto, sia doveroso guardarsi dal rispettare quanto appena enunciato; pareri e/o valutazioni possono essere formulate solo in seguito ed assumere la fisionomia di mere vesti accessorie nei riguardi di quanto espresso.

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