LA SUPREMA FELICITÀ SECONDO BOEZIO.

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La Filosofia spiega a Boezio come il possesso di beni terreni e l’aspirazione ad ottenerne sempre di più non rappresentino la fonte di una vera e gratificante felicità. La vera essenza della Vita consiste nel godere del piacere del conoscere e dello scoprire. Questo è l’animo del filosofo, ovvero di colui che è grato della “semplice opportunità della conoscenza”. Questo è ciò che rende particolare la riflessione di Boezio: appellarsi alla Filosofia (e non a Dio), al fine di ribadire i nobili valori da seguire in vita per conseguire la felicità più pura e genuina:

Travagliata è la condizione dei beni umani: o non si posseggono nella loro pienezza, o non ne è durevole il possesso. Questi ha censo esuberante, ma si vergogna del sangue ignobile. Quello è chiaro per nobiltà, ma per la ristrettezza del patrimonio preferirebbe essere oscuro. Possiede un altro entrambi questi doni, ma piange il suo celibato. Quegli, felice per nozze avventurose, non ha figli e accresce le sostanze per qualche erede straniero. Costui, lieto di prole, sparge lacrime sulle colpe dei figliuoli e delle figliuole. Così è difficile trovare chi non si ribelli al proprio destino, e a ciascuno interviene qualche molestia, ignorata da chi non la prova, ma odiosa per chi ne fa l’esperimento.

Quali i «sommi cardini della suprema felicità»?

Come abbiamo detto, la felicità non risiede nella Fortuna, ovvero nel possesso di oggetti esterni, accidentali e non durevoli. Il vero piacere risiede nell’aver cura di sé stessi e, quindi, nel “possedere” sé medesimi: «Evvi qualche cosa che ti sia più cara di te stesso? No, mi dirai. Dunque, se possederai te stesso, possederai quel che non potrai mai perdere, né la Fortuna potrà rapirti.» Il possedere, infatti, genera ed alimenta il desiderio di un ulteriore e sempre più crescente possesso, senza contare che esso stesso è continuamente soggetto al timore della perdita e della rovina. Il bene materiale, inoltre, non è eterno. Né, tantomeno, durevole. Bensì è legato ad una “durata temporale specifica” che coincide con la vita del suo stesso possessore. Morto il proprietario, decade l’illusoria e superficiale felicità elargita dai beni. Beni che non accrescono in vita, in alcun modo, l’essenza e lo spirito di chi li detiene:

Senza dubbio, il prodotto della terra e degli animali è destinato al tuo sostentamento; ma, soddisfatto il bisogno della natura, non vi è motivo di cercare la sovrabbondanza della fortuna. La natura si contenta di poco e, se vorrai aggravarla di cose superflue quando è sazia, quello che aggiungerai sarà cagione di molestia e di pregiudizio. Ambisci forse risplendere per eleganza nelle vesti? Sia pur gradita al guardo la loro appariscenza, si valuterà in esse non chi le porta, ma la materia di che son fatte e l’artefice che le compose. Ti rende beato un seguito numeroso di servi? Se viziosa di costumi, questa genìa, veramente nemica del padrone, opprime e danneggia la casa; se onesta, come puoi annoverar fra i beni tuoi propri l’altrui proibità? Da tutto ciò è chiaramente dimostrato non possedere tu nessuno di quelli oggetti, che suoli contare fra i tuoi possedimenti; e se poi non v’ha in essi nessuna desiderabile bellezza, perché deve affliggerti la loro perdita, o il loro acquisto farti lieto? E che t’importa se sono belli di loro natura? Non avresti tratto ugual piacere quando anche non fossero stati sequestrati dal tuo danaro; non son già divenuti preziosi perché furono da te comperati, ma piuttosto volesti metterli nel numero dei tuoi tesori perché ti parvero preziosi.

L’insegnamento impartito dalla Filosofia è drammaticamente illuminante. L’uomo cerca l’abbondanza di beni per far fronte alla povertà senza però rendersi conto di adoperarsi, in questo modo, per l’esatto contrario. Il possesso di beni superflui e materiali, infatti, è insaziabile e dannatamente volubile, dato che il bene posseduto impiega pochissimo tempo o a soddisfare il possessore o ad invogliarlo ad acquistare qualcos’altro – «Le ricchezze però, non estinguono l’avarizia che è insaziabile, né il potere dà il dominio su sé stesso a colui, che è legato dalle insolvibili catene di tenace libidine […]» -. L’uomo, pertanto, non sfrutta la sua virtù più nobile ed elevata – la Ragione – per conseguire la vera felicità. Al contrario. Si perde nel desiderio e nella bramosia di ottenere “oggetti esterni ed accidentali”, illudendosi che essi diventino per lui fonte di genuina gratificazione. Quanto sostiene Boezio è profondamente esaustivo:

Condizione della natura umana si è che misura del proprio valore sia la conoscenza che ognuno ha di sé stesso; quando nell’uomo cessa questa conoscenza, ei s’agguaglia al bruto, poiché ignorar sé stesso è natura negli animali irragionevoli, ma è difetto nei ragionevoli; e da ciò appare chiaro l’error vostro, che alcuno possa stimarsi ornato da ornamenti non suoi.

La Fortuna è, quindi, ingannevole. Anzi. Essa è capace di illudere talmente gli uomini, da far sì che per gli stessi diventi più auspicabile l’essere soggetti alla cattiva sorte. Quest’ultima, infatti, istruisce. Seppur cinica e priva di compassione, essa è in grado di mostrare il lato ingannevole e seducente della Fortuna e di spronare, di conseguenza, gli individui a cercare altrove la fonte della «suprema felicità»:

[…] io reputo che più giovi agli uomini l’avversa che la prospera fortuna, perché questa, mostrandosi carezzevole, gl’illude sempre con la parvenza della felicità, mentre quella è sempre veritiera, facendosi vedere volubile, come infatti ella è. La seconda inganna, la prima istruisce […]

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MISERIA O RICCHEZZA?

Un interrogativo che sorge, quando si riflette attorno ad alcuni temi – inevitabilmente – cari ed inerenti alla pratica buddista, concerne la (necessaria?) conduzione di una esistenza semplice, umile e dedita alla rinuncia. Può apparire abbastanza “scontato” e/o “immediato” sostenere come, in quanto buddisti, sia fondamentale vivere una vita priva di ricchezze e di beni terreni… “oggetti” tali da generare nel loro proprio possessore sentimenti di cieco attaccamento, cupidigia, bramosia et similia. Ma, per l’appunto, se riducessimo il tutto ad un mero precetto – oserei dire “teologico” -, correremmo il rischio di non cogliere la profonda essenza di quanto diamo – lo ripeto – per “scontato”.

Il possesso di per sé, nel suo significato più ampio ed universale, proprio perché può veicolare ciascuno di noi all’accaparramento violento, mistificante e senza scrupolo di beni e ricchezze, è un qualcosa che può sicuramente condurci lontano dalla Via dell’Illuminazione. L’attaccamento, infatti, produce soddisfacimenti profondamente labili ed illusori. Uno dei quattro grandi insegnamenti del sangaha dhamma è il “donare”, ovvero il “mostrarsi altruisti con il proprio prossimo”. Ricordiamoci che il Buddhismo non impone forzatamente, quasi fosse un vero e proprio monito divino, il condurre una esistenza misera e povera: il percorso di crescita e di elevazione spirituale che la stessa dottrina comporta, più che altro, è da intendersi come un meraviglioso “invito” a comprendere come per la vera conoscenza e la genuina felicità il “bene terreno” sia del tutto superfluo. Ma il concetto di “possesso”, esattamente come quello di “attaccamento” e/o di “desiderio”, non è di semplice formulazione. Resta una dinamica ed una realtà dannatamente complessa. Facciamo un ragionamento inverso.

Siamo portati a formulare quanto sostenuto sopra generalmente nei riguardi di un soggetto ricco o, ad ogni modo, benestante. Ma nei riguardi del povero, cosa diremmo mai? Giriamo, nuovamente, il punto di vista: “Cosa mai desidera una persona povera? La ricchezza?”. Per capire come la fugacità e la mistificante illusione del possesso e del “bene posseduto” siano in grado di investire l’individuo lato sensu, ovvero colto in sé e per sé, indipendentemente cioè dalle proprie condizioni sociali ed economiche, è di fondamentale importanza comprendere come l’alienazione dal “possesso” e dal “desiderio del possesso” si palesi tanto difficile sia per il ricco che per il povero.

Per il primo, il percorso verterà nel comprendere come fugace sia, ai fini della mera esistenza del suo “essere – qui ed ora – al Mondo”, il possedere ciò che possiede; per il secondo, invece, come l’aspirazione della sua stessa esistenza non debba trovare nutrimento nel riuscire a possedere ciò che gli altri possiedono. 

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LA FALSA RICCHEZZA.

Nelle società moderne si osserva uno straordinario paradosso: pur avendo raggiunto l’apice del progresso tecnico e materiale dell’umanità, siamo affetti da ansia, portati alla depressione, preoccupati di come ci vedono gli altri, insicuri delle nostre amicizie, spinti a consumare in continuazione e privi di una vita di comunità degna di questo nome. In assenza del contatto sociale rilassato e della gratificazione emotiva di cui abbiamo bisogno, cerchiamo conforto negli eccessi alimentari, nello shopping e negli acquisti ossessivi, oppure ci lasciamo andare all’abuso di alcol, psicofarmaci e sostanze stupefacenti. Com’è possibile che abbiamo creato tanta sofferenza mentale ed emotiva, nonostante livelli di ricchezza e di agio che non hanno precedenti nella storia umana? Spesso ciò di cui sentiamo la mancanza è solo un po’ di tempo per stare in compagnia degli amici, eppure anche questo semplice piacere appare talora irraggiungibile. Parliamo come se le nostre vite fossero una continua battaglia per la sopravvivenza psicologica, una lotta contro lo stress e l’esaurimento nervoso; ma, in verità, godiamo di un tenore di vita talmente lussuoso e dispendioso da minacciare gli equilibri dell’intero pianeta.

Richard Wilkinson & Kate Pickett, The Spirit Level: Why Equality is Better for Everyone (2009).

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RICCHEZZA E POVERTÀ.

Da quanto è stato detto risulta evidente che in una nazione libera dove non è permesso tenere schiavi, la ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di poveri laboriosi: oltre al fatto che essi costituiscono una riserva inesauribile di uomini per le flotte e gli eserciti, senza di loro non ci sarebbe nessun piacere al mondo e nessun prodotto di alcun paese avrebbe valore. Per garantire la felicità a una nazione e la tranquillità alla gente anche in circostanze sfavorevoli, è necessario che un gran numero di persone sia ignorante e povero. La conoscenza allarga e moltiplica i nostri desideri e quanto meno cose un uomo desidera, tanto più facilmente si può provvedere alle sue necessità. Perciò il benessere e la felicità di ogni stato e di ogni regno richiedono che le conoscenze di un lavoratore povero siano ristrette nei limiti del suo lavoro e non travalichino mai (almeno per quanto riguarda le cose concrete) il confine di ciò che interessa la sua occupazione. Quante più cose del mondo e di ciò che è estraneo al proprio lavoro o impiego conosce un pastore, un aratore o qualsiasi altro contadino, tanto meno sarà adatto a sopportare le fatiche e le durezze del proprio lavoro con gioia e soddisfazione.

Bernard De Mandeville, The fable of bees, or Private Vices, Publick Benefits (1714).

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